www.rfb.it - Resistenza ai Frankenfood ed alla Biopirateria

BASTA VELENI
Sciopero della fame e presidio contro i neonicotinoidi
--------------------> clicca per aprire la sezione dedicata <--------------------



"If you think you are too small to make a difference, try sleeping with a mosquito"     H.H. the Dalai Lama

 

Campagna per la Sicurezza Alimentare
link & links

I migliori articoli che vale la pena di archiviare

ringraziamo autori e testate per il consenso

Vai alla pagina dell'Espresso

BIOTECNOLOGIE / L' ALLARME IGNORATO DAL GOVERNO USA

Attenti a quel cibo

Nel '92 dieci scienziati federali bocciano i prodotti transgenici. Ma le autorità trascurano il pericolo. Oggi un avvocato ecologista porta alla luce lo scandalo. E ne risente Wall Street
di Alessandro Cardini

Una guerra che viene giocata non solo a colpi di petizioni, lunghe camminate di indomiti ambientalisti-sandwich attorno agli stabilimenti della Monsanto e della Novartis Seeds, i due colossi della biotecnologia, ma anche a colpi di carta bollata, di dossier segreti presentati alla corte di giustizia e resi pubblici con grande rumore. E proprio dall'esame di 44 mila documenti tenuti accuratamente nascosti per anni si è arrivati alla scoperta shock: nel 1992 la Food and Drug Administration (Fda), l'ente governativo che tutela i consumatori americani, ignorò le obiezioni e gli avvertimenti di alcuni dei suoi scienziati che consigliavano la massima prudenza nella produzione e nella distribuzione di cibi geneticamente alterati. Perché, al di là di ogni ragionevole dubbio, affermavano i tecnici della Fda, non esiste la certezza scientifica che non danneggino salute e ambiente.

Le valutazioni degli scienziati erano molto circostanziate. Louis Pribyl, del Gruppo Microbiologia della Fda, mise in guardia sulla «profonda differenza tra i tipi di effetti inattesi derivanti da riproduzione naturale di piante e da operazioni di ingegneria genetica». Dello stesso tenore la valutazione di Linda Kahl, del Gruppo Biotecnologie: «Secondo gli esperti della nostra agenzia, questi differenti processi conducono a differenti rischi». Furono una decina gli scienziati che invitarono alla cautela. In una lettera del 23 ottobre 1991 inviata a un alto funzionario canadese, lo stesso responsabile del gruppo biotecnologie della Fda James Maryanski ammise che «la possibilità di reazioni allergiche ad alcune sostanze è particolarmente difficile da prevedere». E la Divisione Cibo chimico e tecnologico della Fda sostenne che «l'apparizione di nuove sostanze tossiche mai identificate, la maggiore concentrazione di sostanze tossiche disperse nell'ambiente, l'alterazione del valore di nutrizione degli elementi, possono sfuggire all'attenzione a meno che gli impianti di ingegneria genetica non siano valutati specificatamente caso per caso e ogni trasformazione sia valutata prima della distribuzione nei mercati». Insomma, l'innesto in piante, batteri, funghi e virus di uno o più geni estranei allo scopo di produrre mais resistente ai pesticidi e agli insetti devastatori, colza, cotone, patate, zucchine e pomodori che non si sfaldano e possono restare in frigorifero dieci giorni, non può essere considerato sicuro al di la di ogni ragionevole dubbio.

