www.rfb.it - Resistenza ai Frankenfood ed alla Biopirateria

BASTA VELENI
Sciopero della fame e presidio contro i neonicotinoidi
--------------------> clicca per aprire la sezione dedicata <--------------------



"If you think you are too small to make a difference, try sleeping with a mosquito"     H.H. the Dalai Lama

 

Campagna per la Sicurezza Alimentare
link & links

I migliori articoli che vale la pena di archiviare

ringraziamo autori e testate per il consenso

 
Le conquiste degli scienziati e il potere del denaro

Michele Serra - "La Repubblica" - 14/02 

Nel mio bar sono stati letti e apprezzati, sulla «Repubblica» dei giorni scorsi, l'editoriale di Antonio Polito e l'intervista al ministro Veronesi, che mettevano in fila con chiarezza le ottime ragioni del progresso scientifico e della libertà di ricerca. Nel mio bar perfino i credenti, che non mancano, hanno più familiarità con gli antibiotici che con la Genesi. Sanno che il biotech nasce con il primo innesto di un albero da frutta. E dunque capiscono bene che cosa intende Polito quando allude alla deriva reazionaria che può nascere da un'ipotetica empatia biancoverde (o addirittura neroverde), creazionismo più «naturismo», ostili per ideologia, se non per superstizione, a ogni mutamento che l'uomo osi imporre ad un presunto ordine naturale stabilito una tantum, ai tempi dei tempi, da Dio Padre e/o da Natura Madre.

Resta il fatto che nel mio bar, sia pure azionando all'unisono i nostri precari strumenti di cultura scientifica (da bar, appunto), ci siamo resi conto che in tema di biotecnologie qualcosa, nel fondo del nostro comprendonio, rimaneva, se non ostile, perlomeno guardingo. E poiché abbiamo la presunzione di non essere reazionari, e vogliamo sentirci a pieno titolo nostri coevi, bene in arcione ai tempi, vorrei provare qui di seguito a definire questo qualcosa, sperando possa essere utile, se non al dibattito tra le autorità competenti, perlomeno ai clienti di altri bar. Tanto più che questo «qualcosa», depurato delle sue componenti irrazionali e ansiogene, ci sembra conservi un nocciolo di ragionevolezza, se non di razionalità, che lo rende perfettamente compatibile con l'argomento scientifico. 

Provo a dire.

Se è vero che l'attitudine (meritoria) a scompaginare i rapporti preesistenti con la natura è antica quanto l'uomo, è noto che negli ultimi anni l'intervento umano sulla natura ha subito un'accelerazione spasmodica. Iperbolica. La classica progressione geometrica. Se è immaginabile che in passato ad ogni intervento umano seguisse un periodo di assestamento, in grado di far «digerire» alla natura (e alla psicologia umana, che della natura fa parte) ogni novità, oggi la curva del mutamento si è impennata così bruscamente, e le novità sono tali per qualità e quantità, da far temere (ragionevolmente temere) che l'impatto sul sistema uomo/natura possa essere imprevedibile e incontrollabile.

Che il troppo possa stroppiare non è detto solo nei proverbi, che spesso sono il ricettacolo della vulgata popolar reazionaria. E' stabilito anche dalla sapienza empirica. Certo, il «troppo» è una misura spesso soggettiva, non facile da definire. Ma se la formula «sviluppo sostenibile» è vaga, ancora più vaga (e ascientifica) è l'idea che sia possibile il suo contrario, cioè l'infinita accelerazione di tutto (lo sviluppo economico al pari di quello tecnologico e scientifico) senza che si arrivi mai a un punto di rottura. O esiste un motore che nessuna temperatura arrivi a fondere, e nessuna sollecitazione arrivi a rompere? 
Anche ammesso (e non concesso) che questo punto di rottura non esista, grazie a quale dose di ottimismo, o di fresconeria, possiamo illuderci che la ricerca e la sperimentazione scientifica, giunte a così nevralgiche scoperte sulla vita dell'uomo, siano orientate anche dalla necessaria premura filantropica e non solamente dalle leggi del profitto, per dirla più piatta: dall'avidità umana?

Se il mercato dei calvi negli Stati Uniti fosse molto più appetitoso del mercato dei moribondi in Africa (e lo è....), molti rispettabilissimi laboratori di genetica, con i fondi di rispettabilissime fondazioni e perfino di rispettabilissimi governi, preferiranno clonare ciuffi e basette piuttosto che braccare retrovirus. E quand'anche ogni benestante d'occidente, e satrapo d'oriente, avesse accanto al letto il suo bravo guardaroba di nuovi organi di ricambio clonati da una sua propria unghia, gli esclusi si acconteranno di invidiarlo, come per la Jacuzzi, o chiederanno ragione (col fucile in mano, e che diamine) di una scienza così «neutrale» da progettare una Quarta Età per i ricchi e abbandonare l'ipotesi, economicamente irrealistica, di far campare i poveri almeno fino alla Seconda Età?
Alzare le spalle di fronte a un quesito del genere significa, né più né meno, dare per scontato che il mercato possa e sappia selezionare, da sé solo, il fabbisogno di salute, e di speranza di vita, dell'intero genere umano. Significa, insomma, deificare il Mercato nella stessissima maniera in cui altri deificano la Natura. Significa confidare ciecamente, e senza il supporto di neanche mezza prova «scientifica», in un mercato previdente e generoso che oggi sperimenta su pochi eletti ciò che domani sarà esteso, se non a tutti, a moltissimi. (E la prova empirica, dov'è? Non dicono forse, le statistiche, che ricchezza e povertà tendono a concentrarsi, negli ultimi decenni, presso i rispettivi titolari?)

La preoccupazione con la quale molti guardano allo smisurato potenziale delle tecnologie genetiche non è dettata, dunque, da preconcetti nei confronti della ricerca scientifica e di ottimi professori come Dulbecco, dai quali dipende in buona parte la prospettiva di vita nostra e soprattutto dei nostri figli. La preoccupazione è dettata da una sana diffidenza nei confronti dell'onnipotenza del denaro, e della sua capacità di fagocitare orribilmente (per esempio: brevettando forme di vita, come già avviene) la scienza stessa. Sospettare della scienza e sospettare dell'avidità umana e del potere economico non è proprio la stessa cosa, ma far finta di non capirlo aiuta molto a liquidare come reazionarie ogni critica e ogni inquietudine. 
Se spaventa, giustamente, un possibile incrocio di punti di vista tra oscurantismo clericale e fondamentalismo ambientalista, non rassicura affatto il troppo frequente incrocio tra uno spensierato neopositivismo e un forsennato liberismo. Quando è fede, è fede. Non aiuta a capire né a ragionare. Aiuta solo, quando si guarda il bicchiere, a vedere solamente la metà piena o la metà vuota a seconda della rispettiva illusione.