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Università degli Studi di Bologna
 Dipartimento di Economia e Ingegneria Agrarie

Claudio Malagoli
Professore associato di "Estimo rurale e pianificazione agricola" 
presso la
Facoltà di Agraria dell'Università degli Studi di Bologna

 

MODERNE BIOTECNOLOGIE E AGRICOLTURA: QUALE FUTURO?
  1. LE MODERNE BIOTECNOLOGIE

  2. EFFETTI DELLE MODERNE BIOTECNOLOGIE IN AGRICOLTURA

  3. CONCLUSIONI

  4. BIBLIOGRAFIA

Allorché qualche agricoltore inizia a produrre biotecnologicamente ed il mercato apprezza questi prodotti viene intrapresa una via obbligata, senza alcuna via di uscita, in quanto anche gli agricoltori che in un primo momento non erano disposti a coltivare queste piante saranno obbligati a farlo se vorranno ancora ottenere dall'attività agricola margini di profitto.

 


 
In un futuro non molto lontano faranno la loro comparsa in agricoltura, e quindi negli alimenti che quotidianamente assumiamo, gli "individui biotecnologici". Tali individui sono ottenuti con tecniche di "ingegneria genetica", mediante le quali è possibile modificare il tipo di geni che vanno a costituire il loro DNA.
Come è risaputo i geni contenuti nel DNA sono alla base della sintesi delle proteine, per cui mediante la modificazione del tipo di geni presenti nel DNA di una pianta o di un animale é possibile "programmare" la sintesi proteica, al fine di far produrre all'individuo geneticamente modificato una proteina particolare, che viene poi "sfruttata" per scopi diversi (resistenza a specifici diserbanti, resistenza a fattori ambientali avversi, insetticida nei confronti di un insetto che danneggia la coltivazione, ecc.).
Da rilevare che mediante queste tecniche di "ingegneria genetica" l'uomo può ottenere di tutto. In particolare, le moderne biotecnologie sono in grado di superare il limite della riproduzione naturale, che non permette lo scambio di geni tra individui appartenenti al regno animale ed individui appartenenti al regno vegetale, consentendo così la "creazione di nuovi individui" aventi caratteristiche particolari, che sotto certi punti di vista sono decisamente diverse da quelle riscontrabili in natura. Nel caso dei vegetali transgenici il loro genoma può comprendere sia geni provenienti da altre piante, sia geni di origine animale o batterica.
Che si tratti di una scoperta di grande portata è sicuramente fuori da ogni dubbio. Infatti, mediante le moderne biotecnologie, è possibile produrre a costi decisamente bassi farmaci importantissimi per la salute umana (insulina per esempio); mediante queste tecniche sarà possibile intervenire su malattie di tipo genetico nell'uomo, oppure produrre alimenti ricchi di particolari elementi nutrizionali utilizzabili per scopi terapeutici, oppure utilizzare individui biotecnologici per l'eliminazione di determinati impatti ambientali provocati dalle attività umane, ecc.
Che esistano, quindi, settori produttivi che potranno vantaggiosamente utilizzare questa tecnologia è fuori da ogni dubbio. Ciò che lascia, invece, maggiormente perplessi è l'utilizzazione di individui biotecnologici in agricoltura per la produzione di derrate destinate all'alimentazione umana.
Le domande che sorgono spontanee sono queste: saranno alimenti sicuri da un punto di vista nutrizionale e salutistico ? Abbiamo veramente bisogno di questi alimenti ? Possiamo farne a meno oppure è una scelta obbligata ? I rischi che si corrono in relazione ad una loro adozione sono commisurati ai benefici attesi ?
Soprattutto nell'attuale momento in cui in agricoltura si parla di "sviluppo sostenibile" e in alimentazione si parla di "salubrità" degli alimenti, intendendo con questo termine un prodotto sostanzialmente naturale privo di elementi sintetizzati dall'uomo, ci sembra che l'adozione di individui biotecnologici sia sicuramente controtendenza.
Per quanto attiene al discorso della sviluppo sostenibile in agricoltura, sostanzialmente significa impostare processi produttivi durevoli, che si possano replicare all'infinito, al fine di offrire alle generazioni future le medesime opportunità di sviluppo delle generazioni che le hanno precedute.
La preoccupazione di impostare processi produttivi sostenibile dovrebbe condizionare le scelte di politica agraria di ciascun Paese, al fine di:
-         mantenere un adeguato livello occupazionale in agricoltura, comprese le annesse attività indotte sul territorio;
-         mantenere, nel limite del possibile, l'estensione territoriale in cui viene attuata l'attività agricola, salvaguardando i terreni migliori da un punto di vista produttivo;
-         mantenere e migliorare le condizioni economiche, lavorative e di qualità della vita della popolazione che vive sul territorio rurale;
-         adeguare le strutture di produzione e di commercializzazione alle esigenze di mercato;
-         fornire un adeguato servizio di assistenza tecnica alle imprese.
E' nel suddetto contesto che, una volta fugato ogni dubbio sulla salubrità di questi alimenti, occorrerà verificare se realmente la nostra società ha bisogno di prodotti e di alimenti biotecnologici. In particolare, occorrerà stabilire se le moderne biotecnologie potranno contribuire o meno allo sviluppo sostenibile dell'agricoltura. Occorrerà pertanto verificare i mutamenti che l'introduzione di questi "nuovi prodotti" saranno in grado di apportare in termini di fattori produttivi impiegati ed in termini di risultati economici eventualmente ottenibili, al fine di stabilire se siano desiderabili o meno per il settore agricolo.
