Luglio 2001
INCHIESTA SU UNA
STRATEGIA DI COMUNICAZIONE
Come Monsanto vende
gli Ogm
Abituate a dettare
legge ai governi, le società transnazionali devono oggi fare i conti con un risveglio
civico che rischia di ostacolare i loro progetti. Il che spiega il proliferare di «codici
comportamentali» e «carte etiche» di cui si dotano per nascondere il loro unico, vero
obiettivo: conservare una totale libertà d'azione a livello planetario per continuare a
creare «valore» per gli azionisti. È nel settore agrochimico che incontrano le maggiori
difficoltà: gli Organismi geneticamente modificati (Ogm) non «passano» a livello di
opinione pubblica, soprattutto in Europa, dato che nessuno studio scientifico ha potuto
dimostrare che sono innocui, o che la biodiversità sia esente dai rischi connessi alla
disseminazione accidentale, così come nessuno ha potuto pronunciarsi sui loro presunti
effetti benefici. Le grandi industrie del settore, prima fra tutte la Monsanto, hanno
dunque studiato una strategia di aggiramento. Non cercano di provare che i loro prodotti
non presentano pericoli, ma li pubblicizzano come soluzione ai problemi di malnutrizione e
di salute pubblica del terzo mondo e, soprattutto, come soluzione di ricambio per un
pericolo sicuramente reale, e cioè i pesticidi. Sperano così di «conquistare» i
diffidenti, grazie a campagne pubblicitarie elaborate minuziosamente e finanziate in modo
massiccio.
di AGNÈS SINAI*
Stato di allerta alla
Monsanto: dopo l'allarme per una bomba nel suo insediamento francese di Peyrehorade, nel
dipartimento delle Landes, il secondo colosso mondiale di semi agricoli lancia sulla sua
rete Intranet un protocollo di sicurezza in caso di attacco cibernetico o fisico diretto
ai suoi dipendenti. Questi ultimi sono tenuti a segnalare comportamenti sospetti, chiamate
telefoniche non identificate e persone sconosciute, come pure a chiudere a chiave tutte le
porte, a usare password per bloccare l'accesso al monitor dei computer e a non utilizzare
modem connessi con l'esterno. Quanto ai colloqui con i giornalisti, sono proibiti a tutti,
tranne che alle persone appositamente incaricate. La cultura del segreto, del resto, non
è poi così estranea all'attuale direttrice delle comunicazioni di Monsanto-Francia,
Armelle de Kerros, la quale ha lavorato per la Compagnie générale
des matières atomiques (Cogema). Il che non impedisce alla Monsanto di ostentare la sua
volontà di «trasparenza»...
Dopo lo scandalo Terminator, prima pianta assassina nella storia dell'agricoltura (1),
l'azienda si dibatte tra paranoia difensiva e aggressività strategica. I problemi erano
iniziati con l'acquisto, per la somma di 1,8 miliardi di dollari, dell'impresa Delta &
Pine Land. La Monsanto entrava così in possesso di un brevetto che, grazie ad una tecnica
di ingegneria genetica, permetteva di «bloccare» i semi inibendone la ricrescita da un
anno all'altro, il che valse a questa tecnica di sterilizzazione il soprannome di «Terminator»
da parte della Rafi (The Rural Advancement Foundation International).
Di fronte alla levata di scudi provocata a livello internazionale, il presidente della
Monsanto, Bob Shapiro, annunciò il ritiro del prodotto, prima di dare le dimissioni.
Da allora, la multinazionale ha abbandonato lo slogan di un tempo - «Cibo, salute, futuro»
- e cerca di rifarsi un nome. Produrre Ogm (si parla pudicamente di biotecnologie) è,
infatti, un'impresa ad alto rischio, sia in termini di immagine che di investimenti. Senza
parlare di possibili incidenti biologici: minacce alla biodiversità e comparsa di insetti
mutanti, resistenti agli insetticidi incorporati nelle piante transgeniche (2).
Negli Stati uniti, l'Agenzia per la protezione dell'ambiente (Epa) ha già incoraggiato
gli agricoltori a destinare almeno il 20% delle loro terre a coltivazioni convenzionali
per permettere lo sviluppo di insetti non resistenti al transgene Bacillus thuringiensis.
