Nella fabbrica degli struzzi
Dagli struzzi a polli e conigli allevamenti come fabbriche
dal nostro inviato PAOLO RUMIZ
"La Repubblica" - 15/02
UDINE - Lo struzzo ti punta come un Velociraptor, si stacca dal branco e ti corre addosso agitando quel suo culone piumato fatto per galleggiare sulle praterie. Le multinazionali non gli hanno ancora modificato la genetica; non hanno ancora evirato questo gladiatore della Pampa che ti sfida con l'occhio giurassico, extracomunitario, incazzato e vitale. Chiuso nel suo allevamento nella Bassa friulana, il bestione chiamato a essere "carne alternativa" in tempi di follia bovina, pare l' ultimo capo ribelle di un popolo sterminato di reclusi.
SONO seicento milioni i pennuti e i conigli sfornati ogni anno dal pianeta Italia, e concentrati qui, fra Adige e Alpi Giulie, in mezzo ai campi di mais e le fabbriche del mitico Nordest. E' un viaggio, questo, nel cuore del turbocapitalismo alimentare, in un mercato criptato, impenetrabile, iperigienico, tirato allo spasimo, dove l'allevatore conta sempre meno e dove la genetica altrui, i mangimi e la grande distribuzione fanno il bello e il cattivo tempo. Un pollo da rosticceria raggiunge il suo peso in quaranta giorni. Se ce la fai in meno tempo, ci guadagni; altrimenti, perdi. Per chi - e sono una minoranza - non lavora in "sòccida", cioè in leasing e a prezzo garantito per le grandi concentrazioni, una giornata può fare la differenza tra profitto e bancarotta. Specie quando il mercato corre, come ora che mucca pazza spinge su pollami e affini. Il risultato è la corsa alla crescita accelerata, alle "bombe" alimentari.
Ti ci vuole poco a capire che la storia non sta negli allevamenti, che devi cercare oltre la catena di montaggio, i nastri trasportatori dei pulcini, i frullatori di zampe, code e frattaglie. Oltre le gabbie dei tacchini da diciotto chili pronti al macello. Ti basta guardare negli occhi uno qualsiasi dei ventimila polli che pigolano in un capannone sigillato. Il pollo non è un vitello, non chiede sei chili di foraggio per crescere di un chilo. Gliene bastano uno virgola sette. Il pollo coincide, letteralmente, col suo mangime. E allora, se esplori l'iride di quella bestia terrorizzata, vi trovi un sacco di cose. Le quotazioni della Borsa di New York, le oscillazioni delle valute, le guerre miliardarie tra case farmaceutiche. Vi leggi l'Europa di José Bové come ultima trincea contro il "Malmangiare" e la bioingegneria sovvenzionata. I cartelli del mais e della soia transgenica pronti a sfondare nella vecchia Europa dopo il bando delle farine animali, oppure i veterinari ridotti a rappresentanti. Vi leggi il consumatore inerme, il contadino che non conta più nulla, non conosce più gli animali che alleva e il cibo che riceve a scatola chiusa dai mega - mangimisti. I segni di un diaframma che si rompe verso una mutazione genetica globale della nostra alimentazione. Guardi quel pollo e ti accorgi a quanta gente conviene la storia della mucca pazza. A tantissima. Ai grandi produttori di soia, per cominciare. Come dire ai padroni dell'unica pianta capace di sostituire le proteine animali. E subito spunta una figura che tutti nominano solo a microfono spento: il Cartello di Miami. Come dire Usa, Canada e Argentina. Una decina di signori col sigaro che "fanno" il mercato della soia. Succede che la loro produzione, al sessanta per cento transgenica, è diventata improvvisamente indispensabile all'Europa. Ma Bruxelles rifiuta gli Ogm, accetta nel foraggio solo l'uno per cento di materiale geneticamente modificato. E allora? Allora il transgenico in Italia entra lo stesso, rischia di filtrare anche nelle linee di produzione "biologica". Entra perché i nostri sistemi di analisi sono solo in grado di individuarne la presenza, non di misurarla. E in futuro cosa accadrà? Potrebbe essere peggio, una liberalizzazione strisciante. "Nel 2002 - spiega Gianni Tamino, professore di chimica molecolare ed esperto di cibi transgenici - gli accordi Gatt dell'Uruguay Round ci obbligano a dimezzare il premio ai nostri produttori di soia. Significa che se non ci prepariamo a quell'appuntamento ci consegneremo alle multinazionali". Bse, polverone pilotato? Per la new economy americana, che tre anni fa non digerì il "no" europeo al transgenico, la storia della mucca pazza è cacio sui maccheroni. "La Bse ha oscurato il problema degli Ogm nei mangini" commenta Gabriele Baldan, insegnante di agraria e "fan" della gallina padovana, piumata bellezza in estinzione. "Questa storia è una manna per le biotecnologie in crisi", dice Gianfranco Marengo, del presidio "Slow Food" per le galline autoctone piemontesi. E Paolo Camerotto, veterinario di Treviso, controllore dei farmaci nel sistema alimentare: "Si apre alla modificazione genetica e si dimentica che esiste un'altra ricerca capace di produrre ibridi vegetali senza bisogno del transgenico. Ricerca seria ma, ahimé, non sponsorizzata".
