luglio 99
DIOSSINA, "mucca pazza", ogm
Gli scienziati pazzi dell'agroalimentare
La fine del millennio vede crescere, inattesa, una "grande paura": quella
dell'alimentazione quotidiana. Dalla "mucca pazza" al pollo alla diossina,
passando per il bovino agli ormoni, la soia transgenica, le farine agli estratti di
cadavere per gli animali da macello o i pesci d'allevamento, fino all'acqua minerale e
alla Coca-Cola contaminate, la lista dei prodotti di consumo adulterati si allunga. Un
filo rosso collega queste aberrazioni: la ricerca del massimo profitto da parte delle
multinazionali dell'agroalimentare che stanno trasformando l'agricoltura in un'industria
che non lascia più spazio al contadino. Il 25 giugno scorso, i ministri dell'ambiente
dell'Unione europea, dopo accese discussioni, hanno deciso una moratoria parziale per i
cibi transgenici. Il progetto di direttiva che dovrà essere approvato dal nuovo
Parlamento europeo e dovrebbe entrare in vigore nel 2001 stabilisce che i nuovi Ogm
(Orgamismi geneticamente modificati) non abbiano più autorizzazione illimitata, ma siano
riesaminati con scadenza decennale. Decisa anche l'etichettatura dei cibi transgenici, con
la ricostruzione dei "percorsi", dal prodotto agricolo fino a quello
trasformato. Un piccolo passo nella giusta direzione, secondo alcuni. Un compromesso
insufficiente, secondo chi ritiene che è l'intera logica di funzionamento del sistema
agroalimentare che deve essere cambiata.
di François Dufour*
La crisi nell'industria agroalimentare belga, aggravata dal problema del pollo alla
diossina, rimette in discussione gli orientamenti di una politica agricola comune (Pac) la
cui sola ambizione sembra essere quella di adeguarsi alla globalizzazione.
Quando, negli anni '80, le lobby agroindustriali britanniche, decise ad abbassare in ogni
modo i loro costi di produzione, liberalizzarono il settore della carne bovina, non si
aspettavano conseguenze tanto disastrose sulla salute degli animali e degli uomini: nel
1996, l'individuazione dell'encefalopatia spongiforme bovina (Esb), detta della
"mucca pazza", fece nascere dei sospetti su alcune pratiche agricole.
Ma il discredito ricadde sui contadini, i quali invece erano vittime dei produttori di
alimenti per bestiame e dei loro alleati, le industrie di macellazione.
La responsabilità di questa situazione non è solo degli inglesi: va attribuita anche
alle autorità comunitarie, visto l'orientamento che hanno dato alla Pac. Eppure erano
state messe in guardia: fin dal 4 aprile 1996, la Confederazione contadina aveva richiesto
alle autorità francesi e di Bruxelles di adottare con urgenza provvedimenti che
proibissero l'uso delle farine animali negli alimenti di tutti gli animali domestici. La
risposta data allora da Parigi fu che il marchio di identificazione "carne bovina
francese" e una totale "tracciabilità" avrebbero dato tutte le garanzie.
Ingenuità o ipocrisia? Mantenere l'autorizzazione a fare uso di farine negli alimenti per
suini e pollame apriva la strada a tutti i traffici e a tutte le derive. E infatti,
qualche mese più tardi, nel 1997, si scatenava nei Paesi Bassi un'epidemia di peste suina
che provocava la distruzione di tutta una filiera: fu necessario abbattere milioni di capi
di bestiame. Costo dell'operazione: 1 miliardo di ecu (circa 2.000 miliardi di lire), per
metà a carico dei contribuenti europei.
Nessuna misura tampone risolverà problemi che nascono dall'imposizione di un modello
produttivo, organizzato, tramite la Pac, a esclusivo beneficio delle lobby
dell'agroalimentare e in particolare delle transnazionali che producono alimenti per
animali, antibiotici e stimolatori di crescita. Secondo stime ufficiali, in un allevamento
con meno di 100 suini i costi relativi agli antibiotici sono di 120.000 lire per animale.
Ma quando la produzione si concentra in un solo luogo, le spese possono superare le
300.000 lire per capo di bestiame.
