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Cosa scrivono i giornali....

 

ringraziamo le seguenti fonti di informazione:

AVVENIRE - 25/5/99

INCHIESTA Fa discutere l'ipotesi delle biotecnologie nella lotta alla denutrizione. Ma il Terzo mondo si ribella
Cibi transgenici contro la fame?

C'è chi spera di salvare la vista, e la vita, di 120 milioni di bambini immettendo nei chicchi di riso la vitamina A che è nelle foglie

Luigi Dell'Aglio


Se i cibi transgenici mirano quasi esclusivamente a sfamare i poveri del mondo, come mai le colture biotecnologiche piacciono tanto a Tony Blair, capo del governo di un paese dove si fanno cinque pasti quotidiani, e invece scatenano un turbine di proteste senza fine proprio a Calcutta, dove a stento si mangia una volta al giorno? In India sono stati dati alle fiamme camion carichi di sementi "ingegnerizzate", e la folla ha devastato le coltivazioni al grido di "Bruciamo Monsanto" (la multinazionale Usa del settore). Contro la rivoluzione genetica che sta investendo l'agricoltura in tutti i continenti, si è formato un fronte che comprende tutta l'Africa e parte dell'Asia e dell'America Latina. Lo schieramento raccoglie quasi tutti i paesi con gravissimo deficit alimentare. E' un aspetto che rischia di disorientare ancora di più quanti tentano di farsi un'idea ponderata sulla questione. Ma insomma le colture geneticamente modificate possono o no risolvere il problema della fame nel mondo?
E' il tasto sul quale battono i fautori del Frankenfood (o cibo di Frankenstein, come gli alimenti transgenici sono chiamati dai contestatori più irriducibili). Scrive sul Guardian Bernard Dixon, dirigente della Federazione europea per le biotecnologie: «Non c'è dubbio: grazie all'ingegneria genetica, l'agricoltura del Terzo e Quarto Mondo non vedrà più andare perdute quelle alte percentuali di raccolto che oggi finiscono in pasto a insetti e parassiti». Dixon si associa a Gordon Conway, che è stato docente di tecnologia ambientale all'Imperial College di Londra, il quale aveva dichiarato: «Basterà trasferire nei chicchi di riso la vitamina A oggi contenuta nelle foglie, e si potrà salvare la vista - e la vita - a 120 milioni di bambini».
L'introduzione delle nuove colture dovrebbe stare a cuore principalmente ai paesi in via di sviluppo, perché queste colture resistono anche in condizioni climatiche sfavorevoli, cioè nelle terre aride, interviene il professor Claudio Peri, dell'Università di Milano, uno dei maggiori esperti europei di tecnologia alimentare. E' vero che, tra vent'anni, gli attuali 750 milioni di esseri umani sottonutriti diventeranno quasi tre miliardi. Ma, se i terreni coltivati con sementi transgeniche, dai tre milioni di ettari del 1966, passeranno, entro l'anno 2000, a 60 milioni di ettari in tutto il mondo, non c'è dubbio che l'aiuto dell'ingegneria genetica può essere considerato decisivo nella lotta alla fame nel mondo. «Le biotecnologie rappresentano un'opportunità importante. Tanto più che le applicazioni di cui si parla non pongono per ora alcun rilevante rischio né alla salute dei consumatori né all'ambiente», spiega Peri. Ma un ragionamento del tipo «finalmente, grazie all'ingegneria genetica, cacceremo la carestia dal pianeta» è troppo semplicistico e anche poco sincero. «La fame nel mondo», dice «ha ragioni diverse e molto complesse. A dire la verità, se il mondo fosse capace di darsi un'organizzazione adeguata, la fame potrebbe essere sconfitta anche subito, con le conoscenze e le risorse già disponibili». In vari paesi sono state proposte innovazioni nell'agricoltura tradizionale, che da sole sarebbero bastate ad accrescere la produzione. Per mille e una ragioni, non ci sarebbe bisogno di attendere l'arrivo dell'ingegneria genetica.
Cominciano allora a delinearsi i motivi per cui il Sud del mondo fa la guerra ai cibi transgenici. Teme la progressiva scomparsa della biodiversidità, spiega il professor Peri. «Quando si mette a punto una coltura di elevata produttività, le varietà indigene, patrimoni genetici potenzialmente interessanti, vengono emarginate, e talora si perdono. Ecco una questione che le agenzie mondiali dello sviluppo, come la Fao, debbono considerare con la dovuta attenzione, prendendo le necessarie contromisure». Da un rapporto riservato in possesso del governo inglese, citato da "Friends of the Earth", risulta che molte piante rischiano di scomparire dal pianeta se si diffondono soia, grano, cotone e verdure transgeniche. E anche le fonti cui si rifà il principe Carlo dicono la stessa cosa.
Ma non è tutto. Tra i 175 paesi che a Cartagena, in Colombia, reclamavano un accordo internazionale sulla biodiversità, la maggioranza non nascondeva la propria opposizione non solo ai "biopirati" ma all'oligopolio dell'agricoltura mondiale che le biotecnologie stanno creando. I paesi in via di sviluppo non protestano perché temono i rischi biologici dell'ingegneria genetica applicata nei campi. Ce l'hanno con le multinazionali (Monsanto, Novartis, AgroEvo, Dupont e Zeneca, per citare le principali) perché, come denunciano decine di siti Internet, questi colossi pretendono di brevettare (ritoccandole geneticamente) le piante di mezzo mondo e di rivenderle - a prezzi di monopolio - alle popolazioni che quelle piante avevano coltivato da tempo immemorabile. «Milioni di piccoli agricoltori, che non hanno accesso alle nuove tecnologie, verranno tagliati fuori dal mercato. La fame aumenterà, invece di diminuire» è l'allarme lanciato da Vandana Shiva, direttore dell'Istituto di scienza, tecnica ed ecologia di Nuova Delhi. Nessuno nega che un'organizzazione come quella di cui dispongono i colossi dell'agricoltura mondiale sia in grado di portare rapidamente a termine la trans-rivoluzione agricola, ma ne faranno le spese, almeno all'inizio, molti paesi in via di sviluppo.
Luigi Dell'Aglio
 

Mieux que Dolly le clone?


On a créé un spermatozoïde transgénique
Une équipe d'Hawaii a obtenu des souris porteuses d'un nouveau gène en le faisant «capter» par un spermatozoïde. Révolution en vue pour l'élevage.

Par CORINNE BENSIMON

Le mardi 18 mai 1999

Le spermatozoïde nouveau est né, à Honolulu. Un spermatozoïde transgénique, pionnier de sa catégorie. Les rayons du génie génétique comptaient déjà toute sortes de virus, cellules et organismes au patrimoine génétique savamment bricolé. Voici que débarque une cellule sexuelle, mâle en l'occurrence: un spermatozoïde de souris doté d'un gène de plante. Introduit dans un ovule, il produit un souriceau transgénique, porteur de ce nouveau caractère végétal.

La prouesse aurait de quoi attiser les débats sur les limites sans cesse repoussées de la manipulation de la reproduction animale, voire humaine. Cependant, l'article publié cette semaine dans l'hebdomadaire américain Science par Ryuzo Yanagimachi et ses collègues n'incite guère aux états d'âme. Leur «super spermatozoïde» a été conçu avant tout comme un «nouvel outil» prometteur, pour la production de bétail transgénique. Depuis vingt ans, ce créneau d'élevage fait rêver la médecine et les firmes de biotechnologies. Déjà, quelques labos dans le monde s'enorgueillissent d'un petit cheptel de brebis et chèvres transgéniques sécrétant des protéines humaines médicamenteuses dans leur lait, contre la mucoviscidose ou l'infarctus. Mais leurs «récoltes» sont encore notablement maigres. Faute d'une technique efficace permettant de modifier en routine le patrimoine génétique de centaines de caprins, ovins et bovins, le secteur peine à passer à la phase industrielle. Le spermatozoïde transgénique d'Hawaii se promet de l'y propulser.

Il ne paie pourtant pas de mine, ce spermatozoïde high-tech. Il a même une drôle de tête, genre gueule cassée, et pour cause. On lui a fait sauter la membrane, cette fine pellicule qui protège son unique trésor, son petit noyau où sont rangés tous ses gènes. En plus, il a perdu sa queue, arrachée par une décharge électrique. Disons le tout net, en citant Ryuzo Yanagimachi et ses collègues: leur super spermato est un «spermatozoïde mort» puisque bien incapable, en son piteux état, de partir à l'assaut d'un ovule. Qu'importe ce handicap fâcheux : pour qu'il accomplisse malgré tout son mâle destin de cellule fécondante, une pipette fera le taxi, le saisira et le déposera au cœur de l'habitacle femelle, manip bien connue sous le nom d'ICSI, injection intracytoplasmique de spermatozoïde. Qu'importe en effet, l'essentiel est ailleurs: ce spermatozoïde ainsi «blessé» est devenu capable de produire un animal transgénique.

C'est ce que démontre Ryuzo Yanagimachi, sommité mondiale de la recherche en biologie de la reproduction, dans cet article de Science. Il prouve qu'un spermatozoïde dont la membrane est déchirée peut «attraper» un gène étranger présent dans son environnement et devenir ainsi «transgénique». Cela n'est guère surprenant en théorie, cette membrane servant vraisemblablement à protéger le patrimoine génétique du spermatozoïde contre toute contamination, notamment par de l'ADN viral. De fait, les biologistes d'Hawaii ont plongé des spermatozoïdes ainsi lésés dans une solution contenant des centaines de copies d'un gène étranger à l'espèce, en l'occurrence un gène de plante commandant la fabrication d'une protéine fluorescente - un gène «marqueur» utilisé pour tester la faisabilité d'une manipulation génétique. Puis ils ont fécondé des ovules avec ces spermatozoïdes. Résultat, après transfert des embryons obtenus dans des souris «mères porteuses»: 20 % de naissances, toutes transgéniques, sont porteuses du gène fluo. De quoi faire rêver les chercheurs qui tentent de fabriquer du bétail transgénique.