Organismi geneticamente «migliorati» Sono rischi sufficienti a spiegare come mai, nel
valzer delle fusioni-acquisti e delle ristrutturazioni, l'agrochimica, che comprende le
biotecnologie vegetali (cioè gli Ogm), sia sistematicamente isolata dagli altri settori,
in modo da compartimentare il rischio transgenico. È in questa logica che Aventis cerca
di svincolarsi da CropScience, la sua branca agrochimica. L'azienda aveva infatti
commercializzato il mais transgenico Starlink, capace di provocare allergie nell'uomo.
Benché destinato esclusivamente all'alimentazione animale, il mais è stato ritrovato in
notevoli quantità nelle patatine e nei corn-flakes dei consumatori americani, come pure
nei dolci della ditta Homemade Baking venduti in Giappone. È sempre in questo contesto
che nasce, nell'ottobre 2000, il primo gruppo mondiale di agrochimica, Syngenta, -
risultato della fusione della svizzera Novartis con l'anglo-svedese Astra-Zeneca - che
realizzerà un giro d'affari di circa otto miliardi di euro.
Monsanto, dopo la fusione con Pharmacia & Upjohn, una grande ditta farmaceutica, si
occupa ormai solo di agricoltura, con un giro d'affari che nel 2000 ha raggiunto i 5,49
miliardi di dollari. Ha ceduto a Pharmacia il suo medicinale di punta antiartrite, il
Celebrex, per specializzarsi nella produzione di prodotti fitosanitari, di semi agricoli
e, in particolare, di semi geneticamente modificati. Monsanto è ora, a livello mondiale,
la seconda casa produttrice di semi (dopo Pionneer) e di fitosemi dopo Syngenta ed è il
numero uno degli erbicidi grazie al Roundup, l'erbicida più venduto al mondo (il suo giro
d'affari nel 2000 è stato di 2,6 miliardi di dollari, quasi la metà di quello del
gruppo). Il suo obiettivo è quello di fare accettare i prodotti
transgenici convincendo l'opinione pubblica che è meglio nutrirsi con una pianta
transgenica piuttosto che con una irrorata di pesticidi (3).
Strategia che si agghinda di fronzoli filantropici ed ecologici per superare gli ultimi
ostacoli.
Senza lesinare in fatto di «etica», Monsanto ha così adottato, nel gennaio 2001, un
nuovo codice comportamentale che contiene cinque impegni: «dialogo», «trasparenza», «rispetto»,
«condivisione» e «benefici».
Secondo il direttore generale di Monsanto-Francia, Jean-Pierre Princen, i consumatori
europei - i più restii agli Ogm - devono capire che un organismo geneticamente modificato
non è altro che un organismo geneticamente migliorato. Da qui la nascita di una nuova
Monsanto, indicata all'interno dell'azienda come «progetto M2»: i suoi semi sono
ecologici e ottimi per la salute. Coloro che ne dubitano sono semplicemente male
informati. Del resto è bene fare tabula rasa del passato: chi ricorda che Monsanto
produceva il defoliante, detto «agente arancio», utilizzato dai bombardieri americani
durante la guerra del Vietnam?
Oggi, le équipe della multinazionale si riuniscono a Ho-Chi-Minh-City per vendervi i loro
erbicidi e per stringere relazioni privilegiate con i media, gli scienziati e i membri del
governo vietnamita. Dalle Filippine all'Argentina, si vuole disporre di una totale libertà
d'azione: «Free to operate» («carta bianca») nel gergo della casa.
All'esterno, dunque, sarà opportuno mettere in risalto le qualità ecologiche degli Ogm,
di cui il gruppo commercializza due varietà.
Il primo, il gene Bt, nato dal batterio Bacillus thuringiensis, diffonde le proprie
tossine insetticide, il che permette di diminuire la vaporizzazione di pesticidi
supplementari: un raccolto di cotone detto «Bt» ne subirà due invece di sei o otto.
