www.rfb.it - Resistenza ai Frankenfood ed alla Biopirateria

BASTA VELENI
Sciopero della fame e presidio contro i neonicotinoidi
--------------------> clicca per aprire la sezione dedicata <--------------------



"If you think you are too small to make a difference, try sleeping with a mosquito"     H.H. the Dalai Lama

 

Campagna per la Sicurezza Alimentare
link & links

I migliori articoli che vale la pena di archiviare

ringraziamo autori e testate per il consenso

leggi anche: La farsa del "Golden Rice"

Vai alla pagina di Avvenire online

INCHIESTA:
Fa discutere l'ipotesi delle biotecnologie nella lotta alla denutrizione. Ma il Terzo mondo si ribella
Cibi transgenici contro la fame?
C'è chi spera di salvare la vista, e la vita, di 120 milioni di bambini immettendo nei chicchi di riso la vitamina A che è nelle foglie

Luigi Dell'Aglio

 

Se i cibi transgenici mirano quasi esclusivamente a sfamare i poveri del mondo, come mai le colture biotecnologiche piacciono tanto a Tony Blair, capo del governo di un paese dove si fanno cinque pasti quotidiani, e invece scatenano un turbine di proteste senza fine proprio a Calcutta, dove a stento si mangia una volta al giorno? In India sono stati dati alle fiamme camion carichi di sementi "ingegnerizzate", e la folla ha devastato le coltivazioni al grido di "Bruciamo Monsanto" (la multinazionale Usa del settore). Contro la rivoluzione genetica che sta investendo l'agricoltura in tutti i continenti, si è formato un fronte che comprende tutta l'Africa e parte dell'Asia e dell'America Latina. Lo schieramento raccoglie quasi tutti i paesi con gravissimo deficit alimentare. E' un aspetto che rischia di disorientare ancora di più quanti tentano di farsi un'idea ponderata sulla questione. Ma insomma le colture geneticamente modificate possono o no risolvere il problema della fame nel mondo?
E' il tasto sul quale battono i fautori del Frankenfood (o cibo di Frankenstein, come gli alimenti transgenici sono chiamati dai contestatori più irriducibili). Scrive sul Guardian Bernard Dixon, dirigente della Federazione europea per le biotecnologie: «Non c'è dubbio: grazie all'ingegneria genetica, l'agricoltura del Terzo e Quarto Mondo non vedrà più andare perdute quelle alte percentuali di raccolto che oggi finiscono in pasto a insetti e parassiti». Dixon si associa a Gordon Conway, che è stato docente di tecnologia ambientale all'Imperial College di Londra, il quale aveva dichiarato: «Basterà trasferire nei chicchi di riso la vitamina A oggi contenuta nelle foglie, e si potrà salvare la vista - e la vita - a 120 milioni di bambini».
L'introduzione delle nuove colture dovrebbe stare a cuore principalmente ai paesi in via di sviluppo, perché queste colture resistono anche in condizioni climatiche sfavorevoli, cioè nelle terre aride, interviene il professor Claudio Peri, dell'Università di Milano, uno dei maggiori esperti europei di tecnologia alimentare. E' vero che, tra vent'anni, gli attuali 750 milioni di esseri umani sottonutriti diventeranno quasi tre miliardi. Ma, se i terreni coltivati con sementi transgeniche, dai tre milioni di ettari del 1966, passeranno, entro l'anno 2000, a 60 milioni di ettari in tutto il mondo, non c'è dubbio che l'aiuto dell'ingegneria genetica può essere considerato decisivo nella lotta alla fame nel mondo. «Le biotecnologie rappresentano un'opportunità importante. Tanto più che le applicazioni di cui si parla non pongono per ora alcun rilevante rischio né alla salute dei consumatori né all'ambiente», spiega Peri. Ma un ragionamento del tipo «finalmente, grazie all'ingegneria genetica, cacceremo la carestia dal pianeta» è troppo semplicistico e anche poco sincero. «La fame nel mondo», dice «ha ragioni diverse e molto complesse. A dire la verità, se il mondo fosse capace di darsi un'organizzazione adeguata, la fame potrebbe essere sconfitta anche subito, con le conoscenze e le risorse già disponibili». In vari paesi sono state proposte innovazioni nell'agricoltura tradizionale, che da sole sarebbero bastate ad accrescere la produzione. Per mille e una ragioni, non ci sarebbe bisogno di attendere l'arrivo dell'ingegneria genetica.
Cominciano allora a delinearsi i motivi per cui il Sud del mondo fa la guerra ai cibi transgenici. Teme la progressiva scomparsa della biodiversidità, spiega il professor Peri. «Quando si mette a punto una coltura di elevata produttività, le varietà indigene, patrimoni genetici potenzialmente interessanti, vengono emarginate, e talora si perdono. Ecco una questione che le agenzie mondiali dello sviluppo, come la Fao, debbono considerare con la dovuta attenzione, prendendo le necessarie contromisure». Da un rapporto riservato in possesso del governo inglese, citato da "Friends of the Earth", risulta che molte piante rischiano di scomparire dal pianeta se si diffondono soia, grano, cotone e verdure transgeniche. E anche le fonti cui si rifà il principe Carlo dicono la stessa cosa.
Ma non è tutto. Tra i 175 paesi che a Cartagena, in Colombia, reclamavano un accordo internazionale sulla biodiversità, la maggioranza non nascondeva la propria opposizione non solo ai "biopirati" ma all'oligopolio dell'agricoltura mondiale che le biotecnologie stanno creando. I paesi in via di sviluppo non protestano perché temono i rischi biologici dell'ingegneria genetica applicata nei campi. Ce l'hanno con le multinazionali (Monsanto, Novartis, AgroEvo, Dupont e Zeneca, per citare le principali) perché, come denunciano decine di siti Internet, questi colossi pretendono di brevettare (ritoccandole geneticamente) le piante di mezzo mondo e di rivenderle - a prezzi di monopolio - alle popolazioni che quelle piante avevano coltivato da tempo immemorabile. «Milioni di piccoli agricoltori, che non hanno accesso alle nuove tecnologie, verranno tagliati fuori dal mercato. La fame aumenterà, invece di diminuire» è l'allarme lanciato da Vandana Shiva, direttore dell'Istituto di scienza, tecnica ed ecologia di Nuova Delhi. Nessuno nega che un'organizzazione come quella di cui dispongono i colossi dell'agricoltura mondiale sia in grado di portare rapidamente a termine la trans-rivoluzione agricola, ma ne faranno le spese, almeno all'inizio, molti paesi in via di sviluppo.
Luigi Dell'Aglio

Vai alla pagina dei link