Avec la technique utilisée jusqu'ici, leur taux de succès est plutôt de l'ordre de quelques pour cent. Depuis la naissance du premier souriceau transgénique en 1974, elle reste, dans son principe, inchangée. Le gène étranger est tout simplement injecté, via une micro-pipette, dans le noyau d'un tout jeune embryon au stade une cellule (un ovule qui vient d'être fécondé). La méthode marche plutôt bien pour fabriquer des souris transgéniques, (environ 20 % de succès) mais échoue le plus souvent quand on passe aux gros mammifères. Question de qualité de l'ovule, souligne Yanagimachi. Transparent chez la souris, il est opaque chez le bétail, ce qui rend difficile le contrôle de l'injection du gène. «Ce sont ces échecs répétés qui ont suscité un tel engouement pour le clonage, note Bernard Jégou, spécialiste de la spermatogenèse à l'Inserm. Faute de pouvoir fabriquer à volonté du bétail transgénique, on imagine de "recopier" à l'infini un bovin ou ovin transgénique obtenu à grand peine.» Ironie de l'histoire, la percée hawaiienne pourrait bien porter un coup singulier à la voie ouverte par la naissance de Dolly la brebis, premier clone d'adulte. «Si la technique marche aussi bien sur le bétail que sur la souris, estime Bernard Jégou, il est probable que les investissements - scientifiques et surtout financiers - sur le clonage d'adulte perdront une grande part de leur intensité.» Le spermatozoïde transgénique, meilleur ennemi des clones?.

 
LE MONDE / 07 Mai 1999 / Page 20
Sinogen, symbole des ambitions chinoises

     EN CHINE, le débat " éthique " sur le bon usage des organismes génétiquement modifiés (OGM) n'est pas d'actualité. Le gouvernement chinois soutient clairement, et depuis plusieurs années, ce type de culture : plus de 150 000 hectares - principalement de coton, de tomates, de poivrons - sont désormais plantés dans l'est et le sud du pays.

Pour commercialiser ces produits, le gouvernement a accordé au total six licences : cinq à des acteurs chinois et la dernière, en 1997, au groupe américain de biotechnologies Monsanto, qui cultive sur place du coton transgénique. " Nous faisons désormais partie, avec les Etats-Unis, le Canada et l'Argentine, des quatre plus grands pays commercialisant des plantes génétiquement modifiées ", explique fièrement le professeur Zhangliang Chen, vice-président de l'université de Pékin, une institution qui détient trois des licences chinoises. La Chine est cependant loin derrière les Etats-Unis, dont la surface d'OGM cultivée est 170 fois supérieure !

Pour justifier son orientation, le géant asiatique met en avant une nécessité économique. " Les cultures transgéniques, résistant aux virus ou aux insectes, présentent des rendements supérieurs de 15 % à 20 % à ceux des cultures traditionnelles. Ceci est important, car notre pays va avoir un problème pour se nourrir ", analyse M. Chen. " La Chine, c'est aujourd'hui, à l'échelle de la planète, 23 % de la population sur seulement 7 % de la terre cultivable. Et ce déséquilibre va s'aggraver, ajoute-t-il, nous serons 1,5 milliard en 2025, alors que la surface de terre cultivable va diminuer avec l'urbanisation du pays. Nous allons, de plus, avoir un problème d'irrigation car bientôt l'eau va manquer. " Pour trouver des solutions, le pays s'est lancé dans un programme d'ampleur : augmentation des subventions gouvernementales aux centres de recherche, passerelles entre universités et entreprises encouragées, ouverture aux coopérations internationales de recherche...

PROJETS DE COTATION

Le professeur Zhangliang Chen a saisi cette opportunité pour créer en 1993, Sinogen, une des premières entreprises de biotechnologie chinoise , qui attire déjà des convoitises étrangères. Le groupe américain de capital-risque Hambrecht & Quist (H & Q) a misé sur Sinogen dès 1995 : " Plus de 10 millions de dollars au total ont été investis depuis cette date par ce partenaire ", explique M. Chen. Il est vrai que l'investisseur américain n'a pas misé sur un inconnu. Zhangliang Chen, à trente-huit ans, collectionne les distinctions et les honneurs. Ancien étudiant de l'université de Washington, il a été désigné par Time Magazine comme " un des 100 jeunes espoirs mondiaux pour le prochain siècle ". Son entreprise de biotechnologie, qui emploie désormais 300 personnes, travaille sur les produits agricoles et pharmaceutiques. Elle a enregistré, en 1998, un résultat net de 62 millions de yuans (environ 46 millions de Francs, 7 millions d'euros) pour un chiffre d'affaire s de 210 millions. En juin 1999, Sinogen devrait être cotée dans son pays.

A l'image de la biotechnologie chinoise, M. Chen ne compte pas en rester là . " Nous avons le projet, avec l'aide de H & Q, d'être cotés aux Etats-Unis en entrant au Nasdaq ", précise-t-il.Et d'étendre désormais ses recherches à d'autres produits. " Après les tomates génétiquement modifiées, nous travaillons particulièrement sur le riz et le blé. "

LAURE BELOT

 
LE MONDE+ / 07 Mai 1999 / Page 20
L'industrie agrochimique impose une nouvelle révolution verte

     " NOUS ALLONS contribuer par de nouvelles techniques, intégrant les biotechnologies, à agir non seulement sur la protection des cultures, mais aussi sur la nature même du produit final ", souligne Georges Santini, porte-parole de Rhône-Poulenc Agro France, promoteur d'un coton génétiquement modifié qui résiste aux herbicides. " Aujourd'hui, nous élargissons la palette des outils mis à la disposition des agronomes ; demain nous offrirons aux transformateurs une matière première agricole aux qualités nutritionnelles, gustatives ou industrielles améliorées. "

Les premières plantes transgéniques mises sur le marché, dès 1995 aux Etats-Unis, présentent surtout un intérêt pour les agriculteurs : elles sont susceptibles de réduire la quantité de produits phytosanitaires utilisés pour protéger les cultures. La promesse d'une nouvelle révolution verte donne des ailes aux grands groupes agrochimiques, tels les américains Monsanto, DuPont et Dow, le suisse Novartis, l'allemand Agrevo (groupe Hoechst), le britannique Zeneca ou le français Rhône-Poulenc Agro. Les produits vedettes sont des sojas et maïs obtenus par une modification génétique qui leur permet de supporter, sans inconvénient, un herbicide couramment utilisé en agriculture. En présence de ce produit, toutes les mauvaises herbes périssent, laissant la plante cultivée se développer de façon optimale. L'autre innovation biotechnologique est constituée de plantes résistant aux agressions des insectes, comme le maïs capable de se protéger contre des chenilles de lépidoptères.

Aux Etats-Unis, ces nouveaux outils, parce qu'ils améliorent le rendement des cultures et permettent d'éliminer plusieurs étapes polluantes, ont connu un engouement record. Les " farmers ", compte tenu des bénéfices qu'ils en tirent, les ont massivement adoptés. Les plantes modifiées ont fait des émules en Argentine, en Chine et au Japon, qui déclarait récemment les biotechnologies " priorité nationale ". Les pays en développement, soucieux de nourrir une population exponentielle, pourraient escompter une hausse de leurs rendements agricoles de 10 % à 25 % par la substitution aux variétés classiques de plantes OGM adaptées.

De sorte que les capitaines de l'agrobiotechnologie croient à l'avenir des OGM. Même si, dans les pays d'Europe particulièrement secoués par les récentes affaires de la vache folle, ils sont tenus d'avancer à pas comptés. Chez Novartis Seeds, la première société à avoir commercialisé des OGM en Europe - 1 500 hectares de maïs autoprotégé contre la pyrale, un ravageur du maïs, ont été cultivés en France en 1998 -, on déclare souscrire au souhait du consommateur d'avoir le choix de manger ou non des OGM.

LAISSER LE CHOIX " Dès la commercialisation de nos premières variétés transgéniques, en 1998 en Europe, nous avons été en faveur de la création d'une filière non OGM ", revendique Christian Morin, directeur de la communication des grandes cultures chez Novartis Seeds. " La comparaison est le seul moyen pour que le consommateur voit aussi les bénéfices des OGM, parce qu'il y en a ! "

Même son de cloche chez Monsanto, le leader mondial des OGM (15 millions sur les 20,5 millions d'hectares consacrés aux OGM aux Etats-Unis relèvent de leur technologie) : " La pire des choses serait que le consommateur ait le sentiment que l'on ne lui donne pas le choix ", estime Stéphane Pastereau, coordinateur scientifique. " Nous soutenons la création d'une filière non OGM car nous pensons que le développement des OGM en dépend ", précise plus crûment François Thiboust, directeur de la communication " biotechnologies " de la société Agrevo.

Les entreprises françaises participent, au travers de leurs organisations professionnelles, en liaison avec l'Institut national de recherche agronomique (INRA) et les organisations de consommateurs, à un groupe de travail lancé il y a huit mois, pour étudier la faisabilité d'une filière garantie " sans OGM ". Dès l'automne 1999, les premiers résultats devraient permettre d'apprécier l'utilité et la faisabilité des filières " non OGM ". Les entreprises des science de la vie militent pour le choix d'une méthode fiable de détection des OGM, l'établissement d'un seuil de tolérance pour pallier les risques de " contamination fortuite " et celui d'une liste de produits exemptés d'étiquetage (pour des produits dont il n'est pas possible de décréter s'ils sont ou non OGM). Une chose est sûre : " Le coût final des produits sans OGM sera inversement proportionnel à la quantité semée ", prévient Didier Marteau, agriculteur et président du groupe de travail.

