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Da L'Espresso
RICERCA FUORI CONTROLLO / LA STORIA DI CANBERRA
Quei maledetti scienziati.
Un vaccino contraccettivo per i topi. Che però li uccide tutti, come un superAids. E che può funzionare anche sull'uomo. Una vicenda agghiacciante. Che non vi farà dormire la notte
di Roberto Satolli
La sorpresa dei ricercatori australiani è stata amara: tutti i topi erano morti stecchiti nelle loro gabbiette, meno di dieci giorni dopo aver ricevuto l'iniezione. Quello che doveva essere un vaccino contraccettivo, studiato per controllare la proliferazione dei roditori, si era rivelato come un agente mortale al cento per cento. Fortunatamente solo per i topi. Passato lo stupore, nel gruppo di ricercatori del Pest Animal Control Centre, appoggiato all'Australian National University di Canberra, sono subentrati due sentimenti: curiosità e allarme. Ovvero: cosa diavolo era successo? E subito dopo: qualcosa ci sta sfuggendo di mano?
Fatti i controlli, ricostruita un'idea plausibile dell'accaduto, Ronald Jackson, Ian Ramshaw e gli altri si sono guardati in faccia e si sono detti che non potevano tenere la cosa per sé, né divulgarla troppo a cuor leggero. E sono andati a consultarsi con il Dipartimento della Difesa del loro paese. Perché quella in cui sono inciampati non è altro che una ricetta, relativamente semplice da applicare, che forse consente di costruire virus letali a piacimento per qualsiasi specie vivente, uomo compreso.
Non è stato facile far capire la cosa ai militari, perché si tratta di una faccenda complessa. Ma in questo caso conviene a tutti aprire bene gli occhi, perché per la prima volta è accaduto quello che si temeva: la biotecnologia ha partorito una sgradevole sorpresa (a dir poco); la prossima volta potrebbe essere una catastrofe.
Alla fine i biologi di Canberra hanno deciso di pubblicare i risultati delle loro ricerche. Lo hanno fatto, consapevoli della possibilità che terroristi di qualsiasi genere se ne approprino per scopi criminali, proprio per «avvisare la popolazione del fatto che questa tecnologia potenzialmente pericolosa è oggi a portata di mano», dice Jackson.
Pochi anni fa la rivista britannica "New Scientist" aveva chiesto ad autorevoli biotecnologi se ritenevano possibile produrre con l'ingegneria genetica un batterio o un virus più virulento di quelli esistenti in natura. La risposta era stata un no deciso: sino a oggi gli addetti ai lavori consideravano la cosa, se non impossibile, sicuramente molto difficile, tanto da richiedere un colossale sforzo di ricerca, alimentato da fondi ingenti, che nessuno avrebbe mai avuto interesse a sviluppare. Ora invece il gruppetto di Canberra ci è arrivato per caso e senza nessuna fatica.
Purtroppo non sembra che la comunità scientifica dia segno di volersi svegliare dalle proprie illusioni di falsa sicurezza. La ricerca australiana è stata inviata a un giornale specializzato alla fine dello scorso luglio. Nel frattempo i dati sono arrivati nei principali laboratori di virologia e genetica di mezzo mondo, ma non vi è traccia di dibattito. Secondo "New Scientist", né i singoli ricercatori né le società biotecnologiche sono ben disposti verso questo genere di discussione. Preferiscono chiudere gli occhi davanti alle incertezze, per paura che si produca una reazione di rigetto contro il loro lavoro. Per quanto riguarda il pubblico indistinto, è difficile che l'articolo pubblicato dagli australiani sul "Journal of Virology" di febbraio, per quanto facilmente consultabile in rete da chiunque voglia (http://jvi.asm.org) possa attirare l'attenzione di chi non sia del mestiere, nascosto come è in mezzo a molti resoconti astrusamente tecnici nell'ultima sezione della rivista. E non è davvero pensabile che possa fungere da "avviso al pubblico", al di là delle buone intenzioni degli autori, un titolo come: "L'espressione di interleuchina-4 di topo da parte di un ectromelia virus ricombinante sopprime la risposta citolitica dei linfociti e sopraffà la resistenza genetica al mousepox".
Tocca dunque ai media più responsabili far capire a tutti che è giunto il momento di riflettere, senza per questo rinunciare agli straordinari vantaggi che la biologia molecolare può offrire all'umanità. Occorre dunque capire cosa è successo in Australia, quali conseguenze può avere, cosa si può fare per evitare incidenti peggiori.
