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Camera dei Deputati
XII COMMISSIONE
AFFARI SOCIALI

Indagine conoscitiva sulla Sicurezza Alimentare
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Seduta di martedì 13 giugno 2000

Audizione di rappresentanti del CNR - progetto finalizzato biotecnologie e biostrumentazione, del Centro biotecnologie avanzate di Genova, dei professori Gianni Tamino e Marcello Buiatti.

  • GIUSEPPE ROTILIO, Componente del Consiglio direttivo del CNR di Roma.
  • ARTURO FALASCHI, Componente del Consiglio direttivo del CNR di Roma.
  • GIANNI TAMINO, Professore del dipartimento di biologia dell'Università di Padova e componente del Comitato nazionale per la sicurezza e le biotecnologie istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.
  • MARCELLO BUIATTI,
    Professore del dipartimento di biologia animale e genetica dell'università di Firenze.

ARTURO FALASCHI,
Componente del Consiglio direttivo del CNR di Roma.

Oltre ad essere membro del Consiglio direttivo del CNR sono anche direttore di un istituto internazionale di ingegneria genetica e biotecnologia, una parte delle cui attività si svolge in paesi in via di sviluppo.
Vorrei riallacciarmi ad un'affermazione del professor Rotilio, il quale ha fornito un quadro molto chiaro della situazione.
Gli organismi alimentari geneticamente modificati sono comparsi nel mondo scientifico circa quindici anni fa. La possibilità intravista dai ricercatori di una maggiore efficienza rispetto al passato nell'ottenere piante più adatte all'alimentazione ha notevolmente stimolato tanto i ricercatori stessi quanto i produttori.
La produzione agricola basata su organismi geneticamente modificati è già notevolmente diffusa. Nei paesi per i quali esistono statistiche si calcola che circa 30 milioni di ettari, il 75 per cento dei quali negli Stati Uniti, siano coltivati a piante transgeniche. A questi va aggiunta la parte non quantificabile di terreni così coltivati in Cina.
Tale diffusione è determinata dal fatto che una simile produzione comporta vantaggi oltre che pericoli. Tra i vantaggi vorrei innanzitutto distinguere quelli per i paesi industrializzati da quelli per i paesi in via di sviluppo. La maggior parte dei 30 milioni di ettari è coltivata con piante transgeniche di mais, colza, soia e cotone; i geni coinvolti in tali produzioni sono solo di due tipi perché le manipolazioni hanno interessato quasi esclusivamente la resistenza agli insetti o a un particolare erbicida prodotto dalla stessa ditta che produce le sementi.
Il 99 per cento delle piante transgeniche sono dunque caratterizzate da questi due tipi di geni; quelle che presentano la resistenza agli erbicidi sono a loro volta di tre diversi tipi per tre diverse ditte di produzione.
I vantaggi per i paesi industrializzati sono principalmente quelli dei produttori, che registrano minori perdite.
Un vantaggio meno quantificabile è quello per il consumatore; nel caso della resistenza agli insetti, per esempio, è evidente che il ricorso a questo tipo di piante consente di esporle meno ad agenti chimici che possono ritrovarsi nell'alimentazione con effetti cancerogeni o comunque dannosi.
Per i paesi in via di sviluppo il discorso è diverso. La Cina, paese di punta in questo campo, è molto interessata perché vede la possibilità di salvare buona parte del proprio raccolto di riso dal danno dovuto ad insetti o agenti simili. Il grande interesse dei paesi in via di sviluppo nasce dunque dalla necessità di risolvere la tuttora significativa carenza alimentare che li caratterizza; non dobbiamo inoltre dimenticare che la popolazione mondiale aumenterà nei prossimi anni, prevedibilmente, almeno del 2,5 per cento l'anno. È quindi necessario, a fronte di popolazioni già sottoalimentate, che la crescita della produzione agricola sia analoga se non superiore. Certo, oltre alla manipolazione genetica possono essere fatte altre cose, ma questi paesi non vorrebbero perdere la possibilità di utilizzare simili tecnologie.
I possibili e reali pericoli sono già stati elencati. Per quel che riguarda l'uomo si è detto che da dieci anni sono in uso prodotti transgenici e ancora non si è registrato alcun particolare effetto nel caso dei prodotti utilizzati più abbondantemente, come la soia e il mais. È però anche vero che la sperimentazione è solo decennale e non si sa cosa potrà avvenire nel lungo periodo. Ci si preoccupa che l'introduzione di molecole nuove possa avere, a lunga scadenza, effetti tossici o di tipo allergico non facilmente prevedibili.