PRAGMATISME

Si près de 7O % des consommateurs français, selon les sondages, souhaitent avoir le choix dans leur assiette, rien ne dit qu'une fois les produits dans les rayons, leur acte d'achat n'ira pas vers les produits de masse, OGM pour la plupart. " Il faut que le consommateur comprenne que la filière non OGM aura un surcoût et qu'il ait en conséquence la perception que le produit est différent ", souligne M. Santini. " Or, nous avons la certitude qu'en terme de sécurité, de qualité alimentaire et gustative, les produits sont équivalents. "

Les agriculteurs, par le biais de la Fédération nationale des syndicats d'exploitants agricoles (FNSEA), participent à ce groupe de travail qu'ils ont initié et réclament une protection plus large des agriculteurs comme des consommateurs. Mais une certain pragmatisme prévaut ici aussi. " L'interdiction des OGM en France menacerait notre recherche, notre agriculture et, par là, notre indépendance alimentaire. En revanche, elle n'empêcherait pas le déferlement des produits issus d'OGM en Europe ".

De l'avis de tous, y compris des distributeurs, l'intérêt bien compris de la filière agricole et agroalimentaire est, non pas de refuser les plantes transgéniques, mais d'encadrer leur développement. La mise en route d'une filière non OGM est aussi une manière " politiquement correcte " de... banaliser les OGM.

VERONIQUE LORELLE

 
LE MONDE++ / 07 Mai 1999 / Page 20

La grande distribution attise le débat sur les aliments transgéniques.

Un marché en pleine explosion

     Les surfaces cultivées en OGM : elles ont plus que doublé en 1998, passant de 11 millions d'hectares en 1997 à 27,8 millions en 1998 (hors Chine), selon l'International Service for the Acquisition of Agribiotech Applications (Isaaa). Alors que le soja et le maïs représentent actuellement 82 % de la production transgénique, les experts prédisent la conversion, d'ici 2005, des principales cultures en OGM.

Les Américains, champions de la production : l'Amérique du Nord représente 84 % des surfaces cultivées en OGM dans le monde, dont 2,8 millions d'hectares pour le Canada et 20,5 millions pour les Etats-Unis. Dans ce dernier pays, 40 % des surfaces consacrées au soja étaient cultivées en OGM en 1998. Pour le maïs, la proportion s'élevait à 25 %.

Les autres producteurs : l'Argentine, avec 4,3 millions d'hectares, se consacre au soja, dont 60 % de l'assolement est en OGM. La production des autres pays reste symbolique : l'Australie, le Mexique, l'Espagne, la France et l'Afrique du Sud représentent, ensemble, moins de 1 % de la production mondiale. La Chine, dont la production est difficile à connaître, n'est pas prise en compte dans ces statistiques.

Le marché : selon l'Isaaa, le marché des plantes génétiquement modifiées a été multiplié par vingt de 1995 à 1998, passant dans cette période de 75 millions à 1,5 milliard de dollars. Il pourrait atteindre 25 milliards de dollars en 2010.

 
LE MONDE / 20 Avril 1999 / Supplément

LE MONDE ECONOMIE

LES ENJEUX, LES INITIATIVES

DOSSIER

Commerce et santé, un couple à risques

Les OGM, un bien ou un mal pour les pays en développement ?

Les organismes génétiquement modifiés pourraient représenter un espoir, mais ils ne sont pas la panacée

     Les organismes génétiquement modifiés (OGM) peuvent-ils contribuer à réduire la sous-alimentation, qui touche actuellement 800 millions de personnes dans le monde ? Assureront-ils demain la sécurité alimentaire de la planète, peuplée, en 2025, selon les prévisions les plus basses, de 9 milliards d'habitants ? A ces deux questions, la réponse est : non. A moins que... A moins que soit modifiée l'organisation économique mondiale, à moins de promouvoir une autre distribution des ressources alimentaires, à moins que les pays en développement inventent une autre exploitation de leurs terres...

Pis : si le génie génétique constitue un indéniable atout pour l'amélioration des variétés végétales, ces avantages concernent, pour l'essentiel, les agricultures des pays industrialisés. A mesure que s'étend la culture des plantes transgéniques (elle concerne déjà plus de 30 millions d'hectares, situés pour l'essentiel aux Etats-Unis), le fossé entre le Nord et le Sud pourrait donc s'accentuer. D'autant que certaines innovations génétiques, loin de répondre aux préoccupations agronomiques du tiers-monde, pourraient rendre inutiles des produits dont il était jusqu'alors l'unique fournisseur. Ainsi l'huile laurique, traditionnellement extraite des noix de coco ou des palmiers, peut-elle désormais être produite par du colza transgénique.

Une évolution qui pourrait menacer la sécurité alimentaire de nombreux pays tributaires des recettes engendrées par l'exportation de ces substances.

En théorie, pourtant, les cultures les plus répandues dans les pays du Sud, tels le manioc ou le riz, pourraient, elles aussi, bénéficier de la transgenèse. En introduisant dans leur patrimoine héréditaire des gènes étrangers, on pourrait les rendre plus productives, plus résistantes à certaines maladies, mieux adaptées aux conditions climatiques, moins consommatrices de pesticides. Mais ces avancées impliquent que soient pris en compte les intérêts domestiques et locaux des populations concernées. Pas ceux des marchés internationaux, seuls visés par les grandes firmes agrochimiques et semencières.

Sur quels critères économiques ces multinationales, principales détentrices du potentiel de recherche dans le domaine des OGM, feraient-elles une production adaptée aux besoins de l'Afrique subsaharienne ? " Répondre au défi d'une alimentation suffisante pour la planète entière implique de travailler sur des variétés locales cultivées dans les pays en développement ", affirme Philippe Gay, directeur des recherches Europe-Novartis, qui précise que sa société met " certaines technologies à la disposition de l'IRRI et du Cimmyt, instituts de recherche internationaux sur le riz et le blé ". Le géant américain Monsanto, qui axe depuis plusieurs années ses campagnes publicitaires sur la sécurité alimentaire - censée être résolue au niveau mondial par le développement des biotechnologies végétales -, mène, avec le Mexique et quelques pays d'Afrique, des actions ponctuelles de coopération technologique pour améliorer la résistance aux virus du manioc, de la patate douce ou du piment rouge. Mais cette contribution reste très modeste au regard de son chiffre d'affaires (48 milliards de francs en 1997, 7,31 milliards d'euros).

Suprématie des pays industrialisés en matière de prise de brevets et de production de semences, priorité donnée aux produits d'exportation au détriment des cultures vivrières : le seul moyen, pour les pays en développement, d'espérer des innovations qui leur soient réellement utiles, est de posséder un secteur de recherche public assez puissant pour imposer ses choix.

Si les moyens manquent, nombre de pays relevent la tête. Ainsi, en Inde, où l'Agricultural Research Institute développe depuis plusieurs années des variétés transgéniques, certains travaux visent à contrecarrer les perspectives les plus alarmantes évoquées par les multinationales, telle la technologie Terminator. Cette construction génétique, à laquelle s'intéressent toutes les grandes firmes semencières, présente, entre autres propriétés, celle de permettre la stérilisation des graines, et pourrait ainsi empêcher les agriculteurs d'exploiter leurs semences d'une année sur l'autre ( Le Monde du 12 mars 1999). " Le risque d'un monopole des multinationales sur les plantes transgéniques existe donc. C'est aux pouvoirs publics d'y résister ", résume Anil Gupta, professeur à l'Indian Institute for Management. Et de fait, ainsi que le révèle cet expert dans un dossier consacré aux OGM par Courrier de la planète (juillet-août 1998), la recherche publique indienne s'oriente vers la mise au point de variétés agricoles porteuses d'un gène dont l'action serait exactement inverse de celle de la technologie Terminator. " Toute plante, hybride ou transgénique, qui possédera ce gène pourra être réensemencée chaque année sans que les caractères de la plante mère se diluent au cours des générations. Le paysan n'achèterait donc la semence que la première année ", précise-t-il. Elle sera alors, pour les pays pauvres, la première semence transgénique de l'espoir.