L'obiettivo non è più allora curare l'animale, ma ottenere un aumento di peso
artificiale. Eppure i ricercatori microbiologi hanno da tempo dimostrato che, se si
concentrano gli animali, l'industrializzazione dell'allevamento concentra anche elementi
patogeni e rischi.
Si sa che le salmonelle, facilmente presenti nella filiera avicola, sono all'origine
dell'80 % delle infezioni tossiche collettive di origine alimentare censite in Francia.
D'altra parte, le batterie diventano sempre più resistenti agli antibiotici usati in
quantità eccessiva, con i conseguenti, intuibili, inconvenienti nel trattamento delle
malattie infettive. Il comitato direttivo scientifico dell'Unione europea (formato da 16
esperti indipendenti) ha, al riguardo, pubblicato un rapporto nel quale ne chiede la
proibizione. Il comitato, fino ad oggi, non ha trovato udienza a Bruxelles, dove però
sarà organizzata, su questo argomento, una conferenza scientifica internazionale il
prossimo 20 luglio. E' bene ricordare che questo settore del mercato farmaceutico mondiale
rappresenta circa 250 miliardi di dollari Quanto all'uso oggi messo sotto accusa con
grande clamore delle farine animali incorporate come proteine nell'alimentazione del
bestiame per equilibrare le razioni, non è cosa nuova. L'allevamento intensivo
industriale ha costruito la sua potenza e la sua strategia di conquista dei mercati
mondiali attingendo da una fonte inesauribile: i rifiuti riciclati dei mattatoi che
diventano cibo per animali (1). La ricerca del minor
costo per il maggior profitto ha portato i responsabili dei grandi gruppi di produttori di
farine a rifiutare in modo sistematico le norme pubbliche di trasparenza (tracciabilità)
e d'informazione agli allevatori sulle caratteristiche e la composizione dei prodotti
forniti. Nel luglio 1996, la Confederazione contadina (2)
ha presentato la prima querela contro ignoti per la questione dell'Esb (3), ma la giustizia è lenta. I poteri pubblici francesi ed europei, talvolta
così pronti nell'adottare delle misure, anche legislative, lo sono molto meno
nell'applicarle e nel farle rispettare.
Lo scandalo della carne contaminata con la diossina (4),
sostanza altamente cancerogena e presente a forti dosi in alcuni alimenti per il bestiame
(come quello, ancora d'attualità, dell'Esb), rivela una volta di più, malgrado i
discorsi rassicuranti di cui i governi sono prodighi, il lassismo, se non la complicità,
degli organi dello stato nei confronti del potere finanziario. Il forte aumento delle
"paure alimentari" porterà a pesanti ripercussioni sugli allevatori di pollame,
suini, ma anche bovini: distruzione degli allevamenti interessati, diminuzione dei prezzi,
revisione unilaterale dei contratti di produzione per gli allevatori legati a industrie
produttrici di alimenti. Ma, dopo la diossina, altri pericoli incombono, come, ad esempio,
quelli legati all'accumulo di metalli pesanti nel suolo a causa dell'irrorazione con
fanghi di depurazione, né si può dimenticare che sono ancora sconosciute, sia a livello
dell'ambiente che della salute, le conseguenze delle manipolazioni genetiche su animali e
vegetali.
