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L'etichetta col trucco
Da lunedì scatta l'obbligo di indicare i cibi geneticamente modificati oltre l'uno per cento

LUCA FAZIO

Come non tutte le ciambelle riescono col buco, non tutti i regolamenti dell'Unione europea studiati con le migliori intenzioni riescono a scongiurare la presenza degli organismi geneticamente modificati nei cibi. Lunedì entrerà in vigore il regolamento comunitario del 10 gennaio 2000, che agli articoli 49 e 50 obbliga le imprese alimentari a indicare sull'etichetta se i prodotti contengono ogm in una percentuale superiore all'uno per cento. Si tratta di un compromesso studiato col bilancino per non scontentare il consumatore, sempre più attento a ciò che mangia e nello stesso tempo per non dare dispiaceri all'industria alimentare. Siamo ancora lontani dall'etichetta trasparente.

Cerchiamo di capire il perchè di quell'uno per cento. Sotto quella soglia la contaminazione del prodotto alimentare viene considerata accidentale, una sorta di incidente di percorso. Esempio. Il mais che arriva in Italia viene stoccato nei porti di Siracusa e Ravenna; o arriva mescolato - teniamo conto che il 38 per cento del mais canadese e americano è geneticamente modificato - oppure al "naturale", ma anche in questo caso rischia la contaminazione nelle stive dei bastimenti: se la contaminazione è superiore all'uno per cento viene però considerata intenzionale. Ma il problema è un altro. Lo stesso obbligo di segnalazione non è imposto alle industrie che forniscono le materie prime, quindi chi trasforma il prodotto finito (le marche che troviamo sugli scaffali) teoricamente potrebbe trattare prodotti geneticamente modificati senza saperlo.

"Il fatto è che le aziende - spiega Ivan Verga, dell'associazione Verdi Ambiente & Società - per l'etichettatura si limiteranno a chiedere un'autocertificazione che esclude la presenza di omg nelle materie prime che acquistano". Troppo poco per andare sul sicuro. Per questo motivo la Confartigianato parla di provvedimento "paradossale" e chiede che l'obbligo della dichiarazione sia esteso anche alle industrie che forniscono le materie prime. L'Esselunga, una delle più grosse aziende di distribuzione alimentare, molto attenta al "biologico", ha aggirato la questione rinunciando ad utilizzare il mais per la produzione di amido riservato ai suoi prodotti. Se ne deduce che, nonostante le etichette, non esiste mais sicuro.

Nemmeno va sottovalutata la questione dei controlli. Quand'anche ci fosse una legislazione severa che imponga l'etichettatura, lo stato attualmente è sprovvisto di strumenti di controllo e carente dal punto di vista della formazione di tecnici qualificati. Su invito dell'associazione Verdi Ambiente & Società, ogni anno alcuni tecnici dell'università di Sion tengono dei corsi all'università di Parma per insegnare la tecnica Pcr, una delle più avanzate per individuare gli organismi geneticamente modificati. "Per il resto siamo ancora prossimi all'anno zero", ammette Ivan Verga. C'è un altro aspetto che rende poco incisivo il regolamento comunitario che entrerà in vigore lunedì: non sono previste sanzioni per chi infrange le regole. Nel frattempo "il nemico" non resta a guardare.La Monsanto, industria chimica e biotecnologica leader nella promozione di ogm, ha appena annunciato alla comunità scientifica nuove scoperte sul genoma del riso.

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