CATHERINE VINCENT

 
+LE MONDE / 20 Avril 1999 / Supplément

LE MONDE ECONOMIE

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Commerce et santé, un couple à risques

Jeremy Rifkin, auteur du Siècle biotech (La Découverte)
" Je crois à la loi du marché, mais elle ne suffit pas "

WASHINGTON de notre correspondant

     " La guerre du boeuf aux hormones fait rage entre les Etats- Unis et l'Union européenne. S'agit-il uniquement de protectionnisme des Quinze, comme l'affirme Washington ? - L'Europe a un bon dossier. Je pense qu'il s'agit plus d'un problème culturel que d'une guerre commerciale. Chez les Européens, en particulier les Français et les Italiens, l'alimentation n'est pas une fonction séparée. Elle fait partie d'un ensemble culturel national. Je suis favorable à un boycottage du boeuf aux hormones. " La crise de la "vache folle" est grave, mais ce n'est rien par rapport à ce qui nous attend avec le développement des organismes génétiquement modifiés (OGM). Il ne s'agit pas là d'un accident mais d'un effort délibéré pour changer l'approche de l'industrie agroalimentaire dans le monde. Même si la plupart de ces OGM devaient être sans danger, les conséquences des autres risquent d'être catastrophiques à long terme. - La biotech représente-t-elle une menace ? - Les groupes Monsanto et Novartis veulent imposer en France la production et la consommation d'OGM. Or il s'agit de l'expérimentation la plus radicale et la plus imprévisible de toute l'histoire de l'agriculture. Monsanto affirme que les croisements d'espèces ont toujours existé et qu'il s'agit seulement d'être plus précis. C'est faux. Les croisements traditionnels concernaient des animaux ou des plantes de la même espèce - comme le cheval et l'âne -, mais pas l'âne et le pommier. Un exemple : des gènes de hamsters de Chine ont été insérés dans le génome de plants de tabac pour augmenter leur production de stérol. " Cette ingénierie génétique s'applique désormais à la vie elle-même. Avec l'ADN, on peut copier, modifier, démonter et remonter des matériaux humains pour leur donner de nouvelles utilisations. Mais la vie n'est pas comme ça, elle est extrêmement complexe et composée d'espèces interconnectées. Utiliser la logique technologique pour transformer les modes de vie est potentiellement dangereux... - ... Pour l'environnement, par exemple ? - Quand vous introduisez dans l'environnement des organismes exotiques, la plupart d'entre eux s'adaptent, d'autres dégénèrent en mauvaises herbes. Que va-t-il se passer si on plante une semence génétiquement modifiée, résistante aux pesticides ou aux insectes ? Monsanto affirme que ses OGM permettront de réduire la consommation de pesticides. C'est absurde : comment les croire, alors qu'ils en produisent ? " Cultiver en laboratoire n'est pas la même chose qu'en pleine nature : rien n'empêche les gènes de s'envoler pendant la pollinisation. Si une plante résistante aux insecticides passe dans le champ voisin, y rencontre une parente sauvage, lui implante sa résistance, elle peut se répandre comme le chiendent dans toute la région. Qui sera légalement responsable ? Les assureurs ne garantissent pas les fabricants d'OGM contre les risques à long terme. Le gouvernement américain a beau affirmer que ces OGM sont sans danger, aucune science ne permet encore de contrôler les risques de ce genre. - Les éleveurs américains utilisent, pour accroître la production de lait, une hormone de croissance, la somatropine bovine (BST), accusée de nuire à la santé des vaches et des consommateurs. Le Canada vient de l'interdire. Le moratoire de cinq ans décrété par l'UE expire fin 1999. Faut-il le reconduire ? - J'ai dirigé la campagne contre la BST en 1992. C'était très important, car elle est le symbole des dangers de la biotech. Je suis heureux que les Européens y soient opposés. Aux Etats-Unis, son utilisation est protégée par la collusion entre la Maison Blanche, le Congrès et l'" agro- business ". Il ne faut pas oublier que l'agrochimie représente un marché de 29 milliards de dollars (26,68 milliards d'euros), dont 81 % sont contrôlés par dix sociétés et que celui des semences est de 15 milliards de dollars (13,8 milliards d'euros). - Vous semblez bien pessimiste. Tout est-il mauvais dans la biotech ?

Il y a deux approches, la dure, qui considère toute plante comme isolée et qui veut faire de chacune une sorte de guerrier bien armé pour lutter contre l'environnement et produire au maximum. Il y a aussi l'approche douce, plus sophistiquée, qui suit la loi du marché, mais pour développer une agriculture organique. Elle utilise la même science sans négliger les connaissances des générations précédentes. Pas d'ingénierie mais un partenariat avec la nature. - Cette révolution de la nature, cette seconde genèse dont vous parlez, ne pose-t-elle pas des questions qui dépassent l'économie et la science pour toucher au débat fondamental sur la vie ? - La manière dont nous approchons les autres créatures reflète celle dont nous voyons notre propre espèce. Si nous sommes prêts à transformer plantes et animaux en objets d'expérimentation dans un but purement mercantile, pourquoi ne le ferions-nous pas avec les êtres humains ? Mais ne nous y trompons pas : cette science est exaltante et peut être très bénéfique. Mais elle est aussi répulsive et considérée comme moralement erronée. - Les Américains sont-ils, dans ce domaine, proches des Européens ? - Les sensibilités sont différentes, comme sur la question des mères porteuses ou du clonage humain. Aux Etats-Unis, la location d'utérus est autorisée dans la plupart des Etats. Le projet de loi contre le clonage humain n'a pas été voté, faute de soutien au Congrès et en raison de l'intérêt commercial qu'il suscitait alors qu'il est interdit en Europe. Le marché est ici l'arbitre ultime. Je crois à la loi du marché, mais elle ne suffit pas : il y a aussi la culture, la société, la politique. J'espère que les Européens, pour qui le souvenir de l'Holocauste est encore proche, deviendront la référence morale du siècle prochain. "

PROPOS RECUEILLIS PAR PATRICE DE BEER
 
++LE MONDE / 20 Avril 1999 / Supplément

LE MONDE ECONOMIE

LES ENJEUX, LES INITIATIVES

DOSSIER

Commerce et santé, un couple à risques

La BST, un produit indésirable en Europe

     Montesanto, la firme américaine, devra encore attendre avant que les vaches européennes puissent être traitées à la BST (somatotropine bovine), une hormone produite par des bactéries génétiquement modifiées qui permet un accroissement de la production laitière pouvant aller jusqu'à 15 %. Selon toute vraisemblance, les Quinze vont prolonger le moratoire interdisant son utilisation. Etablie pour une durée de cinq ans, l'interdiction expirait à la fin de l'année. Mais elle devrait être reconduite sur la base d'un rapport scientifique faisant état d'effets nocifs de la BST sur les animaux traités. Un autre rapport sur la santé humaine s'interroge sur d'éventuels effets cancérigènes. Sans apporter de preuves.

Commercialisée par Monsanto aux Etats-Unis sous l'appellation Prosilac, la BST est utilisée par environ 13 000 éleveurs américains et concerne 30 % des vaches laitières du pays. Autorisée par l'agence américaine du médicament (FDA) à la fin de 1993, elle est officiellement considérée, dans ce pays, sans danger tant pour la santé animale qu'humaine. L'étude adoptée, en mars, par la Commission et portant sur le bien-être et la santé animale ne partage pas ces assurances. Les vaches traitées à la BST ont, entre autres, des risques accrus de contracter des mammites (inflammation des mamelles), de souffrir de boiteries, d'avoir des cycles de reproduction perturbés. Le comité scientifique estime par conséquent que les vaches laitières ne devraient pas être traitées avec cette hormone.

Du côté de la santé humaine, la BST pourrait entraîner l'augmentation, dans le lait des vaches, du taux d'une sustance hormonale l'IGF1 ( insuline-like growth factor) aux effets controversés. Naturellement présente chez l'être humain, cette hormone verrait son taux augmenter en cas de cancer du sein et de la prostate sans qu'on en sache plus. Mais faute d'une quelconque preuve, le comité scientifique souligne la nécessité de mener des études complémentaires.

Face à ces affirmations, Monsanto conteste fermement tout effet négatif de la BST pour la santé humaine et rappelle qu'aucune étude n'a montré de lien entre l'injection de cette substance et une quelconque augmentation de l'IGF1. En revanche, la firme ne nie pas certains risques concernant la santé animale (mammites, chute de fertilité et boiteries), mais considère qu'ils sont évités par une gestion appropriée des éleveurs. La prévention de ces risques ne pose pas de problème pour la vaste majorité des fermiers américains, assure la multinationale en faisant référence à un contrôle effectué sur le terrain par la FDA.

En janvier, le gouvernement canadien a interdit, lui aussi, l'utilisation de cette hormone, faisant notamment mention des risques de stérilité et d'infection mammaire. Prochainement, une nouvelle bataille devrait se jouer au niveau du Codex alimentarius. Cette organisation, sous tutelle de l'Organisation des Nations unies pour l'alimentation et l'agriculture (FAO) et de l'Organisation mondiale de la santé (OMS), est chargée d'édicter des règles sanitaires communes pour les produits échangés à travers le monde.

Le cas de la BST, qui ne fait toujours pas l'objet de règles internationales, devrait être examiné fin juin. Si elle entrait dans la liste des produits inscrits au Codex, les positions européennes risqueraient d'être plus difficiles à tenir. Or, d'un point de vue économique, l'arrivée en Europe d'une substance qui vise à augmenter une production de lait limitée par des quotas peut sembler paradoxale.

