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BIOTECNOLOGIE / I NUOVI CIBI MANIPOLATI IN LABORATORIO

Metti in tavola il carciotopo

Carciofi con geni di topo più resistenti ai virus. Formaggi che non fanno la muffa. Cavoli anti-gelata. Pomodori a lunga durata. E mais, riso, barbabietole, patate, latte, frumento col Dna modificato. Un progresso, certo. Ma hanno ragione gli ecologisti a gridare al pericolo?
di Gerardo D'Amico

Pomodori che possono restare settimane nel frigo senza marcire. Riso che diventa rosso perché addizionato di proteine e vitamina A, e si può coltivare anche in acqua salmastra. Formaggi che non ammuffiscono. Latte per vaccinarsi contro le malattie esantematiche. Cavoli e ortaggi resistenti alle gelate. Patate, mais, granturco, carciofi, tabacco e altre decine di vegetali immuni da qualunque attacco di virus e batteri. Verdure e cereali che prima di arrivare sulle nostre tavole vedono la luce in un laboratorio di ingegneria genetica e subiscono complicati interventi nelle loro strutture molecolari. Per diventare qualcosa che non si era mai visto: ibridi vegetali-animali, metà carciofo, metà topo. In una parola: piante transgeniche. È.la nuova sfida che la biotecnologia sta vincendo.

L'intuizione di manipolare il Dna di una pianta per ottenere prodotti sempre più perfetti, conservabili e soprattutto resistenti agli attacchi di microrganismi e insetti, venne in mente nel 1976 ai ricercatori di una piccola società californiana, la Genenthec. Poi, nel giro di pochi anni, le tecniche di ingegneria genetica hanno rivoluzionato le possibili applicazioni e fatto schizzare il fatturato di questo settore dai 2,7 miliardi di dollari del 1989 ai 14 del '94. Che diventeranno 60 nel 2000 e 150 nel 2005, visto che il trend di crescita dei cibi transgenici non sembra conoscere battute d'arresto.

La sperimentazione abbraccia un migliaio di progetti portati avanti in Europa, Canada, Stati Uniti, anche se i brevetti più importanti restano nelle mani di poche multinazionali che per vent'anni mantengono il diritto di sfruttare commercialmente il frutto delle loro ricerche., dice Eugenio Benvenuto, il biologo molecolare dell'Enea che per primo è riuscito a dotare un carciofo di un sistema immunitario.

Le piante, al contrario dei vertebrati, non possiedono anticorpi capaci di attivare difese se l'organismo viene attaccato da virus o batteri: sono solo in grado di "bruciare" le cellule della zona attaccata, nella speranza di isolare il nemico. Ma il più delle volte perdono la loro battaglia. .Malattie e insetti distruggono circa un terzo della produzione mondiale di vegetali destinata all'alimentazione, complicando il problema di sfamare una popolazione mondiale che aumenta di 90 milioni di persone l'anno, dice Ralf Hutter, vice-presidente del Politecnico di Zurigo.

La seconda rivoluzione verde

A parte il mancato guadagno, il forte calo della produzione agricola negli ultimi dieci anni sarebbe tra le prime cause dello stato di grave denutrizione di 900 milioni di persone nei paesi più poveri. Se si avvereranno le proiezioni demografiche che prevedono tra cinquant'anni quasi il raddoppio della popolazione del pianeta, ecco che diventa una sfida contro il tempo quella dei ricercatori per arrivare alla seconda "rivoluzione verde", dopo quella degli anni Cinquanta.

Qualcuno, però, dice che è ora di lanciare l'allarme. Come Fabrizio Fabbri, dirigente del-l'associazione ecologista Greenpeace. .La nuova strada mirata alla superproduzione, che immette nella natura specie mai viste e soprattutto dall'evoluzione incontrollabile, è piena di incognite. La sperimentazione è ancora troppo giovane, e non sappiamo sul lungo periodo quali conseguenze per la nostra salute potrebbero avere gli innesti tra piante e animali. In passato abbiamo già pagato caro in termini di produzione molti errori. Prima abbiamo scontato i danni del Ddt. Poi abbiamo riempito il il mare di alghe; abbiamo drogato i terreni con pesticidi, diserbanti e concimi chimici, al punto che i campi avevano bisogno di dosi sempre più massicce di composti chimici per produrre, fino a salinizzarsi..

Albicocche vaccinate

Disfattismo ecologista? A scatenare le preoccupazioni degli ambientalisti è proprio il meccanismo di ibridazione che porta al "carciotopo": per rendere immune il carciofo dal virus chiamato "dell'arricciamento maculato", Benvenuto e i suoi colleghi hanno infettato con questo agente patogeno un topo, il cui sistema immunitario si è messo immediatamente a produrre anticorpi per difendersi dal virus. I geni responsabili della risposta immunitaria nell'animale sono stati identificati, isolati, modificati e infine inseriti nella struttura cellulare della pianta attraverso un altro microrganismo, l'agrobacterium, che ha funzionato da veicolo. Così il vegetale è diventato attivo contro il virus.