Finora le istanze comunitarie hanno resistito alla pressione delle industrie farmaceutiche
che vogliono imporre gli ormoni da latte e da animali, anche se si sa bene che il Belgio
è un crocevia per il traffico di questi ormoni in Europa. Ma gli Stati uniti, decisi ad
esportare a qualunque costo la loro carne bovina agli ormoni nei paesi dei Quindici, hanno
già segnato importanti punti a loro favore all'interno dell'Organizzazione mondiale del
commercio (Omc), la quale non si preoccupa minimamente della salute pubblica (5). Gli europei, come punizione del loro rifiuto, sono costretti a pagare 253
milioni di dollari, sotto forma di aumento dei diritti doganali su alcune loro
esportazioni destinate agli Stati uniti (202 milioni) e al Canada (51 milioni). La
Commissione europea non si oppone affatto al principio di queste sanzioni, si limita a
cavillare sull'ammontare della cifra. Rifiuta di invocare il principio precauzionale per
altro esplicitamente previsto dall'accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie concluso
nel 1994 durante il ciclo dell'Uruguay dell'Accordo generale su tariffe doganali e
commercio (Gatt) col pretesto che Washington potrebbe considerarlo una provocazione (6)! Come si è visto nel febbraio 1999 a Cartagena
(Colombia) (7), un altro importante scontro commerciale
si delinea tra i paesi che producono e commercializzano vegetali modificati geneticamente
(Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Stati uniti, Messico) e l'Europa, dove, dal
1994, soltanto nove varietà hanno ricevuto l'autorizzazione ad essere coltivate e
importate. Ma è soltanto la pressione dei consumatori e dei movimenti dei cittadini
europei che ha impedito, fino ad ora, alla Commissione e alla maggioranza dei governi la
totale liberalizzazione del commercio degli organismi geneticamente modificati (Ogm),
questi nuovi strumenti di appropriazione di semi e piante da parte di alcune
multinazionali: Novartis, Monsanto, Pioneer-DuPont, Agrevo, ecc. Da quando esiste
l'agricoltura, i contadini seminano i campi con i prodotti del proprio raccolto. Sono loro
che, da millenni, selezionano e adattano le piante in funzione delle loro necessità e
delle caratteristiche dell'ambiente. Oggi, i grandi gruppi di produttori di sementi hanno
selezionato semi ibridi, le cui caratteristiche li rendono particolarmente adatti
all'agricoltura intensiva. Questi ibridi non si riseminano, mentre le piante autogame come
grano, orzo e colza, sono riutilizzate nel 50 % dei casi. Evidentemente i produttori di
semi non hanno interesse a che i contadini possano riseminare i campi a partire dai propri
raccolti. Tentano di convincerli che le manipolazioni genetiche procureranno loro grossi
margini di guadagno.
Questa affermazione costituisce prima di tutto un inganno intellettuale, perché postula
che l'agricoltura intensiva, forte consumatrice di input, pesticidi e fungicidi di ogni
tipo, sia il solo modello atto a soddisfare le necessità dell'uomo. Al contrario, sono
molti i contadini che sviluppano altri tipi di produzione (in particolare l'agricoltura
biologica) altrettanto competitivi, ma rispettosi della natura e dei consumatori.
Inoltre è un inganno economico, perché lasciare i semi nelle mani di alcune
multinazionali, per i contadini vuol dire accettare un'integrazione sempre maggiore nel
complesso genetico- industriale (8). I rischi, per la
salute e l'ambiente, della messa a coltura di piante manipolate geneticamente
costituiscono l'oggetto di serrati dibattiti tra gli scienziati. E la tendenza è alla
prudenza più estrema, in particolare dopo che molti studi hanno dimostrato gli effetti
nocivi, sulle farfalle, del mais transgenico Bt (cioè portatore della tossina del
Bacillus thuringiensis che rende la pianta resistente ad un insetto detto piralide
n.d.t.), prodotto da Monsanto, Novartis e Pioneer, di cui i governi tedesco, spagnolo e
francese, giocando agli apprendisti stregoni, hanno autorizzato la commercializzazione (9). Dopo la questione della diossina, la maggioranza dei
ministri dell'agricoltura dei Quindici non ha dato seguito alla richiesta francese di
proibizione delle farine animali, perché si pone il problema delle soluzioni di ricambio
con proteine vegetali.
L'agricoltura europea ostaggio degli Usa L'Europa, che ha fatto la triste scelta dello
sviluppo di cereali a basso prezzo destinati al mercato mondiale, è fortemente
deficitaria di vegetali ricchi di proteine e amidi e soprattutto di piante oleose: nella
campagna commerciale 1996-97, il suo tasso di autosufficienza per colza, girasole e soia
raggiungeva solo il 22% (10). E ciò per evidenti
ragioni: durante i negoziati del Gatt del 1993, ha ottemperato alle esigenze di Washington
accentando di limitare a 5,482 milioni di ettari la superficie da coltivare a piante
oleose, così da garantire all'agrobusiness americano uno sbocco illimitato per i suoi
panelli di soia e per i prodotti di sostituzione dei cereali, che entrano nella Comunità
esenti da ogni diritto doganale. E' dunque agli Stati uniti e ai paesi latino-americani
che per un'eventuale sostituzione delle farine animali i contadini europei dovranno
rivolgersi per l'approvvigionamento.