MARTINE LARONCHE
IL SECOLO BIOTECH
La vita umana come proprieta` intellettuale*
di Jeremy Rifkin

    *The Nation 13 aprile 1998

In poco piu` di una generazione la nostra definizione della vita e del significato dell'esistenza molto probabilmente verra` radicalmente alterata. Convincimenti di antica data sulla natura, inclusa la nostra natura umana, verranno quasi certamente riesaminati. Molte consuetudini pratiche e antiche concernenti la sessualita`, la riproduzione, la nascita e la genitura potranno essere parzialmente abandonate. Anche le idee su uguaglianza e democrazia saranno probabilmente soggette a ridefinizione, altrettanto quanto la nostra visione di cosa significhino termini come "libero arbitrio" e "progresso". Ed e` probabile che la stessa percezione di noi stessi e della societa` cambieranno durante quello che io chiamo l'emergente Secolo Biotech, come accadde quando lo spirito iniziale del Rinascimento dilago` sull'Europa medioevale piu` di seicento anni orsono. Anche se Dolly la pecora e gli argomenti sulla clonazione hanno raccolto titoli sensazionali e colpito l'immaginazione popolare, molte sono le forze che stanno silenziosamente confluendo per creare questa potente e nuova corrente sociale. All'epicentro opera una rivoluzione tecnologica senza precedenti storici per il suo potere di ricostruire noi stessi, le nostre istituzioni e il nostro mondo: gli scienziati hanno incominciato a riorganizzare la vita a livello genetico. Le nuove Bio-tecnologie stanno gia` ristrutturando un'ampia gamma di settori che comprendono silvicoltura, agricoltura, allevamenti di bestiame, attivita` minerarie, energia, biorimedi, materiali da imballaggio e per costruzioni, farmaceutica, medicina, cibi e bevande. Davanti ai nostri occhi si apre un nuovo paesaggio  senza mappe e i cui contorni vengono presentemente disegnati in migliaia di laboratori di bio-tecnologia intorno al mondo. Compagnie globali di scienza sulla vita come Novartis, Glaxo-Wellcome, SmithKline Beecham, Du Pont, Eli Lilly, Rohm and Haas, Upjohn, Merck and Dow Chemical, a loro volta stanno manovrando rapidamente per esercitare influenza e controllo sul nuovo commercio genetico. Tipica di questa tendenza e` l'audace decisione della Monsanto Corporation, da lungo tempo leader mondiale in prodotti chimici, di disfarsi nel 1997 del suo intero settore chimico e di ancorare la sua ricerca, il suo sviluppo e il suo "marketing" a tecnologie e prodotti basati sulla Biotech. L'accentramento consolidato di industrie sulla scienza della vita da parte di imprese commerciali globali rivaleggia con gli accentramenti, le fusioni e le acquisizioni che operano in altri grandi teatri della tecnologia del ventunesimo secolo - telecomunicazioni computerizzate, servizi informativi e di spettacolo - anche se una attenzione molto minore e` stata ad esso prestata dai media e dalle direttive dalla politica.
I grandi cambiamenti economici si verificano nella storia quando un certo numero di forze tecnologiche e sociali si mettono insieme per creare una nuova "matrice operativa". Io vedo sette filoni che compongono la matrice operativa del Secolo Biotech. Insieme, essi creano una rete funzionale per la nuova era economica: 
 Primo  l'abilità di isolare, identificare e ricombinare i geni rende per la prima volta disponibile un fondo comune di geni come risorsa di materie prime per la futura attività economica. Tecniche ricombinanti del DNA ed altre biotecnologie permettono agli scienziati e alle imprese biotech di localizzare, manipolare e sfruttare le risorse genetiche a fini specificamente economici.
Secondo  la concessione di brevetti su geni, sequenze geniche, tessuti da ingegneria genetica, organi ed organismi, insieme ai procedimenti usati per alterarli, sta dando al mercato l'incentivo commerciale per sfruttare le nuove risorse.
Terzo  la globalizzazzione del commercio e degli affari rende possibile una riseminazione massiccia della biosfera terrestre con una Seconda Genesi concepita in laboratorio, una natura bioindustriale prodotta artificialmente e destinata a rimpiazzare lo schema evolutivo della natura stessa. Un'industria globale della scienza della vita ha gia` iniziato a esercitare un potere senza precedenti sulle vaste risorse biologiche del pianeta. Settori della scienza della vita, dall'agricoltura alla medicina, vengono concentrati sotto l'ombrello di gigantesche "compagnie della vita" nell'emergente mercato biotech.
Quarto  il censimento in corso di circa 100,000 geni che compongono il genoma umano e nuove scoperte nella schedatura genetica, con l'inclusione di Chips DNA, di terapia somatica del gene e l'imminente prospettiva di ingegneria genetica di ovuli umani, sperma e cellule embrioniche, stanno aprendo la strada ad una omnicomprensiva alterazione della specie umana e alla nascita di una civilta` eugenetica sotto impulso commerciale.
Quinto una serie di nuovi studi scientifici sull'origine genetica degli umani comportamenti  e la nuova  sociobiologia, che privilegia la natura sull'accrezione educativa, forniscono un contesto culturale ad una estesa accettazione delle nuove biotecnologie.
Sesto  il computer sta fornendo i media organizzativi e comunicativi per l'informazione genetica che e` alla base dell'economia biotech. In ogni parte del mondo i ricercatori stanno usando i computer  per decifrare, download, catalogare e organizzare l'informazione genetica con la costituzione di una nuova riserva di capitale genetico ad uso dell'era bioindustriale. Tecnologie computerizzate e genetiche si stanno integrando in una nuova e possente realta` tecnologica. Il presidente di Microsoft, Bill Gates, sintetizza cosi` il nuovo sforzo collaborativo : "Questa e` l'era dell'informazione, e quella biologica e` probabilmente l'informazione piu` interessante che stiamo decifrando, cercando di decidere il suo cambiamento. L'interrogativo e` su come, non sul se farlo."
Settimo  una nuova narrazione cosmologica dell'evoluzione incomincia a sfidare la cittadella neo-darwiniana con una visione della natura compatibile con i presupposti operativi delle nuove tecnologie e della nuova economia globalizzata. Queste nuove idee sulla natura permettono la legittimizzazione contestuale del  Secolo Biotech con l'assunto che il metodo seguito per riorganizzare economia e societa` e` semplicemente l'estensione dei principi stessi della natura e, in quanto tale, giustificabile.

In breve, il Secolo Biotech porta con se una nuova base di risorse, una nuova serie di tecnologie di trasformazione, nuove forme di esclusive commerciali, un mercato di scambio globale per riseminare il pianeta con una Seconda Genesi artificiale, una emergente scienza eugenica, una nuova sociologia di supporto, una nuovo strumento di comunicazioni per organizzare e gestire l'attivita` economica a livello genetico ed una nuova narrazione cosmologica. Questo composito, geni, biotecnologie, brevetti sulla vita, industria globale di scienza della vita, schedatura e chirurgia dei geni umani, nuove correnti culturali, computers e revisione delle teorie sull'evoluzione, hanno incominciato a rifare il mondo.

LA VITA UMANA COME PROPRIETA` INTELLETTUALE

I geni sono lo "oro verde" del Secolo Biotech. Le forze economiche e politiche che controllano le risorse genetiche del pianeta eserciteranno un potere immane sul futuro dell'economia mondiale, cosi` come l'accesso dell'era industriale  e il controllo sulle energie fossili e su i metalli pregiati contribuirono a determinare il dominio sui mercati mondiali.  Le corporazioni multinazionali stanno operando ricognizioni nei continenti, nella speranza di trovare microbi, piante, animali ed esseri umani con tratti genetici rari che possano avere in futuro potenziali valori di mercato. Dopo avere individuato questi tratti desiderati, le compagnie biotecniche li stanno gia` modificando per poi perseguire la protezione di brevetti sulle loro nuove "invenzioni".
I tentativi delle corporazioni di recintare e mercificare il pool dei geni stanno incontrando una forte resistenza da parte di organizzazioni non governative e di paesi nell'emisfero meridionale che incominciano a chiedere un'equa compartecipazione ai benefici della rivoluzione biotech. Mentre l'expertise tecnologico necessario a manipolare il nuovo oro verde e` localizzato nei laboratori scientifici e nei consigli di amministrazione delle corporazioni nel Nord, gran parte delle risorse genetiche, essenziali ad alimentare la nuova rivoluzione, si trovano negli ecosistemi tropicali del Sud. Le compagnie transnazionali sostengono che la protezione dei brevetti e` essenziale se esse debbono rischiare risorse finanziarie ed anni di ricerca e sviluppo per introdurre sul mercato  prodotti nuovi ed utili. I paesi del Sud sostengono invece che l'impegno nella ricerca e nello sviluppo ha luogo anni prima che gli scienziati gettino lo sguardo sull'organismo e sul gene, ad opera di abitanti di villaggi e di contadini che isolano, potenziano e preservano erbacei e raccolti di valore. Stando cosi` le cose essi rivendicano una certa misura di retribuzione per il loro contributo alla rivoluzione biotecnica.

