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L'esperta: c'è troppa disomogeneità di metodi e criteri.
La salute per alcuni, l'export per altri
«L'eurocaos fa bene al profitto»


Il Comitato consumatori: sui controlli Stati in ordine sparso
«In alcuni Paesi la vigilanza in campo alimentare fa capo al ministero della Sanità, in altri ai dicasteri dell'Industria o del Commercio E l'Europa unita ha prodotto soprattutto un livellamento verso il basso»
Lorenzo Rosoli

MILANO. Il problema? La disomogeneità dei controlli lungo la «filiera» dell'industria agroalimentare. Dai mangimi per gli animali all'alimentazione umana.
Nell'Unione europea ogni Paese fa di testa sua, adottando metodi e criteri che rispondono a logiche diverse. Che non sempre fanno capo alla tutela della salute. Ma, talvolta, agli interessi dei produttori. Anche di quelli al di sotto di ogni sospetto.
Insomma: se la saggezza popolare insegna di non chiedere all'oste com'è buono il suo vino (o il suo pollo, o il suo olio, o la sua cioccolata), Eurolandia troppo spesso fa orecchie da mercante, nel senso letterale del termine, mostrandosi più sensibile alle «ragioni» del profitto che a quelle della salute. Con buona pace dei consumatori.
L'innalzamento da 100 a 200 nanogrammi del limite massimo consentito di Pcb negli alimenti, deciso dal Comitato veterinario dell'Unione europea, è solo l'ultimo caso.
«D'altronde non è la prima volta che il Comitato veterinario si comporta in modo poco trasparente e molto disinvolto - testimonia Lorena Valdicelli, tecnologo alimentare ed esperta del Comitato difesa consumatori-AltroConsumo -. Più volte abbiamo criticato l'operato di questo comitato, all'interno della quale non c'è un solo rappresentante dei consumatori, nemmeno come semplice osservatore».
L'innalzamento della soglia per il Pcb ha tutta l'aria di un favore all'industria agroalimentare dei Paesi più compromessi con lo scandalo-diossina, a partire dal Belgio.
«È un sospetto legittimo. Sicuramente si può dire che gli interessi dei produttori hanno prevalso sugli interessi dei consumatori. Ma il problema è più generale, e va al di là della questione Pcb».
Ci spieghi.
«Il problema sta nel fatto che i controlli vengono effettuati in modo non uniforme, per metodi e per criteri, all'interno dei diversi Paesi dell'Unione europea».
Cosa accade, in concreto?
«Ci sono Paesi come l'Italia e la Francia nei quali c'è una cultura alimentare e gastronomica più radicata e diffusa, una sensibilità più alta da parte dell'opinione pubblica e forti controlli che fanno capo ai ministeri della Sanità. Qui la logica dell'azione di controllo è orientata alla tutela della salute».
In altri Paesi, invece?
«In altri Paesi - come il Belgio - la responsabilità dei controlli viene palleggiata fra autorità diverse, oppure fa capo a ministeri come l'Industria o il Commercio, che evidentemente operano secondo scale di priorità diverse rispetto a un ministero della Sanità».
Insomma: prima il profitto, poi la salute. Che fare?
«La liberalizzazione del mercato comunitario va accompagnata da una uniformazione dei metodi e dei criteri di controllo. In realtà nel corso degli anni c'è stata una progressiva armonizzazione anche in campo alimentare. Ma ha assunto il volto di un livellamento verso il basso, non verso la qualità, come dimostra la legislazione sugli additivi alimentari ed i coloranti che anche l'Italia, controvoglia, ha dovuto accettare».
Se le cose stanno così, i consumatori non sembrano aver fatto un grande affare con l'unificazione europea.
«Non generalizziamo. In campo alimentare sono accadute e stanno accadendo cose discutibili, dove l'Italia si trova dalla parte della ragione. Com'è nel caso del Pcb e della diossina, dove appoggiamo fino in fondo la campagna del ministro Bindi che ha chiesto l'intervento del Comitato scientifico dell'alimentazione umana dell'Unione europea. Ma in altri campi l'Italia ha solo da imparare dall'Europa, come nella sicurezza dei giocattoli o degli impianti elettrici».
Lorenzo Rosoli

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