Cioè a paesi dove gli Ogm sono coltivati su milioni di ettari (secondo fonti
specializzate, il 40 % della soia e il 20 % del mais americani sono transgenici) e dove le
multinazionali si rifiutano di creare filiere di imballaggio e di commercializzazione
separate tra Ogm e non Ogm. In altre parole, in mancanza di una chiara etichettatura per
l'alimentazione sia degli uomini che degli animali, ai consumatori e ai contadini, presi
in ostaggio, non rimane che scegliere tra la peste delle farine animali e il colera degli
Ogm.
Al di là del sostegno dato dalla Francia, il 24 giugno, alla proposta greca di sospendere
ogni nuova immissione di Ogm sul mercato a livello europeo, le associazioni (France Nature
Environnement, Greenpeace, Attac, ecc.) chiedono una moratoria sulla coltivazione e la
commercializzazione delle tecnologie genetiche e l'applicazione del principio
precauzionale. Una gran parte dei produttori dipende dalle grandi industrie sul piano
tecnologico, economico e finanziario, e ha, quindi, uno scarso margine di manovra.
L'industria si è impadronita del contadino imponendogli le proprie regole per la
produzione di materie prime a basso costo, facendo di lui una cavia che si getta alle
ortiche quando non rende più.
La fame nel mondo non è un problema che si risolverà grazie alle tecnologie genetiche.
La sua soluzione passa unicamente attraverso la sovranità alimentare (11), vale a dire attraverso il rafforzamento e l'autonomia politica dei paesi
in via di sviluppo, attraverso il riconoscimento del loro diritto a proteggersi da
importazioni sleali e dal dumping economico, sociale, ecologico dei paesi ricchi. E' bene
dunque orientarsi verso un'agricoltura che metta al centro delle sue preoccupazioni la
dimensione sociale, territoriale ed ambientale, e non verso un'agricoltura duale che
fornirebbe ai poveri una grande abbondanza di pessimo cibo, prodotto da pochi contadini
ricchi, e ai ricchi un'alimentazione di qualità fornita da contadini poveri. Mettere la
Pac, come fa la Commissione europea, al servizio della "vocazione esportatrice
dell'agricoltura europea", è una decisione che nasce da una grave confusione tra due
mercati di natura fondamentalmente opposta: quello dei prodotti di base (polvere di latte,
cereali, carni bianche e scarti di carni rosse) e quello dei prodotti elaborati e a forte
valore aggiunto.
Il mercato mondiale dei prodotti di base è alimentato dalle eccedenze agricole dei grandi
(Unione europea, Canada, Stati uniti). I corsi di questo mercato sono estremamente bassi e
lo resteranno a lungo, se si dà credito ad un recente rapporto della Banca mondiale:
prezzo del latte compreso tra le 225 e le 300 lire al litro; un chilo di maiale tra le 450
e le 690 lire e di bovino giovane a 1.300 lire. Per produrre a costi così bassi, è
necessario eliminare ogni vincolo nella produzione e annullare ogni limite: luoghi di
produzione giganteschi, terre e aiuti pubblici accaparrati da pochi agromanager.