Un ulteriore elemento da verificare è costituito dalle conseguenze economiche e sociali che si determineranno in relazione all'ambiente in cui queste produzioni verranno attuate. Ci si riferisce alla tipologia dell'attività agricola presente sul territorio in cui questi organismi geneticamente modificati saranno introdotti. Infatti, un conto è pensare all'utilità derivante dall'adozione di questi organismi in una agricoltura costituita da aziende di migliaia di ettari, in cui si è alla continua ricerca dell'automazione dei processi produttivi e nella quale l'unica funzione dell'agricoltura è quella di produrre materie prime, siano esse alimentari e non. Sostanzialmente diversa è, invece, l'analisi costi-benefici derivante dall'introduzione di questi organismi in una agricoltura come quella presente nel nostro Paese, dove questo settore economico svolge anche altre importanti funzioni che non sono esclusivamente legate all'attività produttiva. In particolare, tralasciando quelle che sono le funzioni fondamentali dell'agricoltura, e che devono essere sempre assicurate in qualunque circostanza (approvvigionamento di derrate agricole, fornitura di materie prime per gli altri settori economici, ecc.), tra i principali effetti positivi dell'agricoltura nei confronti dell'attuale generazione e delle generazioni future si ricordano:
-         il presidio del territorio;
-         la manutenzione del territorio;
-         la conservazione del paesaggio;
-         la tutela della flora e della fauna;
-         la conservazione della biodiversità;
-         la creazione di spazi ad uso ricreazionale;
-         la conservazione degli aspetti culturali tradizionali del territorio rurale;
-         la mitigazione degli effetti ambientali negativi prodotti da altre attività produttive o di consumo sul territorio (assestamento del territorio, assorbimento dell'anidride carbonica prodotta durante i processi di combustione, ecc.).
Come si può osservare le funzioni dell'agricoltura nelle società in cui vi è una pressante presenza di fenomeni urbani sul territorio rurale vanno al di là di quelle che erano le sue funzioni originarie, ovvero di esclusiva produzione di derrate alimentari.
Oggigiorno all'agricoltura è richiesto qualcosa di più, ed anche la nuova politica agraria è in linea con queste nuove esigenze. Secondo quanto previsto dalla riforma della PAC del 1992, l'agricoltore riceve delle integrazioni al reddito solo ed esclusivamente se oltre all'attività produttiva svolge anche funzioni di tipo ambientale per la società. L'imperativo non è più produrre quantità per il mercato, ma produrre qualità e produrre servizi per la collettività. Così, secondo quanto previsto dai Reg. CEE 2.078 e 2.080 del 1992, l'agricoltore riceve contributi se adotta tecniche di produzione ecocompatibili od estensivizzanti, se attua in azienda la piantumazione di siepi necessarie a ristabilire un certo equilibrio ecologico, se attua impianti di boschi e di boschetti e se, più in generale, ricostituisce ambienti naturali tipici del territorio in cui l'azienda è ubicata. E' proprio in questo contesto, in un contesto decisamente diverso da quello che caratterizza le tecniche di produzione adottate nel Continente Americano o in Cina, dove le produzioni transgeniche sono ormai diffuse, che occorre verificare se esse porteranno effetti positivi o negativi alla nostra società, con particolare riferimento al settore agricolo.
In termini generali ci si può chiedere:
-         quali saranno le conseguenze ambientali che questi nuovi individui potranno determinare?
-         quali pericoli si prospettano per l'uomo e per le generazioni future?
-         quali "reali vantaggi" sono ottenibili per la società e per le generazioni future?
-         quali "reali vantaggi" vi potranno essere per il settore agricolo?
In merito alle prime due domande si può affermare che non esistono al momento attuale dati certi ed attendibili sulle conseguenze che si potranno avere sull'uomo e sull'ambiente dall'introduzione di questi "nuovi organismi". A questo proposito si può rilevare come a fronte di massicci investimenti, anche pubblici, destinati alla "creazione" di nuovi individui transgenici (dell'ordine di migliaia di miliardi), non vi sia stato un analogo impiego di mezzi e di uomini per la ricerca in merito alle conseguenze derivanti dall'utilizzazione di questi individui. Si ricorda a questo proposito che gli organismi transgenici sono a tutti gli effetti "esseri viventi", in grado di replicarsi autonomamente, per cui una volta diffusi nell'ambiente sarà molto difficile ostacolarne la diffusione, anche nel caso in cui risultassero dannosi per l'uomo e per l'ecosistema.
In mancanza di elementi sicuri sulle conseguenze derivanti dall'introduzione massale di individui transgenici, un dato è comunque certo, quello dell'aumento del rischio connesso al verificarsi di eventi pericolosi:
-         in merito alle reali potenzialità produttive e commerciali degli individui geneticamente modificati;
-         in merito alle malattie che essi potranno eventualmente indurre nell'uomo o negli altri esseri viventi;
