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 Venerdì 9 Giugno 2000 - RAI 3 - ORE 23.00
I GLOBALIZZATORI

parte 4
(torna alla parte 3)

di Paolo Barnard
dpbarnard@tin.it

E infatti questo accordo prende di mira proprio le etichette: le etichette che ci dovrebbero dire se nei giocattoli che diamo ai nostri piccoli ci sono sostanze tossiche, se nei cibi che mangiamo ci sono ingredienti geneticamente modificati, o se i palloni che compriamo sono fatti da bambini sfruttati nei paesi poveri. Iniziamo proprio da questo esempio. Susan George spiega: "Il calcio è sicuramente un grande sport, anche se io sono americana! Ma l'accordo WTO sulle Barriere Tecniche al Commercio ci impedisce proprio di rifiutarci di importare palloni da calcio cuciti dai bambini sfruttati in Asia. Per i globalizzatori un pallone è un prodotto e lo possiamo rifiutare solo se è di cattiva qualità e non se è fatto da piccoli schiavi."

Damiano Tommasi, mediano della Roma, è da tempo impegnato contro l'importazione di palloni prodotti col lavoro minorile. Un accordo del WTO rischia dunque di vanificare il suo impegno. Lo sapeva? "No, non lo sapevo" mi dice Tommasi al termine di un allenamento di fine campionato. "E' una brutta notizia. E' un altro segnale che l'economia e la globalizzazione prevalgono su qualsiasi altro codice."

Proprio al ministro Fassino ho sottoposto questo punto dolente degli accordi del WTO, "lei non sa che l'Italia ha firmato le convenzioni dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro che ci danno il diritto di rifiutare i palloni prodotti col lavoro minorile!" Rispondo: "Ministro, ciò che lei afferma non sembra vero. Io cito accordi del WTO sovranazionali che già sono esistenti e che sono già ratificati dall'Italia."

Fassino adesso urla: "Ma l'Italia non ha mai ratificato nessun accordo che dice che si possono importare i palloni cuciti dai bambini sfruttati. Credo di sapere la materia di cui sono ministro!...non è possibile!"

Racconto quanto affermato dal ministro Fassino a Susan George, e lei sorpresa ribatte: "Ma certo che è possibile. Fu purtroppo scritto nero su bianco sia negli accordi del GATT che nell'accordo del WTO, ai punti 2.1 e 2.8, e i nostri governi lo dovrebbero sapere."

Interrogo anche Cecilia Brighi, la sindacalista della Cisl esperta di questioni internazionali. Le dico: "Signora Brighi, a battuta risposta: l'Italia ha firmato le convenzioni dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro che danno la possibilità di bloccare le importazioni di palloni fatti da bambini sfruttati nel terzo mondo..." C'è una pausa, la Brighi ribatte: "Chi ha detto questo?" E io: "Fassino." Lei scuote il capo.

Nel frattempo al WTO qualcuno sta già protestando contro le regole europee che vietano nei nostri giocattoli l'uso di ammorbidenti tossici. Me ne parla Fabrizio Fabbri, uno dei responsabili di Green Peace Italia: "Sta succedendo che Hong Kong e il Brasile stanno invocando l'intervento del WTO per annullare il provvedimento europeo che vieta i composti chimici pericolosi nei giocattoli per bambini. Il WTO potrebbe ritenere questa misura di tutela della salute un ostacolo alle leggi del libero commercio, in base a un accordo sottoscritto anche dall'Italia che prevede il non utilizzo di ragioni sociali o ambientali come discriminazione commerciale." Fabbri apre una borsa e fa cadere sulla scrivania una miriade di pupazzetti e bamboline colorati, quelli tossici appunto. Ma dovessero tornare questi giocattoli pericolosi, almeno che ci sia un'etichetta che ce li fa distinguere. Fabbri scuote il capo: "Teoricamente sarebbe la misura minima di tutela dei consumatori, ma è quella maggiormente contestata proprio dal WTO."