Seconda varietà: il Roundup Ready, concepito per resistere all'erbicida Roundup. Così,
l'agricoltore compra in kit sia il seme che l'erbicida! Il Roundup è presentato dalla
ditta come un prodotto biodegradabile, e questo le è valso un processo per pubblicità
menzognera, intentato dalla Direction générale de la concurrence, de la consommation et
de la répression des fraudes (Dgccrf) di Lione (Direzione generale per la concorrenza, il
consumo e la repressione delle frodi).
Rischi di sterilità Negli Stati uniti, l'Epa calcola tra i 20 e i 24
milioni di chilogrammi il volume annuo di glifosato utilizzato (4).
Il prodotto è presente in modo massiccio soprattutto nella produzione di soia, grano,
fieno, nei pascoli e nelle maggesi. Dal 1998, la sua utilizzazione è aumentata di quasi
il 20% all'anno. Contenuto nel Roundup, è l'erbicida più venduto al mondo e rende ogni
anno alla Monsanto circa 1,5 miliardi di dollari. Il brevetto è scaduto nel 2000, ma la
ditta conserverà una parte del monopolio grazie alle piante geneticamente modificate,
concepite per essere tolleranti al glifosato. In Bretagna, questo pesticida figura tra gli
inquinanti pericolosi e regolari: nell'ottobre 1999 superava di 172 volte la norma
nell'Elorn, che fornisce acqua potabile ad un terzo del Finistère, «il che prova che la
dichiarata biodegradabilità del Roundup è una impostura» spiega la dottoressa Lylian Le
Goff, membro della missione Biotecnologie dell'associazione France Nature Environnement
(Francia Natura Ambiente). L'inquinamento da pesticidi del suolo, dell'acqua e dell'acqua
piovana, dell'insieme della catena alimentare e dell'aria è diventato un serio problema
di salute pubblica che l'amministrazione francese ha tardato a prendere in considerazione.
Ne consegue, per la dottoressa Le Goff, «l'assoluta necessità di applicare il principio
di precauzione riconsiderando la sollecitazione ad utilizzare pesticidi, soprattutto se
incoraggiata da una pubblicità falsa, che vanta l'innocuità e la biodegradabilità dei
prodotti a base di glifosato».
L'ingestione di pesticidi da parte del consumatore sarebbe nettamente più alta se le
piante geneticamente modificate dovessero diffondersi, visto che queste ne sono
impregnate. Come le diossine, anche i pesticidi - tra cui il glifosato
- non sono biodegradabili nel corpo umano e costituiscono un vero e proprio inquinamento
invisibile (5). Le loro molecole cumulano effetti
allergizzanti, neurotossici, cancerogeni, mutageni e ormonali alterando la fertilità
maschile. Hanno proprietà simili a quelle degli ormoni femminili, gli estrogeni:
globalmente, queste azioni ormonali sarebbero responsabili di una diminuzione del 50% del
tasso di produzione spermatica registrato negli ultimi cinquant'anni. Se il declino
spermatico dovesse proseguire, la clonazione si imporrebbe alla specie umana intorno al
2060! Oltre che biodegradabili, i semi transgenici compatibili con il Roundup sono
presentati dalla Monsanto come «amici del clima» (climate friendly), dato che il loro
impiego permetterebbe agli agricoltori di ridurre, o addirittura eliminare l'aratura,
permettendo lo stoccaggio nella terra di dosi massicce di gas carbonico e di metano, con
la conseguenza di ridurre del 30% le emissioni di gas carbonico degli Stati uniti.
Resta da spiegare in cosa una coltivazione non transgenica sarebbe meno efficace... Una
sola certezza: i profitti sarebbero minori, in particolare perché una coltura ordinaria
farebbe a meno dell'erbicida Roundup. L'improvvisa vocazione
ecologica della Monsanto e lo zelo del suo «presidente per lo sviluppo sostenibile»,
Robert B. Horsch, convergono con gli interessi di chi vende i diritti ad inquinare, come
quei proprietari terrieri del Montana, già riuniti in una Coalizione per la vendita di
diritti di emissione di gas carbonico (6).