-         in merito alla possibilità di diffusione incontrollata delle modificazioni genetiche introdotte.
Per quanto attiene al primo punto, ci si riferisce alla possibilità che il consumatore non accetti questi "nuovi prodotti" (novel food secondo la normativa comunitaria), in quanto li potrebbe considerare troppo diversi da quelli naturali. A sostegno di queste affermazioni sono le prese di posizione di talune imprese leader del settore alimentare, che hanno affermato di non voler utilizzare prodotti provenienti da organismi geneticamente modificati nei loro processi produttivi. Un'altra considerazione è quella riguardante le caratteristiche organolettiche di questi "novel food". Ci si riferisce, più che all'aspetto, in genere molto accattivante, al sapore, al contenuto proteico e vitaminico, ecc., che per taluni prodotti transgenici sarebbe diverso da quello originario (per esempio, secondo quanto riportato da alcune riviste specializzate, il pomodoro modificato geneticamente al fine di ritardarne l'avvizzimento avrebbe un sapore metallico, che sembra non sia ben gradito dai consumatori).
Per quanto attiene al secondo punto, ovvero alle malattie che essi potranno eventualmente indurre nell'uomo o negli altri esseri viventi, occorre rilevare che ancora mancano informazioni precise ed attendibili sulle conseguenze che si potranno avere dall'inserimento di prodotti transgenici nella catena alimentare. Talune fonti affermano che l'apporto proteico, e quindi l'apporto di amminoacidi, rimane invariato, per cui non vi sarebbero conseguenze dannose per l'organismo umano. Altre fonti, al contrario, manifestano perplessità in merito al tipo di proteine che vengono ingerite, che potrebbero dare origine a malattie, soprattutto di tipo allergico. Nella suddetta situazione di primaria importanza per il consumatore è la possibilità di poter effettuare una scelta consapevole. Pertanto, nel caso in cui si ritenesse di produrre e di commercializzare questi prodotti, si renderà necessaria una specifica etichettatura, che consenta di riconoscere senza possibilità di errore il prodotto transgenico da quello convenzionale. Occorrerà poi mettere in atto una serie di informazioni per il consumatore. Informazioni che dovranno essere prima di tutto complete e non fuorvianti o confuse, al fine di consentirgli di operare la scelta migliore. In parallelo alle precedenti operazioni, sarà poi necessario fugare ogni dubbio sulle reali caratteristiche nutrizionali di questi alimenti mediante il finanziamento di specifiche ricerche.
Relativamente al terzo punto, ovvero alla possibilità di diffusione incontrollata delle modificazioni genetiche introdotte, sembrano esserci reali preoccupazioni, che riguardano due specifici ambiti di intervento delle moderne biotecnologie:
-         la possibilità che la caratteristica introdotta dal transgene (resistenza a taluni diserbanti, ad insetti dannosi, a condizioni climatiche avverse, ecc.) possa estendersi anche agli individui non specificamente oggetto di coltivazione;
-         la possibilità che si crei una selezione naturale di piante o di insetti resistenti alle caratteristiche introdotte in modo transgenico nella pianta coltivata.
Nel primo caso si originerebbero delle "nuove infestanti" (resistenti al diserbante, immuni dagli attacchi di particolari parassiti, resistenti ad avverse condizioni ambientali, ecc.) che andrebbero a diffondersi sul territorio, provocando problemi ecologici di notevole portata. Tali problemi potrebbero essere sia di tipo economico, nel caso in cui si creasse competizione tra queste piante e quelle normalmente coltivate (con necessità di utilizzare nuovi diserbanti in grado di contenere le infestanti resistenti), sia di tipo ambientale, nel caso in cui questa pianta, in relazione alla spiccata resistenza indotta dall'uomo, si sostituisca alle altre naturalmente presenti sul territorio (tale eventualità provocherebbe sicuramente problemi anche alla fauna, in relazione alla diminuzione della biodiversità).
Per quanto attiene al secondo punto, la probabilità che si selezionino ceppi di insetti resistenti alla "proteina insetticida" è molto alta, poiché gli insetti sono dotati di un'altissima variabilità genetica, che consente loro di adattarsi alle condizioni ambientali più sfavorevoli.
Esempi di questo tipo si sono avuti negli ultimi anni in merito alla selezione di individui resistenti a taluni antiparassitari, per sconfiggere i quali si è reso necessario sperimentare ed adottare nuovi formulati. Da rilevare, a questo proposito, che le ditte sementiere consigliano di associare alla coltivazione delle piante transgeniche anche la coltivazione (15% circa) di piante normali, al fine di non dar vita a ceppi di individui geneticamente resistenti.
Come si può osservare le problematiche sono notevoli e di portata tale da poter affermare che l'avvento delle moderne biotecnologie potrà cambiare enormemente il modo di produrre in agricoltura. E', pertanto, sulla base di queste considerazioni che, anche nel caso in cui fosse accertata l'assenza di effetti dannosi per l'uomo, si dovrà operare una attenta analisi "costi-benefici", al fine di valutare se i vantaggi ottenibili dall'introduzione di questi individui saranno appannaggio dell'agricoltura o, più probabilmente, di altri settori economici.

