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Morale e coscienza

di Giannino Piana

Professore di teologia morale.
Insegna a Novara e Urbino.
Ex presidente dell'Associazione teologica italiana
per lo studio della morale

Una bomba a orologeria sulla vita dell’uomo

L’equilibrio ecologico è la risultante di un corretto rapporto tra l’insieme dei sistemi e sottosistemi, vegetali e animali, che definiscono l’ambiente nel quale viviamo. La sua conservazione è dunque frutto di un costante impegno a salvaguardarne il patrimonio esistente e a promuoverne il miglioramento a tutti i livelli.

Le difficoltà che si incontrano nell’esercizio di questo impegno, dal quale dipende lo stesso destino futuro della famiglia umana, sono originate da una molteplicità di fattori riconducibili alla rivoluzione tecnologica in corso. La possibilità di interventi manipolativi sempre più pesanti presenta aspetti di forte ambivalenza: da un lato, si aprono infatti nuovi e positivi scenari per un più serio controllo dei fenomeni ambientali; dall’altro, emergono nuove minacce, legate soprattutto all’uso che è possibile fare (e in parte già si sta facendo) degli strumenti a disposizione.

Ad alimentare i rischi di un impatto negativo dell’azione dell’uomo sull’ambiente concorre, in misura determinante, il diffondersi di una mentalità economicista incentrata esclusivamente sulla logica del mercato, perciò su parametri produttivistici e consumistici. In questa prospettiva l’ambiente viene concepito come mero contenitore di risorse da sfruttare in termini incondizionati.

Le conseguenze di questo processo sono fin da ora evidenti: basti pensare alla diminuzione, e talvolta persino all’estinzione, di alcune specie di animali – tra questi in particolare uccelli, mammiferi e pesci – e alla scomparsa di alcune specie di vegetali e alla riduzione delle differenze specifiche di altre.

Il costante progresso della ricerca in campo biologico, grazie all’uso di tecnologie sempre più avanzate, non fa che incrementare la tendenza a interventi massicci, ispirati a parametri di sola produttività. L’aspetto più preoccupante è allora l’impoverimento della biodiversità come esito di una sempre maggiore selezione della specie attuata dall’uomo. Il che, oltre a determinare gravi problemi di equilibrio ambientale, crea le condizioni per una minore immunizzazione dalle malattie o anche semplicemente per un’alimentazione poco diversificata, e dunque meno capace di rispondere alle esigenze di una crescita globale della persona.

Il passaggio da settanta a sette specie di grano o di mais o di orzo e la riproduzione in laboratorio di nuove specie animali ricombinate hanno (e non possono non avere) effetti devastanti tanto sull’ambiente quanto sulla vita dell’uomo. Il desiderio di produrre di più si scontra con l’esigenza di una vera qualità della produzione, che ha direttamente a che fare con la stessa qualità della vita.

L’estrema gravità della situazione esige l’adozione di un atteggiamento di grande responsabilità. La tecnologia non è di per sé neutra; non la si può usare indiscriminatamente, prescindendo da un’adeguata valutazione morale. Ciò che è tecnicamente possibile non concorre necessariamente allo sviluppo di una reale promozione umana e della natura, e dunque non risulta sempre accettabile sul piano etico. Così la riduzione della biodiversità conduce a un’omologazione sempre maggiore, alla perdita cioè della ricchezza originaria della realtà legata anche alla varietà del patrimonio genetico. Per questo è necessario sottoporre costantemente a vaglio critico ogni intervento manipolativo, soppesandone attentamente conseguenze positive e negative, costi e benefici umani.

Ma è ancora più necessario tenere seriamente in considerazione l’esistenza di un margine sempre più allargato di rischio dovuto alla complessità del sistema nel quale ci si trova ad operare. L’intreccio del nuovo processo con altri precedentemente innescati dall’uomo, in un quadro caratterizzato da una situazione sempre più artificiale, dà luogo a ricadute non facilmente controllabili o che possono emergere soltanto a lunga scadenza, con ripercussioni negative talvolta disastrose.

Ciò che dunque diventa indispensabile – è questo il compito di un’etica della responsabilità – è l’elaborazione di comportamenti improntati alla prudenza e alla vigilanza, che evitino cioè l’avvio di processi irreversibili e sappiano, nello stesso tempo, mantenere permanentemente desta l’attenzione sugli aspetti negativi, in partenza non previsti ne prevedibili, dei processi avviati, in modo di poter arrestare drasticamente, se occorre, la sperimentazione in corso.

D’altra parte, non si deve dimenticare che il terreno sul quale possono radicarsi tali atteggiamenti e comportamenti è costituito dalla promozione di una nuova cultura che vada al di là delle logiche utilitariste e dischiuda nuovi orizzonti di interpretazione della realtà nel suo senso ultimo. Una cultura che faccia, in definitiva, spazio ai valori della gratuità e dell’inutile, della solidarietà e della comunione non solo tra gli uomini ma nei confronti di ogni essere vivente.

© Jesus

    Mensile di cultura e attualità religiosa

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