Se la fraseologia ad uso esterno della Nuova Monsanto è centrata su «tolleranza», «rispetto»
e «dialogo», il vocabolario strategico si fa nettamente più crudo all'interno. La «filosofia»
dell'azienda, come è stata esposta da Ted Crosbie, direttore del programma di sviluppo
vegetale, ad un'assemblea di dirigenti della Monsanto-America latina nel gennaio 2001, non
usa sfumature: «consegniamo insieme il pipeline e il futuro». Detto più chiaramente, si
tratta di inondare di Ogm le superfici agricole disponibili per occupare terreno - e in
modo irreversibile. L'America latina è, da questo punto di vista, «un ambiente vincente»:
Monsanto valuta che nel solo Brasile restano ancora 100 milioni di ettari di superfici da
«sviluppare». Purtroppo, questo paese continua ad essere restio agli Ogm, lamentano Nha
Hoang e i suoi colleghi del gruppo Monsanto incaricati della strategia «free to operate»
in America latina: «È già il secondo produttore mondiale di soia transgenica dopo gli
Stati uniti, e probabilmente sarà presto il primo. È la più grande potenza economica
dell'America latina, ma è la sola in cui le coltivazioni transgeniche non hanno ancora
ricevuto il permesso. I giudici hanno ritenuto viziato il processo di autorizzazione della
soia transgenica Roundup Ready, perché non erano stati condotti appropriati studi
d'impatto ambientale; sono arrivati a sostenere che l'attuale agenzia di regolazione delle
biotecnologie sia stata costituita in modo illegale». La regolarizzazione dello statuto
dell'agenzia in questione, CtnBio, attende la ratifica da parte del Congresso
brasiliano... Obiettivo: ottenere il «pipeline» per la soia transgenica per aprire la
strada ad altre autorizzazioni che consentano di immettere sul mercato: mais Yieldgard,
cotone Bollgard e cotone Roundup Ready nel 2002; mais Roundup Ready nel 2003; soia
insetticida Bt nel 2005. Intanto, Monsanto investe 550 milioni di dollari nella
costruzione di una fabbrica che produrrà il suo erbicida Roundup nel nord-est dello Stato
di Bahia.
La strategia della multinazionale è centrata sulla biotech acceptance: fare accettare gli
Ogm dalla società, poi - o in concomitanza - inondare i mercati. Allo scopo vengono
lanciate massicce campagne di aggressione pubblicitaria. Negli Stati uniti, gli spot
televisivi sono comprati direttamente dall'organo di propaganda delle imprese del settore,
il Council for Biotechnology Information. La Monsanto è cofondatrice di questo organismo,
che centralizza le informazioni relative ai «benefici dei biotech»: «La televisione è
uno strumento importante per fare accettare i biotech. Perciò fate attenzione agli spot
pubblicitari e fateli vedere alla vostra famiglia e agli amici», è l'invito di Tom
Helscher, direttore dei programmi di biotechnology acceptance nella sede di Monsanto, a Crève-Coeur
(Missouri). Soprattutto, si devono rassicurare gli agricoltori americani che, spaventati
in particolare per i loro mercati esteri, esitano a comprare semi geneticamente
modificati.
Anche se Aventis Crop Science, Basf, Dow Chemical, DuPont, Monsanto, Novartis, Zeneca Ag
Products hanno lanciato massicce campagne di propaganda negli Stati uniti, esitano ancora
a fare altrettanto in Europa... In Gran Bretagna, l'équipe commerciale della Monsanto si
dichiara soddisfatta dei risultati del proprio programma di «perorazione in favore delle
biotecnologie» che permette ai dipendenti del settore commerciale, dopo una formazione
garantita dall'impresa, di autoproclamarsi «esperti» nella materia ed andare quindi a
vantare i meriti dei prodotti transgenici tra i contadini e nelle scuole. «Non c'è
niente di meglio che un eccesso di comunicazione», sostiene Stephen Wilridge, direttore
della Monsanto-Europa del Nord.