 

2 - EFFETTI DELLE MODERNE BIOTECNOLOGIE IN AGRICOLTURA
In relazione alle considerazioni precedenti, occorre chiedersi: quale sarà il contributo delle moderne biotecnologie allo sviluppo sostenibile dell'agricoltura, con particolare riferimento all'azienda agricola, quale entità di vitale importanza per la conservazione e la manutenzione del territorio? Secondo le opinioni più diffuse l'introduzione di individui geneticamente modificati potrà comportare:

-         una diminuzione dei costi di produzione;

-         una diminuzione dei prezzi di vendita dei prodotti agricoli;

-         una modificazione nell'utilizzazione dei fattori della produzione all'interno dell'azienda agricola, in relazione alle strategie di "appropriazionismo" messe in atto dal settore industriale;

-         una parziale perdita della funzione imprenditoriale dell'agricoltore;

-         una diminuzione dell'importanza in termini strettamente economici del settore agricolo nei confronti degli altri settori, in relazione alle strategie di "sostituzionismo" messe in atto dal settore industriale;

-         uno spostamento delle coltivazioni dalle tradizionali aree di produzione.

Secondo le opinioni maggiormente diffuse, l'introduzione di individui geneticamente modificati dovrebbe consentire una diminuzione dei costi di produzione in relazione all'aumento di produttività ed alla diminuzione delle spese per talune operazioni colturali e determinare per il produttore un conseguente aumento dei margini di profitto. E' auspicabile che si verifichi, ma non è detto che avvenga, poiché la politica commerciale dei "costitutori", per lo più di tipo monopolistica (è previsto il brevetto degli individui transgenici), potrebbe spingere il prezzo di vendita del materiale di propagazione ad un livello molto prossimo al suo incremento di produttività marginale, con conseguente annullamento dei vantaggi economici per il produttore agricolo. Da rilevare che anche nel caso in cui si ottenesse un incremento dei profitti, esso sarebbe esclusivamente di tipo transitorio e di breve periodo, poiché‚ come è risaputo, nel lungo periodo si tende a verificare l'uguaglianza tra costo marginale, costo unitario medio e prezzo di vendita, con conseguente annullamento dei profitti. Tale evoluzione è dovuta al fatto che in agricoltura l'offerta è estremamente atomistica, per cui una produzione caratterizzata da margini positivi non fa altro che richiamare nuovi produttori in quel particolare settore, produttori che adottano tecnologie sempre più innovative, determinando così insieme all'abbassamento dei costi di produzione anche quello dei prezzi di vendita, con conseguente annullamento dei margini di profitto per coloro che adottano tecniche meno innovative o che sono costretti ad operare con costi dei fattori produttivi più elevati. Questa situazione, in relazione alla spiccata competizione che si verrà a creare sul mercato mondiale conseguentemente agli Accordi GATT del 1994, determinerà un abbandono dell'agricoltura dai territori meno vocati da un punto di vista pedoclimatico e da quelli che non sono in grado di competere da un punto di vista del costo dei fattori produttivi. E' forse inutile sottolineare che in uno scenario come quello delineato, l'introduzione di organismi geneticamente modificati andrà a premiare le agricolture estensive dei Paesi maggiormente dotati di terreni coltivabili, nei quali meno pressanti sono i problemi ambientali e nei quali è possibile reperire a bassi costi i fattori della produzione necessari a portare a termine la coltivazione. Pertanto, si può concludere che difficilmente il produttore agricolo dei Paesi in cui questa attività è svolta in modo intensivo, e l'Italia è sicuramente uno di questi, otterrà vantaggi economici durevoli dall'introduzione di organismi geneticamente modificati.
