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Vai alla pagina dell'Espresso 01.07.1999

 

LA RIVOLTA CONTRO L'AGRICOLTURA TRANSGENICA
Ma cosa ti metti in bocca?
Prodotti col Dna modificato: è un boom. Ma in Europa cresce il rifiuto. Per paura di danni a uomo e ambiente. Finirà come il nucleare? Storia di un affare immenso sull'orlo del baratro
copyright L'Espresso-The Economist

La folla che si accalcava nell'Essex rurale poche settimane fa era un perfetto modello di biodiversità. C'erano turbanti e T-shirt, avvocati e viaggiatori new-age, riccioli giovanili e barbe incanutite. Tutti uniti contro una tecnologia apparentemente benefica: la produzione di cibi geneticamente modificati. Si tratta di un metodo che consente di aggiungere geni che conferiscono resistenza (contro insetti, funghi o virus) alle piante per evitare che muoiano o abbiano bisogno di pesticidi. Si può anche favorire la resistenza ai diserbanti, in modo che le erbacce possano essere eliminate perfino fra i raccolti ancora nel campo. Tutto questo dovrebbe aumentare la resa e abbassare i prezzi. In futuro - sperano i suoi sostenitori - questa tecnica potrebbe anche incrementare il valore nutrizionale dei raccolti. Tuttavia nonostante questi benefici, la protesta contro le modificazioni genetiche sta crescendo in Europa. I raccolti modificati sono impopolari. Uno di coloro che protestavano nell'Essex diceva: «La mia unica obiezione contro gli alimenti geneticamente modificati è che essi sono pericolosi e superflui».

Nel 1990 i raccolti geneticamente modificati non esistevano nei campi del mondo occidentale. Alla fine del '99, secondo Clive James, direttore dell'International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications, circa 40 milioni di ettari saranno coltivati con queste tecniche. Alcuni, specialmente una razza di soia resistente all'erbicida, sono talmente popolari fra i coltivatori che è diventato sempre più difficile trovare le varietà non modificate. Fino a oggi i produttori che desideravano le varietà non modificate di questi prodotti erano costretti a procurarseli da vecchi depositi o dal Brasile. Ma anche questo paese ha ora dichiarato che permetterà la commercializzazione di raccolti geneticamente modificati. Come già Stati Uniti, Argentina, Australia, Canada, Cina e Messico.

In Europa la situazione è diversa. Nonostante ci siano sperimentazioni su scala ridotta in tutti gli Stati membri dell'Unione europea, soltanto la Spagna dispone di grandi coltivazioni di mais modificato. Un provvedimento stabilisce che i paesi possano rifiutare raccolti modificati, anche se approvati dalla Commissione europea, in caso abbiano nuove prove circa i rischi. Recentemente Francia, Austria e Lussemburgo hanno esercitato il diritto di rifiutare alcuni tipi di mais e di semi oleiferi di colza geneticamente modificati.

Benché nove varietà di raccolti modificati siano state approvate per la coltivazione o per l'importazione nella Ue dal 1994, si è creata una tale tensione riguardo a questi alimenti che nessuna specie nuova è stata aggiunta alla lista approvata dalla fine dell'anno scorso.

Al rifiuto ufficiale in quasi tutta l'Europa corrisponde l'ostilità non ufficiale da parte dei consumatori. Le obiezioni si riferiscono a tre punti principali. Il primo è che la manipolazione genetica, non essendo naturale, è inaccettabile. Il secondo è che gli alimenti così prodotti sono pericolosi. Il terzo è che ha effetti negativi per l'ambiente.