Si è già accennato alla diffusione di geni di resistenza agli antibiotici (per lo più penicillina), che sono in fase di dismissione ma la cui completa eliminazione richiederà un po' di tempo. A tale proposito si osserva una certa inerzia da parte delle ditte produttrici sulla quale sarebbe bene soffermarsi.
La preoccupazione maggiore riguarda, come è stato già detto, il rischio per l'ambiente, anche qui a diversi livelli. Innanzitutto, grazie proprio alle ultime sperimentazioni, si è scoperto che esiste una facilità di trasmissione orizzontale di geni; si è cioè constatato che anche i geni nuovi introdotti in piante immesse poi nell'ambiente si trasferiscono spontaneamente (attraverso meccanismi non ancora del tutto noti ma prevedibili) non soltanto alla stessa specie ma anche a specie affini. Pertanto, dei geni introdotti nell'ambiente in determinate specie possono causare danni ambientali molto grossi. Non dimentichiamo (è una cosa che va detta subito) che il pericolo biologico è diverso dal pericolo chimico: il pericolo chimico è costituito infatti da una molecola che viene immessa nell'ambiente e che poi potrà essere distrutta o meno, mentre a fronte di un organismo biologico si può avere un effetto moltiplicativo spettacolare. Ciò deve indurre a maggiore prudenza.
Un'altra preoccupazione notevole è data dal rischio, ad esempio, che tossine antinsetto introdotte in una pianta possano poi persistere nell'ambiente ancora più a lungo di quanto succeda rispetto all'uso tradizionale.
Quando parlo di uso tradizionale mi riferisco a tossine che non sono tali per l'organismo umano; parlo in particolare di un batterio che viene usato da decenni - credo ormai da quarant'anni - in agricoltura come metodo di controllo biologico, come insetticida biologico.
Questo batterio, che si chiama Bacillus Thuringiensis, una volta distribuito sulle piante e dopo aver provocato l'effetto insetticida, si decompone e sparisce abbastanza rapidamente dall'ambiente; invece, la tossina dello stesso batterio, introdotta nella pianta, rende sì la pianta resistente agli insetti ma, secondo quanto risulta dalle informazioni in nostro possesso, persiste molto più a lungo nel terreno e nell'ambiente e può essere trasmessa ad altri organismi, con possibili rischi che non siamo ancora in grado di prevedere.
Come accennava prima il professor Rotilio, vi è poi il rischio costituito dall'attentato ulteriore alla biodiversità. Intendiamoci: l'attentato alla biodiversità esiste più o meno da quando esiste l'agricoltura: gli agricoltori vogliono da sempre utilizzare la variante che rende loro di più e concentrarsi su quella. Siccome ora c'è la possibilità che tali varianti abbiano particolarmente successo, vi è il rischio che le varianti in questione si impongano ancora di più. Mentre gli altri rischi che ho ricordato sono rischi nuovi, quello da ultimo esposto sembra più che altro un aggravamento di un rischio e di un problema già esistente e che dovrà essere affrontato.
Per quanto riguarda i rischi che ho evidenziato, sia quelli relativi alle reazioni allergiche dell'uomo, sia quelli più diffusi e più preoccupanti concernenti l'ambiente, la sperimentazione disponibile è ancora assai limitata. Al riguardo c'è veramente bisogno di più sperimentazione e ricerca in condizioni controllate per poter valutare tutti questi aspetti e per poter trovare possibili vie d'uscita.
Vorrei tornare al modo in cui vengono utilizzate attualmente queste tecnologie, peraltro molto potenti e di cui, come dicevo prima, sarà difficile che l'umanità possa fare a meno nel futuro, anche per le ragioni già ricordate (penso per esempio all'interesse dei paesi più poveri).
Il fatto stesso che ci si sia limitati finora a poche varianti indica anche una certa pigrizia ed una certa arroganza da parte delle grandi società multinazionali.
Prendiamo, ad esempio, il caso del gene che dà la resistenza agli antibiotici: anche se il rischio è forse limitato, diffondere simili geni nell'alimentazione e quindi nell'ambiente non è una bella cosa; sicuramente non sarebbe costato molto alle società che lo producevano eliminarlo fin dall'inizio, ma non lo hanno fatto; c'è stato bisogno di una grossa pressione perché cominciassero a farlo. Ma c'è di più. Oggi vi sono ormai tecnologie che permettono di produrre quella che possiamo chiamare una seconda generazione, molto più raffinata, di piante transgeniche, piante cioè in cui i geni possono essere espressi soltanto nella parte della pianta in cui è importante che ciò accada e non necessariamente nella parte che viene mangiata. Attualmente, per esempio, le tossine antibatteriche o i geni di resistenza sono espressi anche nei semi che si mangiano, seppure lì non ve ne sarebbe bisogno.