Il sistema scolastico costituisce evidentemente un elemento strategico nella conquista
dell'opinione pubblica. Il programma Biotechnology Challenge 2000, parzialmente finanziato
dalla Monsanto, ha visto il 33% degli studenti liceali irlandesi produrre ricerche sul
ruolo delle biotecnologie nella produzione alimentare. Mobilitato per distribuire premi e
trofei, il commissario europeo incaricato della protezione della salute dei consumatori,
David Byrne in persona, non ha «alcun dubbio sul fatto che esiste un legame tra la
riluttanza dei consumatori nei confronti delle biotecnologie e la mancanza di una seria
informazione sull'argomento». Per il 2001, il direttore della Monsanto-Irlanda, Patrick
O'Reilly spera in una più ampia partecipazione, perché «questi studenti sono
consumatori consapevoli e decideranno del futuro».
La multinazionale impara a decodificare, ma anche a riciclare i messaggi e le attese della
società. Da alcuni mesi, Monsanto oscilla tra velleità di dialogo e rifiuto viscerale
nei confronti delle più importanti organizzazioni non governative che contestano le
presunte qualità degli Ogm. A cominciare da Greenpeace, definita un «criminale contro
l'umanità» dall'inventore svizzero del riso dorato, Ingo Potrykus, che lavora alla
Syngenta. Il riso dorato è un riso transgenico arricchito di beta-carotene (vitamina A),
dunque un Ogm di seconda generazione, detto «alicament» per le sue pretese curative,
oltre che alimentari.
Primo riso terapeutico nella storia dell'agricoltura, è molto atteso dalle grandi
industrie biotecnologiche: con lui gli ultimi scettici non avranno più dubbi sul
carattere fondamentalmente virtuoso del progetto Ogm. La vitamina A, integrata per
transgenesi, sarà, alla fine, il promotore morale dell'alimentazione transgenica
mondiale: chi si azzarderà ancora a criticarne i meriti, quando tanti bambini del terzo
mondo sono colpiti da cecità per carenza di beta-carotene?
Chi oserà più dubitare che la vocazione di fondo del commercio di semi transgenici sia
nutritiva, ecologica ed umanitaria?
Una contestazione demoniaca Rimane il fatto che l'efficacia del riso dorato per le
popolazioni interessate è poco credibile: Greenpeace e altri lo dimostrano per assurdo,
chiarendo in particolare, con l'aiuto dei microgrammi, che per ingerire ogni giorno una
dose sufficiente di vitamina A, un bambino del terzo mondo dovrebbe compiere un'impresa
eroica: ingerire 3,7 chilogrammi di riso dorato bollito al giorno, invece di due carote,
un mango e una ciotola di riso. Ed ecco la reazione pubblica di Potrykus, durante una
conferenza stampa a Biodivision, il «Davos» delle biotecnologie, tenuta a Lione nel
febbraio 2001: «Se avete intenzione di distruggere le coltivazioni sperimentali a scopo
umanitario di riso dorato, sarete accusati di contribuire ad un crimine contro l'umanità.
Le vostre azioni saranno scrupolosamente registrate in tribunale e avrete, spero, modo di
rispondere dei vostri atti illegali e immorali davanti ad una corte internazionale».
Criminali contro l'umanità, dunque, tutti coloro che dubitano e contestano, sono
addirittura definiti «demoni della terra» (Fiends of the Earth), gioco di parole che
richiama sia il nome inglese degli Amici della terra (Friends of the Earth) che un sito
web molto apprezzato dal personale della Monsanto. Se la contestazione politica è per sua
natura «demoniaca», il «dialogo» non può proseguire. Eppure, la nuova Monsanto
s'impegna, nella sua carta deontologica, «a instaurare un dialogo permanente con tutti i
soggetti interessati, per comprendere meglio problematiche e preoccupazioni suscitate
dalle biotecnologie».
Dietro questa apparente sollecitudine si mette in moto una vera e propria strategia
commerciale, quella della doppia conformità: conformità a posteriori, dell'immagine dei
prodotti Ogm con le attese dei consumatori; conformità delle menti, attraverso propaganda
pubblicitaria e comunicazione intensiva. Perché, se il solo e unico scopo della Monsanto
è far passare il suo progetto biopolitico mondiale, la nuova Monsanto ha bisogno di
mostrare un'etica, necessariamente a geometria variabile, visto che è la multinazionale
stessa a dettarne le regole. A tal fine, la società ha affidato ad una specialista
mondiale delle comunicazioni d'impresa, Wirthlin Worldwide, il compito di «trovare
meccanismi e strumenti che aiutino la Monsanto a persuadere i consumatori con la ragione e
a motivarli con l'emozione».