Un crescente numero di organizzazioni non governative, insieme ad alcuni paesi hanno incominciato ad assumere una terza presa di posizioni, sostenendo che il pool genetico non dovrebbe essere messo sul mercato a qualsiasi prezzo - che esso dovrebbe rimanere un patrimonio comune e continuare ad essere usato liberamente dalle generazioni presenti e future. Essi citano  un precedente nella recente storica decisione delle nazioni del mondo di mantenere il continente di Antartica come patrimonio globale comune libero dallo sfruttamento commerciale.
 Il dibattito sulle patenti della vita e` diventato recentemente piu` serrato con le notizie sempre piu` frequenti riguardanti istituti scientifici e compagnie farmaceutiche e biotech che operano bioricognizioni sullo stesso genoma umano in remote regioni del pianeta.
Il "Progetto sulla Diversita del Genoma Umano" , un programma scientifico diretto dal Dott. Luigi Luca Cavalli-Sforza, studioso di genetica demografica e professore emerito all'Universita` di Stanford, e` stato al centro di crescenti controversie da quando si e` appreso che il gruppo progettava di prelevare campioni di sangue da 5.000 popolazioni e sotto-gruppi linguisticamente diversi al fine di accertare le loro strutture genetiche e di individuare tratti genetici unici che potessero dimostrarsi importanti e utili in futuro.
Chi sponsorizza il progetto spera che il campionamento dei genomi di pochi gruppi di popolazioni indigene rimaste isolate dal resto del mondo possa riservare qualche "sorpresa genetica" , tale cioe` da costituire un portentoso beneficio per l'umanita` nella ricerca di nuovi metodi volti a migliorare la configurazione genetica della razza. Cavalli-Sforza, dal canto suo, difende questo tipo di ricerca, definito dai suoi critici il "progetto vampiro", osservando che e` importante identificare le varianti genetiche rimaste, quali che esse siano, prima che esse vengano definitivamente perdute, sia a causa della scomparsa di queste popolazioni sia attraverso il loro assorbimento nella popolazione generale.  Cavalli-Sforza dice anche che mentre a titolo personale ritiene che non dovrebbero esistere brevetti sul DNA, egli pensa che il valore commerciale dell'informazione genetica proveniente dal "Progetto sulla Diversita` del Genoma Umano" potra` rendere poco pratico un'assunto del genere.  Egli suggerisce pertanto che, "nell'improbabbile eventualita` che esista qualche gene di valore commerciale la gente che lo mette a disposizione - non come individui ma come gruppo - dovrebbe in qualche maniera condividerne i vantaggi".
Le preoccupazioni dei critici si acuirono nel 1993, quando la "Fondazione Internazionale per il Progresso Rurale", una organizzazione non-governativa, scopri` che il governo degli Stati Uniti aveva cercato di ottenere sia brevetti nazionali che internazionali su un virus derivato dalla sequenza genica di una donna indiana Guaymi di 26 anni residente nel Panama. Un ricercatore degli Istituti Nazionali per la Sanita` aveva prelevato un campione sanguigno dalla donna e ne aveva sviluppato la sequenza genica. Questa sequenza genica dei Guaymi rivestiva un interesse particolare per i ricercatori degli Istituti Nazionali di Sanita` in quanto conteneva un virus unico che stimola la produzione di anticorpi ritenuti dagli scienziati utili nelle ricerche sullo AIDS e sulla leucemia.
 Nell'apprendere di questa richiesta di brevetti i rappresentanti del Congresso Generale Guaymi nel Panama organizzarono una pubblica protesta. Isidro Acosta, presidente del congresso, dichiaro` in quella occasione di essere rimasto sgomento per il fatto che un organismo scientifico cosi` eminente come gl'Istituti in questione potessero cosi` impunemente violare la privacy genetica della sua tribu` e che il governo degli Stati Uniti, senza informare i Guaymi delle sue intenzioni, potesse poi cercare un brevetto su un tratto genetico dei Guaymi e trarre profitti dalla loro eredita` biologica sul mercato globale: Non potevo mai immaginare che qualcuno potesse brevettare piante ed animali. Fondamentalmente e` immorale, e` contrario alla concezione Guaymi della natura e al nostro posto in essa. Brevettare del materiale umano .... appropriarsi del DNA umano e brevettare i suoi prodotti... costituisce una violazione dell'integrita` della vita stessa e del nostro piu` profondo senso della morale. Le proteste del pubblico costrinsero il governo degli Stati Uniti a ritirare la richiesta di brevetti. La controversia sul copyright dei geni di popolazioni indigene esplose comunque di nuovo alcuni mesi dopo quando il governo USA inoltro` due altre richieste di brevetti in America ed in Europa per sequenze geniche ottenute da cittadini delle isole Solomon e della Papua Nuova Guinea. Quando il governo delle isole Solomon inoltro` una protesta, l'allora Segretario al Commercio Ron Brown rispose seccamente: In base alle nostre leggi, come a quelle di molti altri paesi, i materiali in questione connessi con le cellule umane sono brevettabbili e non esistono dispositivi per prendere in considerazione l'origine delle cellule che interferiscano con le richieste di brevetti. Nel marzo del 1995 l'Ufficio Patenti Usa rilascio` un brevetto per il virus umano T-lymphotrophic proveniente dalla Papua New Guinea (HTLV-i) al Dipartimento per la Salute e i Servizi Umani, producendo cosi` la prima brevettazione di una sequenza genica umana da popolazione indigena. Sdegnato per l'azione degli Stati Uniti un gruppo di isole-nazioni del Pacifico meridionale prepararono una proposta ed un comunicato comune volti a fare del loro spazio sovrano una "zona libera da brevetti". Nel 1996 gli Stati Uniti rinunciarono discretamente alla richiesta del brevetto. 
Il governo dell'India ha manifestato anch'esso le sue profonde riserve sui tentativi dei ricercatori di impadronirsi di campioni di sangue. L'India, con le sue diverse culture e con la commistione delle sue popolazioni, viene considerata un teatro ideale per la ricognizione di geni. "Menzionate qualsiasi disordine genetico e noi disponiamo delle varianti", ha dichiarato Samir Brahmachari, professore di biofisica molecolare all'Istituto Indiano di Scienza a Bangalore. Ad esempio, nel Bangala occidentale ove il colera e` una minaccia continua, un gran numero di persone sembra immune alla malattia. Gli scienziati stanno ora cercando di identificare il gene o i geni atti a conferire questo vantaggio genetico nella speranza di reperire una nuova cura della malattia stessa.
Nel gennaio 1996 la Societa` Indiana di Genetica Umana ha diramato una serie di direttive che esigono il bando al trasporto di " sangue, di sequenze geniche,  di DNA, di materiali ossei e fossili" in attesa di intese formali tra le parti che perseguano questo tipo di collaborazione. La S.I.G.U. ha reso ben chiaro che una intesa del genere deve identificare "gli obbiettivi del progetto, i prospettati benefici scientifici, materiali, economici e i termini in cui essi vanno condivisi sia nel presente che nel futuro". Questo passo e` stato compiuto in seguito a rivelazioni secondo cui l'Istituto Nazionale per la Sanita` USA si stava assicurando illegalmente campioni di DNA e di sangue provenienti da pazienti in cliniche oftalmiche private in India senza avere ottenuto la necessaria autorizzazione per trasferire all'estero questi campioni. I ricercatori dell'Istituto Nazionale Oftalmico Americano stavano effettuando ricerche dei geni che provocano la retinitis pigmentosa, o cecita` notturna. Il Consiglio Indiano di Ricerche Mediche comunico` che avrebbe dovuto essere notificato in anticipo su questo tipo di ricerche, dato che la legge dell'India proibisce l'esportazione di materiali biologici senza il permesso della Societa` Indiana di Genetica Umana.

 Sembra che non esista una localita` nel pianeta abbastanza remota per sfuggire ai cacciatori di geni. Nell'aprile del 1997 il Los Angeles Times ha riferito di una spedizione scientifica guidata dal Dott. Noe Zamel, un professore di medicina genetica all'Universita` di Toronto, e finanziata dalla "Sequana Therapeutics" di La Jolla in California. "Sequana" fa parte di un gruppetto di nuove compagnie biotech ai primi passi dedicate alla ricognizione dei geni. Queste imprese "genomiche" sono all'avanguardia dell'emergente rivoluzione biotech.
Una squadra della "Sequana" ha raggiunto, su un'unita` della Marina del Sud Africa, la piccola isola vulcanica di Tristan da Cunha, una striscia di 40 miglia quadrate in mezzo all'Oceano Atlantico citata spesso come l'isola piu` solitaria del mondo. I suoi abitanti, poche centinaia, sono discendenti di marinai britannici sbarcati nel 1817. Quello che aveva reso interessante a Zamel e alla sua squadra questa piccola popolazione locale a comistione consanguinea era che meta` di essa soffriva di asma.
Gli scienziati si auguravano cosi' di trovare il gene o i geni responsabili del fenomeno per poi brevettarli.
Gli scienziati della compagnia prelevarono campioni di sangue da 270 dei 300 residenti dell'isola e riferirono poi di avere individuato due "geni candidati" responsabili dell'asma. Comunque, fino ad ora, la compagnia ha rifiutato di condividere con altri ricercatori del settore le sue scoperte, motivando l'accusa secondo cui essa sta facendo prevalere considerazioni commerciali su ogni sforzo collaborativo di reperire una cura per la malattia. Da parte loro, compagnie "genomiche" come la "Sequana" ammettono di essere scese in campo per sfruttare commercialmente il genoma umano e di non poter sperare di realizzare profitti se non fossero in grado si stabilire un diritto di proprieta` sulle loro ricerche, almeno fino a quando queste non vengano protette da brevetti.  La "Sequana" ed altre imprese "genomiche" sostengono che gli incentivi di mercato costituiscono il mezzo migliore e il piu` efficace per portare avanti la ricerca. Ma altri non ne sono altrettanto certi. "E` una questione da incubo" - ha dichiarato un esperto di genetica che lavora in una grande compagnia farmaceutica, in una conversazione confidenziale e privata con il direttore della rivista Nature.
 I cittadini stranieri non sono i soli ad avere brevettate le loro sequenze cellulari e i genomi da parte di compagnie commerciali negli Stati Uniti. In un caso che ha creato un precedente clamoroso in California, un uomo d'affari dell'Alaska di nome John Moore ha scoperto che parti del suo corpo erano state brevettate, a sua insaputa, dall'Universita` della California di Los Angeles (U.C.L.A.) e poi commercializzate dalla Sandoz Pharmaceutical Corporation. Moore diagnosticato per una forma rara di cancro era stato sottoposto ad una cura presso la U.C.L.A.; il medico curante e un ricercatore dell'Universita` avevano scoperto che il tessuto della milza del Moore produceva una proteina del sangue capace di sviluppare globuli bianchi che sono validi agenti anti-cancro. Nel 1984 l'Universita` creo` dal tessuto della milza del paziente una sequenza cellulare ed ottenne un brevetto sulla sua "invenzione". Si stima che questa sequenza cellulare abbia oggi un valore commerciale superiore ai 3 miliardi di dollari. In un secondo tempo il Moore ha citato in causa l'Universita` della California, rivendicando un diritto di proprieta` sui suoi tessuti fisiologici. Nel 1990 la Corte Suprema della California diede torto al Moore sostenendo che egli non disponeva di diritti di proprieta` sui tessuti del suo corpo: le parti del corpo umano - asseri' la Corte Suprema - non potevano essere barattate come merce sul mercato. Al tempo stesso la Corte riconobbe che gli "inventori" avevano la responsabilita` di informare Moore del potenziale uso commerciale dei suoi tessuti e, solo per questa ragione, avevano violato il loro mandato ficuciario e potevano essere obligati a risarcire in qualche maniera il danno. E` anche vero che la Corte accetto` il principio della richiesta primaria dell'Universita` secondo cui la sequenza cellulare di per se stessa, anche se non proprieta` del Moore, poteva giustificabilmente essere reclamata come proprieta` della U.C.L.A. . L'ironia di questa decisione venne colta nella sua opinione di dissenso dal Giudice Allen Broussard.
Egli scrisse che: Il rigetto a maggioranza del diritto ad azione di risarcimento del ricorrente non sta a significare che parti del corpo non possano essere acquistate e vendute a fini di ricerca o commerciali o che nessun individuo o entita` possa beneficiare economicamente dal valore fortuito delle cellule ammalate del ricorrente. Lungi dall'elevare questi materiali biologici al di sopra e fuori dal mercato, l'argomentazione della maggioranza semplicemente impedisce al ricorrente, origine delle cellule, di ottenere i benefici del valore delle cellule stesse, ma permette ai citati in giudizio, che presumibilmente ottennero con mezzi impropri le cellule dal ricorrente, di mantenere e sfruttare il pieno valore economico dei loro usurpati guadagni senza...doverne dar conto a chichessia.