Nessun raccolto è naturale

Al primo di questi argomenti i soste-nitori di queste tecniche rispondono che nessun raccolto è naturale. Anche il secondo argomento cade. Nessun test scientificamente attendibile ha mostrato che gli alimenti modificati oggi in vendita siano tossici. La terza obiezione ha un peso maggiore, sebbene ci siano pochi dati su di essa. Un possibile danno per l'ambiente include la fuga di geni trapiantati da raccolti verso specie selvatiche imparentate. Questo potrebbe conferire a esse proprietà insetticide o resistenza agli erbicidi. Un altro esperimento sui bruchi di farfalle Monarca ha mostrato un rischio potenziale per gli insetti non nocivi che si nutrivano del polline dei raccolti che contenevano un gene insetticida.

È esattamente per controllare questi rischi che gli esperimenti sul campo contro cui si accaniscono i gruppi di protesta vengono portati avanti. Ma perfino se i danni ambientali fossero dimostrati ci sarebbero due argomenti in grado di controbilanciarli. Il primo è che l'agricoltura è, per definizione, distruttiva per l'ambiente naturale: solo se i raccolti modificati fossero peggiori delle pratiche agricole esistenti ci sarebbe un valido argomento in favore. Il secondo è che almeno alcune modificazioni genetiche dovrebbero aiutare piuttosto che danneggiare l'ambiente. Se i raccolti contengono il proprio insetticida, l'impiego dei diserbanti diventerebbe superfluo.

Nessuno di questi argomenti tuttavia sembra poter rompere il ghiaccio con i consumatori, particolarmente in Europa. L'ingegneria genetica ha scatenato la protesta di attivisti di ogni genere, da Greenpeace a Christian Aid. Coloro che sono contrari dicono anche che l'industrializzazione dell'agricoltura tradizionale o la gestione industriale delle fattorie o perfino la costruzione di strade in aree rurali sarebbe un sacrilegio. Per il consumatore medio, tuttavia, le obiezioni al cibo modificato si basano sul timore che, a lunga scadenza, i prodotti possano risultare nocivi per l'uomo.

Politicamente tali timori sono comprensibili. I governi europei hanno un record tristemente negativo nel sopprimere dati scientifici sconvenienti, e, quando ciò non è possibile, semplicemente nel mentire circa la sicurezza del cibo. Con le esperienze della mucca pazza, della carne batteriologicamente contaminata e (più recentemente in Belgio) della diossina nel pollame, nei suini e nei bovini, i consumatori hanno sviluppato un sano scetticismo su ciò che le fonti ufficiali raccontano a proposito dei prodotti alimentari. Anche prima del recente furore, circa il 25 per cento dei britannici si opponevano al cibo modificato. Ora, secondo un recente sondaggio Mori, soltanto uno per cento di essi crede che tali cibi offrano solo benefici.

Alcuni stranieri non capiscono la reazione degli europei. Nessuno è stato più sorpreso della Monsanto, una società americana che possiede brevetti su diversi raccolti modificati. La sua campagna pubblicitaria del valore di un milione di sterline (circa tre miliardi di lire) sulla stampa britannica nel 1998, progettata per persuadere i consumatori circa i meriti dell'ingegneria genetica, ha raggiunto esattamente l'effetto contrario. Per i consumatori britannici, che avevano solo una minima conoscenza delle biotecnologie, l'annuncio della Monsanto che stavano per arrivare semi di soia e mais nel negozio e nel campo vicino a loro, si è rivelata come una spiacevole sorpresa.