Nel lungo periodo, nell'eventualità si verificasse l'auspicata contrazione dei costi di produzione della fase agricola, si dovrebbe ottenere, per le motivazioni espresse in precedenza, una diminuzione dei prezzi di vendita dei prodotti agricoli, a tutto vantaggio dei consumatori e degli altri settori economici e non tanto di quello primario, che, al contrario, ne risulterebbe svantaggiato. Infatti, come è risaputo, un calo dei prezzi è assimilabile ad un incremento del reddito reale per il consumatore, mentre, al contrario, per il produttore un calo dei prezzi dei prodotti da lui offerti significa una diminuzione del suo reddito reale. Da rilevare poi che il consumatore, in relazione al maggior reddito disponibile, può accedere a consumi superiori, che possono interessare anche le produzioni agricolo-alimentari, ma che, in relazione alla legge di Hengel, coinvolgono in maggior misura prodotti provenienti da altri settori economici (industria e servizi sostanzialmente). Questi settori saranno quelli maggiormente avvantaggiati da una diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli, in relazione all'incremento della domanda dei beni di consumo da loro offerti; incremento di domanda che oltre un certo livello potrebbe portare anche ad un aumento dei prezzi dei prodotti non agricoli. Questa situazione, se si verificasse, porterebbe ad una diminuzione di benessere del settore agricolo, poiché si avrebbe un peggioramento delle ragioni di scambio tra prodotti agricoli (i cui prezzi tenderebbero alla diminuzione) e quelli di altra origine (i cui prezzi tenderebbero all'aumento in relazione all'aumento di domanda), con conseguente diminuzione del reddito reale dell'agricoltore.
Da rilevare che la temuta diminuzione dei prezzi in relazione ad un abbattimento dei costi di produzione generati dagli individui biotecnologici è inevitabile in agricoltura. Infatti, in questo settore economico, al contrario di quanto avviene in quello industriale che opera per la gran parte in condizioni di oligopolio, si è in presenza di un'offerta decisamente atomistica. In questa situazione l'agricoltore non è in grado di controllare il prezzo dei suoi prodotti. Allo stesso tempo, inserendo nel riparto colturale processi produttivi in grado di abbassare i costi di produzione e quindi in grado di determinare un abbassamento dei prezzi di vendita, egli favorisce, quasi inconsapevolmente, una diminuzione del suo reddito reale. Tale eventualità è ancor più amplificata in agricoltura, in relazione alla lenta trasferibilità delle innovazioni tecnologiche. In particolare, nel breve periodo le aziende che per prime adotteranno gli individui biotecnologici potranno trarre da questa scelta un certo vantaggio economico, mentre quelle che per motivazioni varie non adotteranno nel momento giusto questa innovazione saranno costrette ad operare con prezzi di mercato inferiori, prezzi che con ogni probabilità non saranno in grado di remunerare i fattori della produzione impiegati nel processo produttivo di tipo convenzionale. Pertanto si può concludere che l'effetto di abbassamento dei costi di produzione e, quindi, dei prezzi di vendita dei prodotti agricoli in relazione all'introduzione di organismi transgenici, non è in grado di originare benefici durevoli al settore agricolo, anzi, sotto certi punti di vista, determinerà una diminuzione di importanza del settore agricolo nei confronti degli altri settori economici e, di conseguenza, una diminuzione di importanza dell'impresa agricola a favore di quella industriale o dei servizi (si ricorda a questo proposito che l'agricoltura nel nostro Paese concorre alla formazione del 2-3% del Prodotto Interno Lordo, con il 7% degli occupati).
In relazione alle precedenti affermazioni, occorre poi chiedersi: che cosa ne sarà dei fattori della produzione liberati dall'adozione degli individui biotecnologici? Essi, con ogni probabilità, potranno avere due destinazioni:
-         potranno essere impiegati in altri settori economici (industriale o terziario) nel caso in cui ve ne sia la necessità;
-         potranno continuare ad essere impiegati nell'azienda agricola, nel caso in cui, al contrario della situazione precedente, non vi sia richiesta di tali fattori in altri settori economici.
Nel primo caso si avrebbe un aumento dell'esodo rurale, con sviluppo quindi delle problematiche relative da un lato all'incremento della popolazione urbanizzata e dall'altro al presidio ed alla manutenzione del territorio rurale.
