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Forse siete convinti di scegliere sempre il meglio,
e al supermercato passate ore a selezionare prodotti
“di qualità”. Ma nel cibo che mangiate, nell’acqua
che bevete, nell’aria che respirate e nei cosmetici
che vi spalmate sul corpo i veleni sono in agguato.
Tra gli avvelenatori non ci sono solo camorristi,
mafiosi e criminali risaputi. La categoria comprende
anche personaggi insospettabili.
Politici ufficialmente impegnati nella tutela
dell’ambiente ma che, tra i beni di famiglia,
possiedono aziende accusate di minare la salute dei
dipendenti. Industriali milionari che confezionano i
prodotti di marche famose con materiali scadenti e
nocivi, vere e proprie bombe a orologeria per i
consumatori. Sindaci e assessori che di fronte ad
analisi inquietanti sulle sostanze tossiche
contenute nell’acqua comunale preferiscono tacere
“per non allarmare inutilmente la popolazione”.
Responsabili delle bonifiche di aree gravemente
contaminate, nel cuore dei nostri centri urbani, che
lavorano solo per gonfiare il proprio portafogli,
incuranti di chi in quelle zone vive o andrà a
vivere. Sembra incredibile, ma succede di rado che
queste storie clamorose trovino spazio nelle
cronache di stampa e televisione. Ecco perché
Emiliano Fittipaldi, una delle firme più giovani e
agguerrite del giornalismo italiano d’inchiesta, ha
intrapreso un viaggio che lo ha portato a
raccogliere documenti esclusivi, atti giudiziari,
testimonianze inedite e dati secretati.
La prefazione
del nuovo libro «Così ci uccidono» è subito un pugno
allo stomaco. Il proprietario di un'azienda – invano
portata in giudizio - che in Sicilia inquina
l'ambiente e danneggia la salute dei suoi operai è
il padre dell'attuale Ministro per l’Ambiente,
Stefania Prestigiacomo.
Un macro conflitto d'interessi tra potere/profitto e
salute/ambiente...
«Giuseppe Prestigiacomo è stato indagato perché
accusato di avvelenare i suoi operai. Il processo è
finito in prescrizione nel 2008. Oggi è ancora
imputato per danneggiamenti ambientali. L'assurdo
-spiega Fittipaldi- è che la fabbrica è controllata
da una holding di cui Stefania è stata socia di
maggioranza fino al 2009. Un ministro dell'Ambiente
proprietaria di fabbriche inquinanti si può vedere
solo in Italia. Ma le assurdità che ho trovato
lavorando all'inchiesta sono tante: tralasciando
l'inchiesta sul traffico illecito di rifiuti in cui
sono coinvolte aziende top come Lucchini e
Marcegaglia, ho trattato delle accuse ad Andrea
Benetton, che avrebbe inquinato alcune sue proprietà
vicino Caserta, della devastazione causata dall'Ilva
di Emilio Riva a Taranto, dei bimbi malati vicino
Roma, dove hanno insistito per decenni le onde
elettromagnetiche di Radio Vaticana».
Sembra che l'atteggiamento apatico che ha l'operaio
siciliano avvelenato dalla Ved dei Prestigiacomo sia
un po' quello della maggior parte dei suoi colleghi
ed di buona parte del sindacato attuale. «Il
sindacato vive uno dei momenti più difficili della
sua storia: non riesce a difendere i redditi dei
lavoratori, gode di scarso favore da parte
dell'opinione pubblica, è troppo occupato alle lotte
intestine per il potere e le poltrone. La sicurezza
degli operai mi sembra l'ultimo dei suoi problemi»
continua il giornalista. E sembra anche che le
associazioni ambientaliste abbiano sottovalutato in
questi ultimi anni la stretta relazione tra il
diritto al lavoro e alla salute e la tutela
dell'ambiente. «A me preoccupa soprattutto l'assenza
di una forte cultura ambientalista in Italia»
sottolinea Fittipaldi. Che aggiunge: «Tranne
comitati che nascono per emergenze territoriali e
specifiche come quelli per il «no agli inceneritori»
o quelli che difendono la Val di Susa, negli ultimi
vent'anni l’Italia si è allontanata dall'Europa. In
parlamento i Verdi sono stati spazzati via, le
tematiche ambientali fregano a nessuno. Restano in
pochi, spesso inascoltati, a trattare di ambiente e
salute».
Da qui la riflessione si allarga sulla mancanza di
una visione di sviluppo industriale rispettoso per
l'ambiente. E vien da chiedersi: è solo un problema
di ingordigia, di rapina e sfruttamento, di miopia
imprenditoriale oppure di totale disinteresse per le
generazioni future?
«L'illegalità si diffonde a macchia d’olio, come un
cancro. Io sono campano -ricorda l'autore- e ho
scritto questo libro cercando di capire se la
devastazione della mia regione fosse un unicum, o se
invece le abitudini di Gomorra rischiavano di
tracimare nel resto della penisola. Ecco: ho
scoperto che gli affari milionari che si fanno
risparmiando in smaltimento della 'monnezza' tossica
e degli scarti industriali, la cattiva qualità di
alimenti e bevande, la totale assenza di ogni
scrupolo nei confronti della pelle di tutti
(avvelenatori compresi) tutto ciò è un fenomeno
nazionale».
Nel libro di Emiliano Fittipaldi si legge infatti:
«I veleni trasudano dalle fondamenta delle scuole.
Dai giardini degli ospedali. Dagli anfratti dove
sono stati seppelliti. Un letame tossico che
contamina un territorio grande come la Liguria
(...). Siamo in pericolo nei gesti più semplici e
vitali: vivere, respirare, bere, nutrirsi; in
pericolo, nonostante per proteggerci siano state
bruciate cifre incalcolabili di soldi pubblici.
Soldi nostri, finiti in privatissime tasche». Cosa
potremmo fare per rovesciare le loro tasche e
invertire la tendenza? Esistono insomma esempi di
buone pratiche altrove? E qui da noi? «Bisogna
diffondere le informazioni, bisogna indignarsi, e
raccontare. Quello che si sa, la verità che nessuno
vuole sentir dire. Per modificare l'etica di una
nazione c'è bisogno di tempo. Tanto tempo. Se
nessuno inizia, però, non cambierà mai». [Recensione
tratta da www.grillonews.it]
Così ci uccidono
di Emiliano Fittipaldi, editore Rizzoli |