Guerra dunque persino alle etichette che ci dovrebbero informare su quello che acquistiamo, ma non solo. Ciò che veramente stupisce è scoprire che chi ha scritto gli accordi di globalizzazione ha voluto che il loro potente braccio si estendesse ben oltre i governi nazionali, e che raggiungesse persino le piccole organizzazioni volontarie. Persino loro. Per capire meglio ciò che ho detto seguiamo la signora Luciana Giordano nello shopping. Questa giovane linguista di Bologna fa parte della nutrita schiera di italiani che acquistano regolarmente il caffé equo & solidale, e questo significa che Luciana sa che il suo caffé è prodotto da lavoratori del terzo mondo tutelati nella dignità e nei diritti fondamentali. Ma come fa a saperlo? Attraverso la presenza sulla confezione dell'etichetta Transfair, oppure comprando il macinato nelle cosiddette Botteghe del mondo. Si tratta di piccole organizzazioni non a fine di lucro, ma sembra prioprio che sia loro che le loro etichette violino i contenuti del solito accordo WTO sulle Barriere tecniche al commercio.

Proprio a Bologna incontro Giorgio Dal Fiume, uno dei massimi dirigenti nazionali della rete equo & solidale e gli chiedo di spiegarmi perché i globalizzatori dei commerci temono così tanto persino le loro etichette: "Perché quello che noi scriviamo in etichetta rende possibile la libera scelta da parte del consumatore" dice Dal Fiume mentre mi fa da guida all'interno di una delle Botteghe del Mondo. "E' paradossale, ma in questo sistema globalizzato siamo noi a difendere il vero funzionamento del mercato, dove a diversa offerta corrisponde una diversa scelta. Ma proprio questo è il punto debole del WTO: può condizionare interi stati ma non può obbligare i cittadini a consumare quello che loro vogliono."

Forse Dal Fiume ha ragione, ma il WTO può costringere il governo italiano a fare tutto quanto è in suo potere per fermare iniziative come quella per cui si è impegnato. E' scritto infatti nero su bianco nell'accordo sulle Barriere Tecniche al Commercio. Lui lo sapeva? "Sì, ci siamo studiati i testi, ed è per questo che siamo andati a Seattle a contestare con ogni mezzo il WTO" conclude.

Etichettare le merci, così che il cittadino possa rifiutare quelle che violano i principi etici, o di protezione dell'ambiente e della propria salute è un diritto fondamentale che il WTO sembra volerci togliere. In tutto ciò sono chiare le pressioni esercitate dai colossi industriali, e non sono illazioni: ho trovato due documenti che non lasciano dubbi. Il primo, stilato dalla Camera di Commercio Internazionale (un'altra lobby di multinazionali che comprende anche la Pirelli e la nostra Confindustria) chiedeva al cancelliere tedesco Schroeder (poco prima della storica conferenza del WTO a Seattle) quanto segue: I programmi di etichettatura ecologica dei prodotti possono creare barriere al libero commercio, e vogliamo su questo una urgente applicazione degli accordi del WTO. Nel secondo documento ho trovato un'esplicita richiesta del Trans Atlantic Business Dialogue, che recita: Alla Commissione Europea chiediamo che un accordo internazionale sugli investimenti non sia indebolito da clausole sui diritti dei lavoratori o sulla tutela dell'ambiente.

Si comprende così come anche la legge europea sull'etichettatura obbligatoria dei cibi contenenti geni modificati sia finita nel mirino del WTO, e infatti il governo di Washington ha già iniziato a Ginevra una procedura legale per costringere Brussell a tornare sui suoi passi. Eppure quella legge non è poi così severa: essa infatti dice che se i geni modificati sono presenti nei cibi sotto la quantità dell'1%, non vanno dichiarati in etichetta. E io ho voluto fare una prova. Ho infatti comprato alcuni prodotti contenenti soia: dicono che la soia oggi sia quasi tutta geneticamente modificata, ma nelle etichette dei biscotti VitaSystem, dei crackers Misura, di quelli della Cereal e del pane a fette della Barilla non è segnalato alcunché. E allora sono andato a farli anlizzare. Ecco i risultati delle analisi. Pane alla soia della Barilla: nessuna presenza di soia transgenica; crackers della Misura, anche qui nulla di geneticamente modificato; veniamo alla Cereal: idem come prima, e cioé niente geni manipolati; e infine abbiamo i biscotti della VitaSystem, e qui la soia transgenica c'era, ma nella percentuale dello 0,6%, e la legge europea, come dicevo, non prevede che questa quantità si debba segnalare in etichetta. Ciò significa che noi consumatori stiamo comunque ingerendo e sperimentando cibo transgenico, anche se in piccole quantità, e questo prima che la scienza sappia con certezza quali saranno gli effetti sulla nostra salute.


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