Nel secondo caso si assisterebbe ad un aumento dell'offerta di questi fattori della produzione, con conseguente abbassamento delle relative remunerazioni e creazione di aziende agricole extramarginali; aziende che con la loro attività non sono più in grado di remunerare adeguatamente i fattori della produzione (in esubero) impiegati.
Pertanto, come si può osservare, una diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli, favorita dall'adozione di individui biotecnologici, non giova certo all'agricoltore, che vede diminuire il peso economico della sua attività a favore di altri settori economici.
L'introduzione di individui geneticamente modificati potrebbe portare anche ad una modificazione nell'utilizzazione dei fattori della produzione all'interno dell'azienda agricola, poiché gli sviluppi della ricerca in questo settore saranno sicuramente indirizzati verso un risparmio dei fattori impiegati, con particolare riferimento a quelli forniti direttamente dall'imprenditore agricolo (terra e manodopera). Una politica di questo tipo, operata soprattutto dall'industria produttrice dei mezzi tecnici per l'agricoltura, è nota come politica di "appropriazionismo", mediante la quale viene perseguita "una strategia che mira ad aumentare il grado di industrializzazione del processo produttivo agricolo tramite l'espropriazione di attività tradizionalmente svolte all'interno dell'azienda agricola e la loro sostituzione con input di origine industriale." [C. Salvioni, 1991]. Anche in questo caso si assisterebbe ad una perdita di importanza del settore agricolo, che vedrebbe diminuire il fabbisogno di manodopera, per lo più di tipo familiare, necessario per portare a termine le produzioni, con conseguente aumento delle problematiche relative all'esodo rurale ed al presidio ed alla conservazione del territorio. A questo proposito possiamo affermare che, soprattutto per le coltivazioni erbacee annuali, la semente biotecnologica potrebbe rappresentare il primo passo per consentire la completa automazione del processo produttivo agricolo (piante autosufficienti, resistenti a tutti i tipi di malattie e che crescono ovunque), un processo produttivo controllato dai satelliti che non avrà più bisogno dell'agricoltore o, per lo meno, ne avrà bisogno in modo molto limitato.
E' in questo contesto, ovvero in un contesto in cui il reddito da capitale prevarrà sul reddito fornito dagli altri fattori produttivi (terra e lavoro, che molto spesso sono di proprietà dello stesso imprenditore agricolo), che si creano i presupposti per il passaggio del controllo del territorio rurale dall'agricoltore, che non riesce più a ricavare un reddito adeguato dall'attività agricola, poiché i fattori della produzione di cui dispone non sono più necessari e quindi non sono più remunerati, ad individui estranei all'attività agricola che con i propri capitali, o con i capitali di terzi, saranno in grado di subentrare nella proprietà delle aziende agricole. Tale situazione, inevitabilmente, darà origine a gravi problemi di sostenibilità del territorio rurale, in quanto le tecniche di produzione che questi "nuovi agricoltori" adotteranno saranno sicuramente indirizzate alla massimizzazione del reddito da capitale da loro stessi detenuto.
Con l'introduzione di individui geneticamente modificati l'agricoltore potrebbe perdere parte delle funzioni imprenditoriali, poiché "con l'annessione industriale di importanti tecniche......., gli agricoltori perderanno la possibilità di organizzare il processo produttivo secondo la propria iniziativa. Non saranno più imprenditori, ma "lavoratori all'aria aperta" che producono materia prima per l'industria di trasformazione." [Ruivenkamp G., 1992]. Ecco che in questo contesto verrà ad assumere sempre più importanza il settore industriale, quale fornitore del materiale di propagazione (semente biotecnologica resistente ad un determinato diserbante) e dei mezzi tecnici necessari per portare a termine il processo produttivo (diserbante idoneo alla semente biotecnologica), nonché quale utilizzatore del prodotto agricolo ottenuto. Qualcuno ha definito questa nuova situazione una "nuova forma di mezzadria", nella quale l'agricoltore non svolgerà funzioni decisionali, ma svolgerà esclusivamente funzioni di scarso rilievo che influenzeranno in minima parte il risultato produttivo finale. In particolare, "sarà