Il mercato dei prodotti elaborati o a forte valore aggiunto obbedisce a regole del tutto
diverse. I contadini, anche se ognuno di loro ricerca la produttività, non lo affrontano
direttamente. Le produzioni sono in genere molto ben inquadrate e rispondono ad un
mansionario che distribuisce con precisione i compiti: vengono realizzate in ben
identificate zone geografiche e permettono di valorizzare le competenze; concorrono ad una
vera economia locale che nasce dal valore aggiunto. Questa agricoltura è l'unica
soluzione per un tipo di sviluppo basato sulla cieca mondializzazione degli scambi. Le
catastrofi della "mucca pazza" e del pollo alla diossina rischiano di essere
solo il preludio di altri disastri, se non si forma un ampio fronte, costituito da
contadini, consumatori e movimenti di cittadini, uniti nel rifiutare questa forma di
dittatura dei mercati rappresentata dalla onnipotenza delle transnazionali agroalimentari
e chimiche.
note:
* Agricoltore (Manche), portavoce della Confederazione contadina.
torna al testo (1) Sul contenuto delle farine e sui
metodi di macellazione, leggere gli estratti del rapporto confidenziale della Direzione
nazionale per le inchieste e la repressione delle frodi (Dnerf), pubblicati da Le Canard
enchaöné del 9 giugno 1999.
torna al testo (2) Ndr: la Confederazione contadina è
il sindacato agricolo francese più rappresentativo dopo la Federazione nazionale dei
sindacati degli imprenditori agricoli (Fnsea). Sostiene un'agricoltura contadina e lotta
contro i danni del produttivismo. La confederazione pubblica un mensile, Campagnes
solidaires (104, rue Robespierre, 93170 Bagnolet).
(confédérationpaysanne.fr)
torna al testo (3) Leggere Bertrand Hervieu,
"Pazzia delle mucche e pazzia degli uomini", Le Monde diplomatique/il manifesto,
maggio 1996.
torna al testo (4) Le diossine sono degli inquinanti
organici persistenti, classificati come "noti cancerogeni umani" dal Centro
internazionale di ricerca sul cancro (Circ). Si tratta essenzialmente di sottoprodotti di
processi industriali: fusione di metalli, imbiancamento della pasta da carta, produzione
di alcuni erbicidi e pesticidi e, soprattutto, inceneritori di rifiuti, dal momento che la
combustione è incompleta. Il termine diossina designa una famiglia di composti (oltre
400) apparentati alla più tossica, la Tcdd.
torna al testo (5) Dal 1989, la Comunità europea, a
causa dei rischi che comportano per la salute dell'uomo, ha proibito l'uso di ormoni della
crescita nell'alimentazione animale. Nel 1997, gli Stati uniti e il Canada hanno ottenuto
dall'Omc una condanna per questa "violazione delle regole del commercio
mondiale" che riguarda 10.000 tonnellate di importazioni, su un totale di circa
450.000 tonnellate. Entro luglio, uno speciale gruppo di arbitraggio dell'Omc deve
decidere sull'ammontare delle compensazioni che l'Unione europea dovrà versare alle due
parti lese.
torna al testo (6) Leggere Le Monde, 30 aprile 1999.
torna al testo (7) Iniziata il 14 febbraio, la
conferenza di Cartagena sui prodotti transgenici mirava a stabilire un "Protocollo
sulla prevenzione dei rischi biotecnologici" provocati dagli Ogm. Il "Gruppo di
Miami", guidato dagli americani, si è opposto, rinviando il problema all'Omc (Le
Monde, 26 febbraio 1999).
torna al testo (8) Leggere Jean-Pierre Berlan e Richard
C. Lewontin, "Il complesso genetico-industriale: un racket confisca la materia
vivente", Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 1998.
torna al testo (9) Uno studio dell'università di
Cornell, pubblicato dalla rivista Nature, del 20 maggio scorso, e confermato da
ricercatori dell'università di Iowa, ha rivelato un tasso di mortalità del 44%, in 48
ore, nelle larve di farfalle Monarch alimentate con cicerbita contaminata da polline di
mais Bt.
Lavori condotti da Greenpeace con un entomologo dell'università di Exeter hanno
dimostrato che il mais in questione potrebbe essere dannoso per oltre 100 specie, tra cui
il pavone, il macaone e l'atalanta. Greenpeace International: www.
greenpeace.org
torna al testo (10) Leggere Jacques Loyat e Yves
Petit, La Politique agricole commune, La Documentation française, Parigi, 1999.
torna al testo (11) Leggere Edgard Pisani, "Per
far sì che il mondo nutra il mondo", Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile
1995.
(Traduzione di G.P.)
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