Quanta puzza di bruciato. Basta annusare un po' e trovi. Per esempio che a novembre, nello stesso giorno in cui in Europa riesplodeva per le vacche l'allarme Bse, si scopriva che i polli inglesi contenevano tutti, al cento per cento, un germe micidiale: il Campilobacter. Roba resistente a tutti gli antibiotici, anche a quelli dell'ultima generazione. Ma stranamente solo la mucca - quell'unica mucca - fece notizia, e un intero esercito di galline ai superbatteri sparì nell'ombra.
L'Italia? Un grande Paese, grande davvero, per gli interessi altrui. Ha sterminato tutte le sue galline per produrre solo ibridi olandesi, inglesi e americani. Oggi le bestie nei pollai paiono la formazione del Liverpool: Warren, Lohman, Cobb, Ross, HiLine. Lo stesso per i conigli: "Siamo i più grandi produttori d'Europa - sbotta Giorgio Livon, veterinario friulano specialista in mangimi - ma il 90 per cento dei nostri esemplari viene da genetica francese". Sulle nostre carni, in compenso, abbiamo controlli micidiali: in una ditta capita che nella stessa settimana irrompano i Nas (ministero dell'Interno), gli uffici repressione frodi (ministero dell'Agricoltura), le Asl (Sanità), ciascuno muovendosi a suo modo in una selva legislativa inestricabile. Risultato: tutti potenzialmente colpevoli. Quindi tutti ricattabili, oppure tutti furbescamente assolti. All'italiana. Guarda che accade con la Nicarbazina, un antiparassitario che entra nei polli attraverso i vegetali dei mangimi. All'estero c'è una soglia di tolleranza massima. In Italia no, tolleranza zero. Conseguenza paradossale: si son distrutte centinaia di migliaia di nostre uova, ma per solo poi acquistare dall'estero uova altrui col triplo di Nicarbazina, ma "sane" per il loro Paese d'origine. Poi, quando si vide che la carne di quasi tutte le galline conteneva un minimo di insetticida, si convenne che non si potevano sterminare 600 milioni di volatili. Così, al ministero ti scodellarono la furbata: disporre la ricerca della Nicarbazina dove non c'è, nel muscolo. E non dove c'è, nel fegato.
Già, ma i veterinari che fanno? Non sono i garanti del nostro cibo? Mica sempre. Talvolta sono preda dei mangimisti e delle ditte fermaceutiche, che li tempestano di prodotti. In Italia abbiamo produzioni di qualità altissima. Sono i controlli che fanno acqua". Nessuno premia la qualità, in un mercato dove la distribuzione gioca al ribasso. Nel Cividalese il signor Elso Cargnelutti, uno dei pochi pollicoltori indipendenti d'Italia, tiene le sue bestie come regine, su una lettiera dove non vedi una cacca. "Quando i macellatori me le ritirano, mi dicono: signor Cargnelutti, che bei polli ha! Ma a me non me ne viene in tasca niente. Eppure mi creda. Oggi, con l'aria che tira, l'unica strada è la qualità". Leonardo Ricci produce uova d'alta qualità a Pieve di Soligo, Treviso, sa che la sfida comporta una rivoluzione culturale. "Il consumatore dovrebbe coalizzarsi con l'allevatore. Far sì che la qualità sia riconosciuta, pagata e arrivi a destinazione. Che un uovo costi 350 lire invece di 300 non cambia la vita della gente. Ma cambia la vita del contadino. Lo spinge su un circuito virtuoso".
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