Questo sondaggio degli atteggiamenti mentali - battezzato «progetto Vista» - è basato
sulla «rilevazione dei sistemi di valori dei consumatori».
Si tratta, a partire dalla raccolta di dati, di elaborare «una cartografia a quattro
livelli dei modi di pensare (...): i preconcetti, i fatti, i sentimenti e i valori. Negli
Stati uniti, i risultati dello studio hanno permesso di elaborare messaggi che colpiscono
il grande pubblico, di individuare cioè l'importanza dell'argomento a sostegno dei
biotech: meno pesticidi nei vostri piatti». In Francia, i dipendenti della Monsanto sono
stati sottoposti a questa indagine durante un colloquio confidenziale ove si presumeva
potessero esprimere liberamente il loro pensiero sulle biotecnologie, «nel bene o nel
male», dato che l'obiettivo era formare dei «portavoce che utilizzeranno i messaggi
studiati per il grande pubblico».
Inquinamento genetico L'accesso al materiale genetico, e ai mercati, col beneficio di una
totale libertà di manovra, è la duplice priorità definita dal concetto «free to
operate». La messa a punto di un Ogm costa tra i 200 e i 400 milioni di dollari e
richiede dai sette ai dieci anni. Come contropartita per un tale investimento, la
multinazionale deve necessariamente ottenere una rendita, garantita dalla dipendenza
rispetto al brevetto depositato sulla pianta. Per potere riseminare da un anno all'altro,
bisognerà ogni volta pagare royalties all'impresa. Ogni varietà che comporti un
organismo geneticamente modificato sarà protetta dal brevetto, il che implica, per
l'agricoltore, l'acquisto di una licenza.
Il rischio, a (breve) termine, è quello di dare ai grandi produttori di semi la
possibilità di bloccare tutto il sistema, monopolizzando il patrimonio genetico mondiale
e creando una situazione irreversibile: l'agricoltore non potrebbe più recuperare questo
patrimonio per tornare a selezionare lui stesso.
Questo poteva porre un problema alla Monsanto anche in base al suo stesso codice
comportamentale che l'impegna a «far sì che gli agricoltori senza risorse del terzo
mondo possano beneficiare della conoscenza e dei vantaggi di tutte le forme di
agricoltura, per contribuire a migliorare la sicurezza alimentare e la protezione
dell'ambiente».
Ed ecco allora la generosa concessione al Sudafrica del brevetto sulla patata dolce
transgenica, nella speranza di un più ampio insediamento sul continente nero. «In
Africa, potremmo con pazienza ampliare le nostre posizioni con lo Yield Gard, e anche con
il mais Roundup Ready.
Parallelamente, dovremmo pensare a diminuire o a eliminare i diritti sulle nostre
tecnologie adattate alle culture locali, come la patata dolce o la manioca».
Strategia a due facce, dove si mostrano intenzioni generose per prendere piede in mercati
poco disponibili, o meno solvibili, ma potenzialmente dipendenti. Un procedimento simile a
quello che ha portato a impiantare il riso dorato della Syngenta in Thailandia (per
metterlo a disposizione gratuitamente è stato necessario togliere 70 brevetti) o ad usare
la vacca da latte indiana dopata al Polisac della Monsanto (ormone proibito nell'Unione
europea), per arrivare a conquistare mercati locali poco attratti dalle biotecnologie.
D'altro canto poi, la Monsanto ha recentemente fatto condannare Percy Schmeiser,
agricoltore canadese, ad una multa di circa 22 milioni di lire per «pirateria» di colza
transgenica. L'interessato ha contrattaccato accusando la Monsanto di avere
accidentalmente inquinato i suoi campi di colza tradizionale con colza transgenica
tollerante al Roundup.