I ricercatori di Canberra volevano mettere un freno alla prolificità delle topine con un vaccino che stimolasse la produzione di anticorpi contro l'ovocita. Perciò hanno preso un virus della famiglia pox - la stessa del vaiolo umano e di molte malattie di altre specie animali - e vi hanno introdotto i geni di alcune proteine dell'ovocita. Il virus, del tutto innocuo per il ceppo di topi in cui doveva essere iniettato, avrebbe dovuto ingannare il sistema immunitario, inducendolo a colpire anche le cellule uovo e impedire così la fecondazione. Però il vaccino risultava blando, per cui i ricercatori hanno cercato il modo di rinforzarne l'azione, provando a inserire anche i geni di varie interleuchine, i messaggeri chimici che dirigono l'orchestra dell'immunità.
Nulla di speciale. Sono manipolazioni che si fanno sempre in decine di laboratori nel mondo. Buona parte dei numerosi tentativi di produrre vaccini contro il cancro usano tecnologie di questo genere. Però a Canberra, nella linea di virus cui era stato aggiunto il gene dell'interleuchina-4 (IL-4 in sigla), è successo qualcosa di inatteso. Forse il vaccino avrebbe anche stimolato gli anticorpi, ma non ne aveva il tempo, perché veniva subito messo in ginocchio l'intero apparato cellulare delle difese, e l'animale soccombeva in pochi giorni, falciato da una malattia terribile quanto il peggiore vaiolo nero che affliggeva l'umanità sino a venti anni fa. Il riferimento al vaiolo non è casuale, poiché appartiene alla stessa famiglia dei poxvirus: «Avendo visto coi miei occhi cosa tocca ai topi, non vorrei essere io a fare l'esperimento», dice Jackson. Ma non è questo il punto.
Da quando nel 1979 l'Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato estinto il vaiolo, e quindi in tutti i paesi si è smesso di vaccinare i bambini, il virus viene conservato ufficialmente solo in due laboratori di altissima sicurezza: lo statunitense Cdc, ad Atlanta e il russo Vector, a Novosibirsk in Siberia. E anche questi due stock dovrebbero essere distrutti entro il 2002. In realtà, secondo rapporti della Cia, in teoria segreti ma ampiamente circolanti tra i biologi, il virus è posseduto anche da Cina, India, Pakistan, Israele, Corea del nord, Iraq, Iran, Cuba, Serbia e forse altri paesi ancora. Non a caso le autorità sanitarie e militari statunitensi cominciano a essere ossessionate dal rischio del vaiolo come arma, e stanno cercando di mettere in piedi in tutta fretta la produzione di dosi di vaccino sufficienti per coprire almeno la loro popolazione, in caso di attacco.
Gli ottimisti più incorreggibili fanno notare che al di là delle manipolazioni, basterebbe immettere due cucchiaini di un aerosol del vaiolo anche in un solo aeroporto del mondo, in ondate successive con intervalli di 14 giorni (la durata dell'incubazione), e la malattia si farebbe largo senza incontrare resistenza in una popolazione mondiale priva di immunità, facendo strage in ogni punto del globo. Molto peggio della bomba all'idrogeno. Paradossalmente, è questo un deterrente all'uso del vaiolo come arma da parte di chiunque non sia completamente pazzo, perché nessuno ne sarebbe al riparo.
A meno di essere vaccinati. E qui torna in ballo l'incidente australiano. Il virus uscito dalle provette australiane forse è troppo cattivo per poter sopravvivere alla selezione naturale: un parassita non ha interesse a uccidere rapidamente tutte le sue vittime, perché così facendo rischia di restare presto senza nuovi ospiti da aggredire. I focolai di infezione da virus Ebola, uno dei più implacabili killer inventati dalla natura, si estinguono da soli, proprio per l'eccessiva virulenza iniziale. Per quanti pasticci possa fare l'uomo, non inventerà mai nulla che non sia già stato prodotto (e magari scartato come inadatto) dai laboratori dell'evoluzione in milioni di anni.
Chi non si accontenta di brillanti ragionamenti astratti, che possono poi essere tristemente smentiti dai fatti, chiede invece che cosa si può fare per evitare brutte sorprese future. Un esperto americano, John Steinbruner dell'Università del Maryland, si azzarda a proporre organismi di vigilanza che possano interrompere la ricerche pericolose, e vietarne la pubblicazione.
È una forma di censura difficile da attuare: i segreti sono permeabili proprio ai più malintenzionati, mentre il pubblico sarebbe completamente all'oscuro di tutto. Forse la proposta più concreta, anche se limitata, proviene da Gary Nabel, dei National Institutes of Health, che suggerisce di manipolare solo virus privati della capacità di moltiplicarsi: sono meno efficaci come vaccini, ma sicuramente molto più sicuri. Ma ancora troppe domande rimangono aperte.
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