Le straordinarie implicazioni della privatizzazione del corpo umano - metterlo in distribuzione sotto forma di proprieta` intellettuale tra istituzioni commerciali - sono state illustrate in maniera paradigmatica dal caso di un brevetto concesso dall'Ufficio Europeo per le Patenti a una compagnia statunitense di nome Biocyte. Il brevetto ha riconosciuto alla compagnia la proprieta` di tutte le cellule sanguigne provenienti dal cordone ombelicale di un neonato, poi usate per molteplici fini terapeutici. Il brevetto e` cosi' esteso da permettere a questa compagnia di impedire l'uso di qualsiasi cellula sanguigna estratta da cordone ombelicale a qualsiasi individuo o istituzione che non voglia pagare i diritti del brevetto. Le cellule sanguigne da cordone ombelicale sono particolarmente importanti per i trapianti di midollo osseo e per tanto costituiscono un investimento commerciale altamente renumerativo.  Va sottolineato che questo brevetto era stato concesso semplicemente perchè la Biocyte era stata capace di isolare e congelare le cellule sanguigne. La compagnia non aveva introdotto alcun cambiamento nel sangue stesso. Eppure, ora la compagnia dispone del controllo commerciale su questa parte del corpo umano.

Un simile brevetto a vasto raggio e` stato autorizzato dall'Ufficio Brevetti USA alla compagnia americana Systemix di Palo Alto in California, a copertura di tutti i ceppi di cellule del midollo osseo umano. Questo brevetto su una parte del corpo umano e` stato autorizzato malgrado il fatto che la Systemix non aveva fatto assolutamente nulla per alterare o ristrutturare le cellule. Alcuni, anche all'interno della professione medica, rimasero sconcertati dalla decisione dell'Ufficio Brevetti. Il Dott. Peter Quesenberry, Vice Presidente per gli aspetti medici della Societa` per la Leucemia d'America si espresse ironicamente con questa battuta: "Dove si puo` tracciare una linea di divisione?
Possiamo brevettare una mano?" D'altro canto molti nel settore della biologia molecolare non raffigurano alcun apparente problema etico o un dilemma morale nella ricognizione dei geni e stanno avanzando rivendicazioni su vaste aree del genoma umano. Arnold Slutsky dell'Istituto Samuel Lunenfield nell'Ospedale Mount Sinai di Toronto, si chiede retoricamente: "Se un giornalista scrive un articolo su una famiglia, e poi vince il Premio Pulizer, e` tenuto ad elargire a quella famiglia una percentuale della ricompensa del suo premio?"

 La corsa imprenditoriale alla brevettazione del genoma della famiglia umana ha registrato una notevole accelerazione negli ultimi anni, in gran parte per via dell'elevato ritmo nella schedatura e nella determinazione delle sequenze di circa 100.000 geni che compongono il genoma umano. Non appena un gene viene etichettato, il suo "scopritore" molto probabilmente cerchera` un brevetto, e spesso prima ancora di conoscere la funzione o il ruolo di quel gene. Nel 1991 J. Craig Venter, allora direttore della Squadra di Ricerca e Schedatura del Genoma all'Istituto Nazionale di Sanita`, si dimise dal suo incarico governativo per dirigere una compagnia di genomica finanziata da capitale speculativo in eccesso di 70 milioni di dollari. Al tempo stesso Venter e i suoi colleghi inoltrarono richieste di brevetti su piu` di 2.000 geni del cervello umano. Molti ricercatori impiegati dal Progetto Genoma Umano rimasero sgomenti e indignati e accusarono il Venter di perseguire profitti da una ricerca inizialmente finanziata dai contribuenti USA. Un certo numero di scienziati rimasero turbati dal fatto che il Venter aveva cercato questi brevetti sui geni prima ancora di conoscerne le funzioni. Il Premio Nobel Dott. James Watson, co-scopritore della doppia spirale del DNA ed ex direttore del Progetto Genoma Umano, defini' le richieste brevettazioni di Venter "pura e semplice follia".  Ciononostante, e` probabile che in meno di dieci anni, i circa 100.000 geni che costituiscono l'eredita` genetica della nostra specie, verranno patentati, trasformandoli in proprieta` esclusiva di compagnie globali nei settori farmaceutici, chimici, agro-business e biotech.

Il crescente consolidamento del controllo corporativo sugli schemi genetici della vita come sulle tecnologie per sfruttarli e` a dir poco allarmante, specialmente quando ci soffermiamo a considerare che la rivoluzione biotech avra` effetti diretti su tutti gli aspetti delle nostre vite. La maniera come mangiamo; la maniera come ci diamo appuntamenti amorosi e ci sposiamo; la maniera come generiamo i nostri bambini; la maniera come questi bambini vengono crescieuti e educati; la maniera come lavoriamo; la maniera come ci impegnamo in politica; la maniera come esprimiamo le nostre credenze; la maniera come percepiamo il mondo intorno a noi e il nostro posto in esso - tutte queste nostre realta` individuali e condivise verranno toccate in profondita` dalle nuove tecnologie del Secolo Biotech. 

IL COLPO DI CODA

Il dibattito sulla brevettazione della vita e` una delle questioni piu` importanti mai affrontate dalla famiglia dell'uomo. La brevettazione della vita colpisce nel piu` profondo le nostre convinzioni sulla natura stessa della vita, se essa debba essere concepita come qualcosa di valore intrinseco o puramente utilitaristico. L'ultimo grande dibattito di questo tipo si svolse nel diciannovesimo secolo sulla questione della schiavitu`, con gli abolizionisti che sostenevano come la vita umana avesse un valore intrinseco e "diritti dati da Dio" e non potesse essere trasformata in proprieta` commerciale e personale da parte di un altro essere umano. Le argomentazioni degli abolizionisti finirono con il prevalere e la schiavitu` approvata per legge venne abolita in ogni paese del mondo dove era ancora praticata.

 Come gli abolizionisti anti-schiavitu` del diciannovesimo secolo, una nuova generazione di attivisti genetici sta incominciando a sfidare il concetto alla base della brevettazione della vita: sostengono che la vita e` pregna di valore intrinseco e pertanto non puo` mai essere ridotta legittimamente a proprieta` intellettuale-commerciale controllata da conglomerati di scienza della vita e scambiata come semplice merce sul mercato. Feministe, agricoltori, movimenti per la protezione degli animali, organizzazioni per la difesa dei consumatori, sostenitori della salute pubblica e organizzazioni per la giustizia sociale stanno confluendo attorno al mondo in una nuova potente forza di opposizione che si batte contro il crescente commercio genetico che traffica sugli schemi di vita.

Nel 1995 una coalizione di piu` di 200 esponenti religiosi, che comprendevano le guide titolari di ogni maggiore denominazione Protestante, piu` di cento vescovi cattolici e leaders ebraici , mussulmani, buddisti e indu`, hanno proclamato la loro opposizone alla concessione di brevetti su geni umani ed animali, su organi, tessuti ed organismi. Questa campagna e` stata organizzata dalla Fondazione sulle Tendenze Economiche, che io stesso dirigo.

La coalizione, la piu` grande assemblea  di dirigenti religiosi statunitensi che sia stata mai convocata su una questione di mutuo interesse nel ventesimo secolo, ha asserito che la brevettazione della vita rappresenta la piu` grave sfida nella storia alla nozione della creazione divina.  I teologi si chiedono: come puo` la vita essere definita una invenzione a fini di profitto da parte di scienziati e corporazioni quando essa viene concessa come un dono di Dio? O la vita e` una creazione di Dio ovvero e` una invenzione umana, ma non puo` essere l'una e l'altra cosa. Parlando a nome della coalizione Jaydee Hanson, un alto funzionario della Chiesa Metodista Unita, ha dichiarato: "Crediamo fermamente che gli esseri umani e gli animali sono creazioni di Dio, non creazioni umane, e in quanto tali non debbano essere patentate come invenzioni". Mentre non tutti gli esponenti religiosi si oppongono a patenti "di procedura" sulle tecniche usate per creare forme transgenetiche di vita, essi concordano all'unanimita` sulla loro opposizione alla brevettazione di forme di vita e delle loro componenti stesse. Essi sono profondamente convinti delle gravi conseguenze di un trasferimento del principio di paternita` da Dio a scienziati e a compagnie transnazionali, e sono fermi nella loro determinazione a levar difese contro ogni tentativo fatto dall'uomo  di avanzare rivendicazioni sul creatore e architetto sovrano della vita su questa terra. 
Ma cosa potra` mai significare per le generazioni a venire crescere in un mondo dove arriveranno a concepire tutta la vita come invenzione pura e semplice - dove i confini tra sacro e profano, tra valore intrinseco e valore utilitaristico siano del tutto scomparsi, riducendo la vita stessa a livello di oggetto, privo di qualsiasi qualita` unica o essenziale che lo possa distinguere da una struttura basilarmente meccanica?  La battaglia per preservare il pool genetico terrestre come aperta dimensione comunitaria, libera da sfruttamenti commerciali, diventera` una delle lotte piu` critiche dell'Era Biotech. I "diritti genetici", a loro volta, emergeranno probabilmente come la questione fondativa dell'era imminente, definendo cosi' gran parte dell'agenda politica del Secolo Biotech.