sempre più possibile modificare il pacchetto di informazioni genetiche che controllano la crescita delle piante e le loro reazioni nei riguardi dell'ambiente. I programmi di riproduzione renderanno l'agricoltura sempre più indipendente dall'ambiente naturale. Il raccolto agricolo non sarà più determinato fondamentalmente dalle specifiche condizioni naturali (natura del suolo, clima, ecc.) ma dall'ammontare delle conoscenze scientifiche e tecnologiche che sono incorporate nei prodotti di base (sementi, metodi di difesa), destinati a determinare dove, come e quando l'agricoltore deve seminare, raccogliere e quali cure deve dedicare alle sue colture." [Ruivenkamp G., 1992].
In un'ottica di sviluppo sostenibile per l'agricoltura, occorre rilevare che l'introduzione di individui geneticamente modificati potrebbe comportare anche una diminuzione dell'importanza di questo settore economico in relazione alle strategie di "sostituzionismo" messe in atto dal settore industriale legato alla trasformazione dei prodotti agricoli. In particolare, la "possibilità recentemente offerta dalle biotecnologie avanzate di intervenire sulla base organica del processo produttivo agricolo, manipolandola e controllandola, consente per la prima volta di rimuovere l'ostacolo che ha finora impedito la completa industrializzazione del processo produttivo agricolo e la produzione industriale di materia organica, in tal modo permettendo l'unificazione delle varie fasi di produzione di prodotti alimentari in un unico processo produttivo di tipo industriale." [C. Salvioni, 1991]. Questa opportunità è resa possibile dallo sviluppo di organismi fortemente specializzati nella produzione di materie prime di base. Tali sostanze potranno poi essere utilizzate dall'industria per produrre beni alimentari e non.
La possibilità di ottenere "nuovi individui" appositamente progettati e realizzati per poter resistere a condizioni pedoclimatiche avverse pone poi il problema dell'eventuale spostamento della produzione da quelle che attualmente sono le tradizionali aree di coltivazione e/o di allevamento. Tale nuova localizzazione potrebbe avvenire sia allo scopo, più che legittimo, di aumentare il grado di autoapprovvigionamento di una determinata regione, sia per incentivare la produzione in aree dove è possibile reperire a più basso costo i fattori produttivi necessari ad ottenerla (terra, lavoro, capitale). In quest'ultimo caso, oltre ai problemi legati alla disoccupazione e all'esodo rurale che si verrebbero a determinare nei territori in cui quella particolare attività viene abbandonata, si determinerebbe inevitabilmente un aumento dell'impatto ambientale provocato dalle operazioni di condizionamento, trasporto e ridistribuzione, necessarie per far giungere i prodotti dai luoghi di produzione ai mercati di collocamento. In questa situazione verrebbero meno anche gli elementi legati alla "tipicità" delle produzioni agricole, intendendo con questo termine il legame esistente tra tipologia del materiale di propagazione, tecnica di produzione e luogo di produzione. In particolare, con l'introduzione di organismi geneticamente modificati sarà possibile superare il limite naturale che ostacola la diffusione di determinate produzioni in ambiti a loro ostili (è il caso per esempio di gran parte delle produzioni ortofrutticole), poiché mediante l'"ingegneria genetica" sarà possibile introdurre geni in grado di conferire alla pianta una specifica resistenza a fattori avversi. E' in via di sperimentazione per la fragola; probabilmente lo si potrà fare anche per gli agrumi, per la vite o per l'olivo. Queste ultime affermazioni pongono problematiche decisamente rilevanti per il nostro Paese:
-         cosa ne sarà degli agricoltori che attualmente ricavano un reddito da queste coltivazioni, una volta che sarà possibile ottenerle anche in altre aree del pianeta?;
-         cosa ne sarà del paesaggio rurale , allorché la diminuita domanda di questi prodotti determinerà il loro abbandono da determinati territori?;
-         quali interventi occorrerà mettere in atto per contrastare l'abbandono di queste coltivazioni, in relazione alla funzione di contenimento del dissesto idrogeologico da esse determinato?
 