La Fda ha reagito mettendo in discus-sione la preparazione scientifica e il livello dei suoi stessi esperti spiegando che i commenti critici provenivano da «impiegati» di basso profilo. Con ciò proseguendo la politica governativa di difesa degli interessi degli agricoltori americani. La posta in gioco, infatti, non è banale, e l'obiettivo, già all'inizio degli anni Novanta, era affermare rapidamente il primato americano in un settore tra i più promettenti proprio quando il motore del boom economico cominciava a scaldarsi. Così, nel giro di pochi anni, gli Stati Uniti sono diventati leader mondiali, controllando tre quarti dell'intera produzione di piante geneticamente modificate, principalmente soya, cotone e mais. Secondo i dati dell'Isaa, istituto canadese specializzato nel mercato del cibo transgenico, la quota degli Usa in questo settore è del 72 per cento. Metà della soya e più di un terzo del cotone e del mais prodotti in terra americana sono considerati varietà biotecnologiche e l'anno scorso il settore agricoltura ha fatturato all'estero 50 miliardi di dollari. Il resto della produzione mondiale viene spartito tra Argentina (17 per cento del mercato), Canada (10 per cento), Cina (1 per cento). Chi si oppone alla libera importazione, gli europei (bruciati dalla mucca pazza e dalle multe per il blocco della carne agli ormoni) e i giapponesi, viene considerato un protezionista, un nemico del mercato globale.

Insomma: gli interessi in gioco erano e restano enormi e anche la prestigiosissima e trasparente Fda può aver sottovalutato l'allarme di alcuni suoi scienziati quando arrivò alla conclusione che i cibi transgenici vanno considerati «simili» ai cibi preparati con elementi riprodotti con metodi tradizionali e per questo «generalmente sicuri».

Ma le carte dello scandalo sono ormai di pubblico dominio. Le ha scovate Steven Druker, avvocato cinquantenne a capo dell'organizzazione non profit Alliance for Bio-Integrity, che ha convinto un giudice federale a richiedere alla Food and Drug Administration i faldoni di quegli anni. Il dossier era la carta magica di Druker, che aveva citato in giudizio la Fda con l'accusa di aver ignorato l'esistenza di «rischi significativi per la salute e l'ambiente», di aver reso possibile la distribuzione di cibo potenzialmente dannoso senza informare adeguatamente i consumatori e di non aver osservato le sue stesse regole interne. Il cosiddetto «riconoscimento di sicurezza» di un alimento, infatti, può essere dato solo nel caso in cui raccolga un ampio consenso nella comunità scientifica, che, obietta Druker alla luce di quei pronunciamenti del '92, non c'è. Non solo: secondo Steven Druker: «Anche se ci fosse un consenso generalizzato, la legge prescrive che il riconoscimento di sicurezza non può essere una semplice ipotesi, ma deve essere basato sull'evidenza scientifica». E, dalle carte dell'Fda risulta che questa evidenza non c'è.

Druker rappresenta un insolito schieramento di cui fanno parte l'organizzazione non profit Center for Technology Assessment di Washington, un gruppo di nove scienziati e 12 leader religiosi delle comunità ebraica, musulmana e ortodossa. Contro di lui si sono scatenati in molti, primo fra tutti il "Wall Street Journal" che lo ha descritto «un provinciale fanatico della Torah che ha incontrato la sua arca di Noè di querelanti con i quali condivide la spiritualità mistica e la sfiducia nei confronti dell'autorità».Comunque sia, oggi Druker e la sua arca di Noè non sono più isolati: anche negli Usa, sull'onda delle proteste europee e giapponesi e dopo la battaglia di Seattle, si è riacceso il fuoco delle opposizioni. Le due più grandi catene di distribuzione di cibo naturale Whole Foods market e Wild Oats Markets hanno chiesto ai produttori di non utilizzare più ingredienti biotecnologici, gli agricoltori hanno cominciato a ridurre i raccolti destinati alla Monsanto e alla DuPont perché temono blocchi commerciali internazionali e a Wall Street le azioni delle società bio-tech perdono terreno. La Deutsche Bank consiglia agli investitori di vendere i titoli delle società che producono cibo transgenico. E l'accordo di Montreal, che obbliga gli esportatori di derrate agricole ad etichettare i carichi di prodotti bio-tecnologici, ha colpito duramente chi, come gli Usa, da sempre osteggia una regolazione della distribuzione. Non solo: l'accordo chiede l'etichetta sul barattolo. In primavera il Congresso americano discuterà la legge per renderla obbligatoria e le catene di supermercati si sono dichiarate d'accordo nel timore che i consumatori tradiscano le grandi marche.

(24.02.2000)

Oltre 100 articoli che vale la pena di conservare...

Vai alla pagina dei link