I primi tentativi di questo tipo avvenivano già nel 1989. Da allora moltissimi altri studi hanno interessato le colture più disparate, e i prodotti biotecnologici sono rapidamente passati da un centinaio a più di 700. Si va dalla pianta-scorpione, messa a punto da un centro ricerche del Wisconsin, capace di difendersi dagli insetti grazie a un gene che nello scorpione produce il micidiale veleno, alle albicocche "vaccinate" dai ricercatori dell'università di Agraria di Vienna contro il virus del vaiolo delle piante, che deforma e buttera questi frutti. C'è il pomodoro americano cui è stato inibito un enzima che degrada la pectina, per evitarne il rammollimento e tenerlo più a lungo sul mercato (oltre a farlo maturare sulla pianta invece di raccoglierlo acerbo e poi trattarlo con ossido di etilene). Il mais modificato capace di eliminare le larve di piralide. Le barbabietole che producono più zucchero. Un tabacco resistente agli erbicidi. Patate e frumento reattivi ai funghi. Colza a basso contenuto di acido erucico e soia a forte apporto di lisina, un aminoacido che normalmente è presente in piccole dosi e deve essere aggiunto ai mangimi.

Un fatto di gusto

L'obiettivo è quello di ridurre l'uso (e la spesa) di anticrittogamici e di erbicidi, e di arrivare alla produzione di alimenti sempre più completi e conservabili, che mantengano, come spiega Giuliano D'Agnolo, direttore del laboratorio di Biologia cellulare dell'Istituto Superiore di Sanità, tutte le qualità organolettiche, il gusto, la consistenza, la composizione chimica di quelli cosiddetti naturali.. E aggiunge: Non capisco l'allarme di molti consumatori: forse esistono ancora coltivazioni naturali? Gli innesti, la selezione di piante sempre più resistenti, l'introduzione di colture estranee a un territorio, non sono manipolazioni che l'uomo ha tentato da sempre per migliorare i raccolti? Inoltre, prima di avviare la sperimentazione di piante modificate occorrono varie autorizzazioni e il tutto è poi sottoposto a rigidi controlli da parte del ministero della Sanità e di altri organismi, secondo le direttive della Comunità Europea. Verifiche serie e rigide. Infine, il Dna modificato che noi assumiamo attraverso il vegetale viene distrutto o dal processo di cottura o dalla nostra stessa digestione.

Reazioni allergiche

Le diffidenze di consumatori e am-bientalisti nascono dal fatto che il viaggio delle biotecnologie applicate all'alimentazione non è stato senza incidenti. .È il caso del mais transgenico prodotto da una multinazionale, manipolato per combattere il Bacillus thuringensis: è stato inserito come marcatore genetico un frammento di Dna che ha poi dato resistenza a un importante antibiotico, la ampicillina, agli animali che hanno mangiato quel mais. E chi ci garantisce che lo stesso non possa accadere anche agli uomini, magari consumando una fettina che viene da quell'animale diventato resistente all'antibiotico?, si domanda Fabbri.
La situazione è ancora molto confusa, aggiunge Lucia Venturi di Legambiente: Noi non abbiamo pregiudizi contro le manipolazioni genetiche che portano agli alimenti transgenici; chiediamo solo che il consumatore sia adeguatamente informato di quello che mangia attraverso l'etichettatura di questi particolari prodotti.

A difesa di queste tesi si cita il caso della soia ibridata con la noce brasiliana, una soluzione subito accantonata perché dava reazioni allergiche in alcuni soggetti sensibilizzati. Ora si sta sperimentando un accostamento con la petunia, una pianta ornamentale che non fa parte della nostra dieta e quindi non si sa se possa produrre eventuali risposte allergiche. Che fare?

È importante che la ricerca vada avanti, interviene Pierdaniela Valenti, ordinario di Microbiologia alla Seconda università di Napoli: Ma occorre anche una nuova metodologia per valutare la sicurezza dei cibi transgenici, con particolare riferimento alla immunotossicità ed allergenicità. Per questo noi abbiamo avviato un master per formare biotecnologi capaci anche di prevedere ed evitare i possibili rischi di queste sperimentazioni. Mi riferisco soprattutto agli effetti inaspettati di questi trattamenti su piante non "target", una volta messi a coltura i vegetali transgenici.

Insomma, bisogna che ci siano trasparenza, sicurezza e diversificazione della ricerca. Anche per evitare il rischio che le produzioni agricole future siano controllate dalle poche multinazionali che già oggi detengono la maggioranza di questi brevetti.

 

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