Al contrario negli Stati Uniti, dove vengono coltivati i tre quarti della produzione mondiale di raccolti modificati, non esiste alcun dibattito pubblico sul tema. Ci sono almeno quattro possibili spiegazioni per questo. Primo: gli americani potrebbero avere semplicemente un atteggiamento più positivo verso la tecnologia. Secondo: gli Stati Uniti stanno attenti a tenere separati i territori agricoli dai campi di sperimentazione, e questo attenua le preoccupazioni. Terzo: gli americani hanno incentivi economici più alti degli europei perché spesso sono le loro industrie a produrre il materiale e i loro agricoltori a coltivarlo. E quarto, gli americani potrebbero aver già fatto pace con i cibi modificati dopo averne a lungo dubitato all'inizio degli anni 90. Oppure gli americani potrebbero solo essere malinformati su ciò che sta succedendo. Secondo un indagine dell'"International Food Information Council" a Washington D.C., quasi la metà degli intervistati sono convinti che i loro alimenti siano esenti da tecniche biotecnologiche quando in realtà queste riguardano quasi il 60 per cento del cibo prodotto nel paese. Tale ignoranza è comprensibile, dato che sulla lista densa degli ingredienti e dei valori nutrizionali indicati sul lato di una scatoletta di fagioli non si fa alcun riferimento alla modificazione genetica. Ciò è dovuto alla regolamentazione americana imposta dalla Fda (Food and Drug Administration) del 1992, secondo cui finché il cibo modificato non risulta tossico, allergizzante o «sostanzialmente non equivalente» all'analogo cibo non modificato, non è necessario indicare sull'etichetta il processo che lo ha prodotto. Questo contrasta con la legge europea riguardante la etichettatura, emessa nel 1997, che prescrive che ogni cibo deve venir registrato come un cibo modificato se esso contiene residui di Dna o proteine derivate dall'ingegneria genetica.

È sorprendente che negli Stati Uniti, un paese famoso per il potere del consumatore, i cittadini abbiano meno diritti d'informazione che in Europa. Tutto sommato, gli americani hanno troppa fiducia nelle loro istituzioni regolamentatrici, in particolare la Fda, per cadere nel panico come gli europei. Ma le cose stanno cambiando anche là.

Minor impiego di pesticidi

Da quando È iniziata la controversia in Europa, gruppi ambientalisti come il Sierra Club hanno mostrato nuovo interesse. Il governo ha iniziato a reagire. Un gruppo di alti funzionari, da sei mesi si incontra sotto gli auspici del National Economic Council per discutere la strategia americana dopo le reazioni europee. All'inizio di giugno il ministero per Agricoltura ha annunciato la formazione di un comitato consultivo per studiare l'impatto dell'agricoltura biotecnologica. Alcuni gruppi industriali, come la Grocery Manufacturers of America dicono di essere pronti a fermare la diffusione del «contagio» dall'Europa organizzando campagne, presentando scienziati e imprese uniti in un unico fronte per sostenere la nuova tecnologia. Nel frattempo Astra Zeneca ha visto cadere verticalmente la vendita del suo concentrato di pomodoro, che una volta era più richiesto del prodotto convenzionale corrispondente, da quando in febbraio è scoppiata la controversia. La maggior parte dei rivenditori alimentari britannici ha promesso di togliere gli ingredienti modificati dai prodotti di marca. Unilever e Nestlé, due grandi produttori alimentari europei, hanno annunciato piani per rifornire i negozi con cibo «non geneticamente modificato». Diverse altre imprese alimentari hanno fatto marcia indietro.

Nonostante ciò, la maggior parte dei coltivatori americani sembra poco preoccupata. Sono stati veloci a adottare le nuove tecniche, convertendo a esse il 55 per cento dei semi di soia del paese, il 50 del cotone e il 40 per cento del mais, dal 1996 a oggi. L'incentivo è soprattutto economico, dice Rosemarie Watkins della American Farm Bureau Federation. La prospettiva di un minor impiego di pesticidi (con il conseguente crollo di costi) - è attraente. Ma le agitazioni in Europa possono causare turbolenze in casa. Secondo la signora Watkins, i coltivatori americani di mais sono preoccupati per la raccolta del prossimo autunno. Circa il 5 per cento dei raccolti attuali consiste di varietà modificate, le quali devono ancora ricevere l'approvazione ufficiale dell'Unione europea. La contaminazione da parte di cereali non autorizzati può mettere in difficoltà l'intero raccolto da esportare. Nel 1998, l'America ha spedito merce per un valore totale di 200 milioni di dollari - verso l'Europa.