(Estratti dalla nuova opera di Jeremy Rifkin, Il Secolo Biotech: Il Gene Imbrigliato e il Rifacimento del Mondo. Tarcher/Putnam Editori.  Rifkin e` Presidente della Fondazione sulle Tendenze Economiche a Washington D.C.)

 BIOCONTROLLI E FUSIONI

I conglomerati globali stanno acquisendo rapidamente compagnie biotecniche ai primi passi, compagnie di semenze, interessi nell'agro-business e nell'agro-chimica, imprese farmaceutiche, mediche e sanitarie, aziende alimentari e di bevande, creando cosi' complessi di scienza di vita con cui forgiare un mondo bio-industriale: le compagnie farmaceutiche globali nel 1995 hanno investito piu` di tre miliardi e mezzo di dollari nell'acquisto di ditte biotech, e in aggiunta a queste acquisizioni dirette hanno speso nello stesso anno all'incirca un miliardo e 600 milioni di dollari nella promozione con le stesse ditte di procedure per la brevettazione.
Impressionante questa concentrazione di potere. Le dieci piu` grandi compagnie agro-chimiche controllano l'81% di un mercato agro-chimico globale del valore di 29 miliardi di dollari. Dieci compagnie di scienza della vita controllano il 37% di un mercato globale delle semenze del valore di 15 miliardi di dollari. Le dieci piu` grandi compagnie farmaceutiche controllano il 47% di un mercato farmaceutico di 197 miliardi di dollari. Dieci compagnie controllano il 43% del mercato farmaceutico-veterinario di 15 miliardi di dollari. Al vertice di questa piramide di scienza della vita si trovano dieci compagnie transnazionali di alimenti e di bevande con un fatturato eccedente nel 1995 i 211 miliardi di dollari.
 Molte delle piu` grandi compagnie di scienza della vita hanno assunto posizioni strategiche per il controllo di gran parte del mercato globale bio-industriale nel secolo a venire. Novartis, una nuova gigantesca impresa costituitasi con una fusione da 27 miliardi di dollari tra due compagnie svizzere, quella farmaceutica Sandoz e quella agro-chimica Ciba-Geigy, e` il risultato tipico di questo processo in corso. Novartis e` la piu` grande compagnia agro-chimica del mondo ed e` la seconda piu` grande nel settore delle semenze ed in quello farmaceutico. Prima della fusione nel 1995 la Sandoz aveva comprato la Genetic Therapy per 295 milioni di dollari: la Genetic Therapy deteneva diritti commerciali su un brevetto a vasto raggio concernente la tecnica di rimozione delle cellule da un paziente, di modificazione delle loro strutture genetiche e di reinserimento delle stesse nel corpo del paziente. L'acquisizione ha garantito a Novartis una base operativa nella nascente scienza della terapia genetica umana. Altre ditte globali della scienza della vita seguono a breve distanza la Novartis: includono la Monsanto Corporation, la Dow Elanco, la DuPont e la AgrEvo. Nel frattempo i giganti farmaceutici stanno acquistando compartecipazioni azionarie concludendo accordi di ricerca con molte compagnie di genomica umana. Bayer, Novartis e Eli Lilly, hanno sviluppato rapporti commerciali con Myriad, una compagnia genomica basata negli Stati Uniti che ha scoperto il gene del cancro del seno. Pfizer, Pharmacia e UpJohn, hanno investito nella Incyte, una ditta nord americana nella cui banca dati si dice siano contenute le sequenze parziali di circa 100.000 geni. Eli Lilly ha concluso un accordo con la Millenium Pharmaceuticals, una compagnia che sta effettuando ricerche genomiche sull'arteriosclerosi. Corange International ha firmato un accordo per 100 milioni di dollari con la Gene Medicine, un'impresa genomica USA. Glaxo Wellcome ha un accordo di cinque anni con la Sequana Therapeutics per sviluppare lavoro genetico sull'obesita` e il diabete. La francese  Synthelabo ha acquisito una partecipazione azionaria di 9 miliardi e 700 mila dollari nella connazionale Genset dopo aver concluso un'accordo di ricerche per 69 milioni di dollari con la stessa compagnia genomica. La SmithKline Beecham ha raggiunto una analoga intesa del valore di 125 milioni di dollari con la Human Genomics, una compagnia basata negli Stati Uniti. 

    J.R.

La crise de la dioxine ne cesse de s'aggraver
Samedi 05 Juin 1999 - 16h18

BRUXELLES, 5 juin (AFP) - La crise de la dioxine en Belgique, qui a commencé la semaine dernière avec un reportage de la télévision flamande sur les farines animales contaminées avec ce produit cancérigène, a pris des proportions sans précédent, plaçant le pays en quarantaine, alors que la population est confrontée à des étals vides.

Déjà largement dégarnis depuis trois jours, les rayons des magasins et grandes surfaces vont continuer à se vider cette fin de semaine, les autorités ayant publié une nouvelle liste "noire" de produits interdits, comprenant notamment les viandes de porc, de boeuf et toutes les charcuteries et graisses animales.

En outre, la Commission européenne, qui s'est saisie du dossier, a interdit l'exportation de tout produit d'élevage belge suspect (oeuf, volaille, viande, produits laitiers).

En Belgique, toutes les viandes d'origine locale doivent disparaître des rayons, après les oeufs et les poulets, le temps de vérifier leur éventuelle contamination.

En conséquence, les Belges ont pris la direction des pays frontaliers pour aller faire leurs courses samedi. Certains ont même traversé la Manche par ferry depuis Ostende, pour acheter de la viande britannique, moins chère, mais aussi soumise à embargo théoriquement pour cause de maladie de la vache folle.

Cette crise, provoquée par la contamination de farines animales données aux animaux d'élevage, a déjà entraîné la démission de deux ministres, après que l'on ait découvert que les autorités étaient au courant de cette affaire depuis au moins un mois.

Le Premier ministre belge Jean-Luc Dehaene, qui fait face le 13 juin à des élections législatives, multiplie depuis vendredi les réunions de crise et place le "retour de la confiance" en tête de ses priorités.

M. Dehaene a assuré qu'il n'y a pas "de contamination générale à la dioxine". Par mesure de précaution, il a cependant décidé le retrait de la vente de toutes les viandes grasses, et a ordonné l'arrêt de tout abattage et transports d'animaux jusqu'au 8 juin inclus.

D'ici là, les autorités veulent retrouver toutes les exploitations qui ont été livrées avec de la farine contaminée, dont le volume est estimé à 80 tonnes.

Les doses retrouvées dans les oeufs et les poulets sont massives, et peuvent aller jusqu'à 800 fois le maximum autorisé.

Concernant les tests effectués sur les porcs et les bovins, M. Dehaene a indiqué qu'ils n'avaient pas montré de "présence effective". Aucun dosage n'a cependant été avancé.

A l'étranger, le cercle des pays ayant mis les produits belges en quarantaine s'élargit. L'Asie est venue rejoindre samedi les rangs des pays européens, américains et du Moyen-Orient qui ont déjà suspendu toute importation de produits belges.

Hong Kong et Singapour ont interdit samedi l'importation et la vente de volaille et de porc en provenance d'Europe, tandis que le Japon a décidé de renforcer les mesures de contrôle sur ces importations.

Toute l'industrie agro-alimentaire belge est menacée par cette crise qui prend des proportions de "catastrophe nationale", selon la presse, qui compare le scandale à Tchernobyl.

De nouvelles réunions ont eu lieu samedi entre les autorités et les distributeurs belges, critiques devant la mauvaise gestion de cette affaire, ainsi que les organisations agricoles.

Selon les dernières informations, l'entreprise Verkest, spécialisée dans les graisses animales et à l'origine du scandale, a livré à 10 sociétés d'alimentation d'animaux d'élevage en Belgique et deux à l'étranger (France et Pays-Bas), 80.000 kilos de graisse contaminée à la dioxine, au début de cette année.

Cette graisse a ensuite été mélangée à des farines animales, qui ont été livrées à des centaines d'exploitations.

Une enquête est en cours pour déterminer l'origine de cette dioxine. Plusieurs hypothèses ont été avancées comme l'utilisation d'huiles de vidanges ou une fuite du liquide de refroidissement.

Les patrons de l'entreprise Verkest, qui continue à tourner, ont été écroués et inculpés de faux en écriture et infraction à la loi sur les matières premières.

La Commission européenne n'a été prévenue du scandale que le 27 mai, alors que la Belgique avait envoyés des fax à la France le 3 mai et aux Pays-Bas le 12 mai.

Selon le commissaire européen Franz Fischler chargé de l'Agriculture, ces deux pays, auraient dû prévenir les autorités européennes dès réception du fax belge. Samedi, le ministre français de l'Agriculture Jean Glavany a vivement réagi, déclarant qu'un commissaire européen ne doit pas "accuser un pays".

 

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