 
3 – CONCLUSIONI
Come si è potuto osservare, le problematiche relative all'introduzione di coltivazioni transgeniche in agricoltura sono notevoli e di portata tale da non giustificare una decisione affrettata. In particolare, se da un lato il tipo di sviluppo portato avanti in agricoltura in questi ultimi anni, improntato soprattutto all'esasperata ricerca del massimo profitto, ha consentito di massimizzare la produttività dei fattori della produzione (terra, lavoro e capitale), dall'altro non è sempre stato in grado di garantire sia un'equa ripartizione delle produzioni tra le diverse aree del pianeta, sia modalità di produzione compatibili con l'esigenza di salvaguardare l'ambiente e la salute dei cittadini. E' auspicabile che le moderne biotecnologie in agricoltura, così come gran parte delle innovazioni tecnologiche introdotte in questo secolo (diserbanti, insetticidi, anticrittogamici, regolatori di crescita, ecc.), non siano viste come un ulteriore strumento "necessario" per incrementare la produttività del lavoro in agricoltura, a scapito, ancora una volta, dell'ambiente.
Se si parte dal presupposto che occorra incrementare il reddito da lavoro in agricoltura, mantenendo inalterato o, meglio, abbassando il prezzo di vendita dei prodotti agricolo-alimentari, affinché, con motivazioni di tipo ricardiano, il consumatore incrementi il suo reddito reale e possa così destinare la parte eccedente ad altri consumi non primari, l'"individuo biotecnologico" diventa strumento fondamentale per attuare tale strategia.
A questo punto però, anche sulla base delle considerazioni precedenti, occorre valutare attentamente se la sua introduzione determina o meno "reali vantaggi" per il settore agricolo.
Come si è visto in precedenza, soprattutto per le agricolture più intensive, come è quella del nostro Paese, difficilmente gli organismi geneticamente modificati potranno determinare vantaggi durevoli, anzi, sotto molti punti di vista si potranno verificare numerosi svantaggi, tra i quali si ricordano:
-         diminuzione del reddito reale dell'agricoltore, in relazione all'abbassamento del prezzo dei prodotti agricoli;
-         aumento dell'esodo rurale, in relazione all'abbandono dell'agricoltura dai territori meno vocati da un punto di vista pedoclimatico e da quelli che non sono in grado di competere da un punto di vista del costo dei fattori produttivi;
-         diminuzione di importanza dell'agricoltura e dell'impresa agricola a favore di quella industriale o dei servizi;
-         perdita di attività imprenditoriale per l'agricoltore, in relazione all'automazione del processo produttivo agricolo;
-         aumento del reddito da capitale e diminuzione del reddito destinato alla remunerazione del fattore terra e lavoro.
E' fuor di dubbio che questi "elementi" andranno valutati con estrema attenzione, al fine di non dar vita a processi produttivi e di consumo dei quali non comprendiamo ancora la reale portata e dei quali ancora non conosciamo le vere conseguenze sull'uomo e sull'ambiente.
Occorrerà poi valutare attentamente se l'introduzione di individui geneticamente modificati risponde o meno ad una reale esigenza del consumatore.
Soprattutto nell'attuale momento in cui quest'ultimo tende a privilegiare la tipicità, la salubrità e, più in generale, la naturalezza dei prodotti alimentari (il forte aumento del consumo di produzioni biologiche ne è una conferma), si può affermare che il loro sviluppo è sicuramente controtendenza.
Una controtendenza che andrà valutata attentamente, al fine di non impiegare risorse e capacità umane nello sviluppo di produzioni delle quali, forse, non abbiamo una reale necessità.
 

BIBLIOGRAFIA

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