Ma la giustizia è in grado di stabilire l'origine di un inquinamento genetico? Questo
caso, che rischia di ripresentarsi, mostra la difficoltà di contenere le disseminazioni
accidentali di Ogm. In Francia, queste sono sottoposte alla legge del silenzio. Nel marzo
del 2000, diversi lotti di semi convenzionali di colza primaverile della società Advanta,
contaminati da semi Ogm di un'altra società, sono stati seminati in Europa. Le piante
sono state distrutte. Nell'agosto 2000, alcune varietà di colza invernale, controllate
dalla Dgccrf, hanno rivelato contaminazioni da semi Ogm. Ma nessun Ogm di colza è ancora
autorizzato per la coltivazione o il consumo in Francia.
Già da ora, la tracciabilità mostra le sue crepe. Le contaminazioni fortuite sono sempre
più frequenti. Un responsabile sanitario della Lombardia ha recentemente denunciato la
presenza di Ogm in lotti di semi di soia e di mais della Monsanto. Ogm sono stati rilevati
in stock di semi di mais depositati a Lodi, vicino a Milano. La pressione in Europa salirà,
visto che la soia importata - ormai massicciamente transgenica - sostituirà le farine
animali oggi proibite.
Ma l'obiettivo delle industrie che producono semi transgenici non è forse quello di
vedere sparire la filiera senza Ogm, contando sugli alti costi di controllo che essa
comporta? È probabile che nei prossimi anni gli agricoltori trovino sempre maggiori
difficoltà a procurarsi semi provenienti da questa filiera. La ricerca mondiale si
orienta verso i semi transgenici, e dunque non è impensabile che le varietà non-Ogm
finiscano con l'essere inadatte all'evoluzione delle tecniche agricole, se non
completamente obsolete.
Si può dunque dubitare della «trasparenza» mostrata dalla Monsanto.
Il consumatore dipende delle informazioni fornite dall'impresa. Ogni costruzione genetica
è considerata un brevetto e non esiste alcun obbligo legale, per una società, di fornire
il test a laboratori privati per eseguire analisi di controllo. In Francia, la descrizione
di una costruzione genetica è depositata presso la Dgccrf che è la sola a poter
effettuare analisi. Non essendo però abilitata a farlo a titolo commerciale, non può
essere utilizzata a questo scopo da consumatori o industriali.
Il consumatore dovrà dunque accontentarsi di sapere che l'industria commercializza i semi
solo dopo che questi hanno ricevuto l'autorizzazione a essere utilizzati per
l'alimentazione umana e dopo essersi impegnata a «rispettare le preoccupazioni d'ordine
religioso, culturale ed etico nel mondo non utilizzando geni provenienti dall'uomo o da
animali nei [suoi] prodotti agricoli destinati all'alimentazione umana o animale». La
recente nomina alla direzione dell'Epa americana di una ex dirigente della Monsanto, Linda
Fischer, fa pensare che non solo la nuova Monsanto non è fuori legge, ma mira a fare la
legge.
note:
* Ricercatrice.
(1) Leggere Jean-Pierre Berlan e Richard C. Lewontin, «Un racket confisca
la materia vivente», Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 1998.

(2) Il
rischio di disseminazione incontrollata è stato uno dei motivi invocati da Josè Bové e
da altri due contadini per giustificare la distruzione di piante di riso transgenico nelle
serre del Centro di cooperazione internazionale e ricerca agronomica per lo sviluppo
(Cirad), avvenuta a Montpellier nel 1999. I tre militanti, condannati il 15 marzo scorso a
pene detentive con la condizionale, hanno presentato ricorso.

(3) I tipi delle Editions de l'Institut national de la recherche
agronomique (Inra) hanno pubblicato un fumetto (La Reine rouge, testi e illustrazioni di
Violette Le Quéré Cady, Parigi, 1999) la cui lettura e utilizzazione sarebbe, diciamo,
raccomandata al personale della Monsanto. Si tratta di un panegirico a favore degli Ogm,
in nome della pericolosità degli insetticidi.

(4) Cifre citate da Caroline Cox, «Glyphosate», Journal of Pesticide
Reform, autunno 1998, vol. 18, n° 3, pubblicato dalla Northwest Coalition for
Alternatives to Pesticides.

(5) Leggere a questo proposito il lavoro di Mohammed Larbi Bouguerra, La
Pollution invisible, Puf, Parigi, 1997.

(6) http://www.carbonoffset.org.

(Traduzione di G. P.)
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