Il sistema americano per il maneggio delle granaglie è stato disegnato per grandi quantità e non per operare differenziazioni. Secondo Kim Nill, della American Soya Association ci sono 10 punti durante il percorso dalla fattoria alla nave durante il quale tipi differenti di semi di soia vengono deliberatamente mischiati per incrementare la loro qualità. Creare un sistema simile per tenere separate le varietà farebbe raddoppiare il prezzo finale del mais e della soia non modificati, secondo uno studio sponsorizzato dall'industria di Allan Buckwell al Wye College in Gran Bretagna. Per produttori come l'Unilever, questo significherebbe un 25 per cento d'aumento sul costo finale della merce. Non è chiaro chi sarebbe disponibile a pagare questo prezzo.

Intanto, alcune imprese stanno puntando sulla parte non modificata dei raccolti. Una società si è già lanciata. Protein Technologies International, della DuPont, ha avviato un sistema di produzione distinta, dalla fattoria al prodotto finale, per vendere «lecitina non modificata», pura almeno per il 99,5 per cento, perché qualche contaminazione è inevitabile. Ma questa società ha ancora problemi a vendere merce «non modificata» nella Ue, la quale deve ancora decidere il grado di contaminazione accettabile per essere qualificato con un'etichetta simile.

Questa ambiguità crea frustrazione ai funzionari americani del commercio, che considerano confuse e dannose per gli scambi commerciali le leggi europee per le etichette. Essi minacciano di protestare presso la World Trade Organization che deve decidere se queste leggi sono basate su un solido fondamento scientifico. Ma siccome la Ue non ha mai apertamente rifiutato un raccolto modificato (benché alcuni dei suoi paesi membri l'abbiano fatto), le tensioni non sono ancora sfociate in una guerra commerciale.

Il caso centrali atomiche

Finora, l'America ufficiale È stata suf- ficientemente diplomatica da interpretare la posizione della Ue riguardo alla modificazione genetica come una questione di preferenza dei consumatori e non di protezionismo dell'agricoltura, benché in privato alcuni funzionari pensino che si è abusato della scienza per giustificare proibizioni al commercio. Dan Glickman, il ministro americano per l'Agricoltura, ha dichiarato che fa poco bene all'America il fatto di essere considerata un paese che «pratica una alimentazione forzata alla popolazione con organismi geneticamente modificati». Sembrerebbe preferibile un approccio più morbido. Una delle iniziative è un progetto pilota per fare in modo che le società chiedano l'approvazione dei nuovi raccolti modificati contemporaneamente alle autorità della Ue e degli Stati Uniti per facilitare il dialogo scientifico.

Il fatto è che, per l'opinione pubblica europea, la biotecnologia nell'agricoltura presenta per il momento più rischi che vantaggi. I tardivi sforzi dei governi e degli scienziati per moderare queste preoccupazioni sortiscono scarsi effetti. Alcune società stanno provando a resistere alla tempesta. Altre si uniscono per coordinare la comunicazione. Sperano che la prossima generazione di cibi modificati, con vantaggi evidenti per i consumatori - come profumi migliori e valori nutrizionali aumentati - possa convincere il pubblico. Ma alcuni sono meno fiduciosi di altri. I semi di soia hightech della DuPont, geneticamente ingegnerizzati per una migliore produzione di olio, sono già stati bloccati nel processo di approvazione della Ue, benché essi siano un buon esempio dei vantaggi promessi dall'industria. «Queste industrie hanno una grande fiducia nelle loro tecnologie», dice Rod Stacey, un consulente di Verdant Partners: «Si considerano come l'industria di semiconduttori del XXI secolo». Ma vedendo la dimensione della protesta, i sostenitori dei cibi modificati potrebbero rischiare il destino di un'altra tecnologia che un tempo si presentava come rivoluzionaria: l'energia nucleare.

(01.07.1999)

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