Oggi è possibile realizzare sistemi in cui la proteina estranea o il gene estraneo vengono espressi soltanto in particolari organi della pianta non usati nell'alimentazione, in modo da ridurre il pericolo. È possibile pensare a sistemi di espressione condizionata (forse uso dei termini troppo tecnici, ma spero che il senso sia chiaro), che cioè consentono di far sì che la produzione della molecola estranea avvenga soltanto in condizioni controllate o addirittura che non avvenga se per caso il gene si allontana dalla pianta originaria. Cercherò di essere più chiaro. È possibile pensare all'introduzione nelle piante di geni (che è quello che si fa quando si crea una pianta transgenica) che non vengono attivati se non in condizioni molto particolari: ad esempio, in piante in cui siano stati introdotti anche altri fattori che permettono ai geni in questione di esprimersi. In questo modo il rischio di trasmissione orizzontale potrebbe essere ridotto moltissimo o addirittura annullato.
Quanto ho detto è forse un po' troppo tecnico ma volevo sottolineare che vi sono già condizioni in cui i rischi di cui parlavo prima, soprattutto quelli legati alla trasmissione orizzontale dei geni nell'ambiente, possono essere molto ridotti, minimizzati. Ma non mi pare che finora siano stati adottati correttivi in questo senso da parte delle grosse industrie.
Tutto ciò dimostra che vi è bisogno ancora di molta sperimentazione e di una notevole vigilanza. A questo riguardo, nell'ambiente che si è occupato e si occupa di questi problemi (penso alle convenzioni per la biodiversità, alle diverse organizzazioni come la FAO e l'Organizzazione mondiale della sanità) sono stati enucleati dei principi, ormai affermatisi, e altri sono in via di elaborazione.
Un principio inizialmente sostenuto con forza, ma oggi molto discusso e fortemente criticato, è il cosiddetto principio di equivalenza sostanziale. Se una pianta transgenica - si sosteneva - è sostanzialmente equivalente ad una già diffusa nell'ambiente, perché dovremmo preoccuparci? Questo è ormai un atteggiamento fortemente criticato e non più accettabile per tutte le ragioni che ho prima esposto.
Un principio nuovo, alternativo a quello dell'equivalenza sostanziale, è invece il principio precauzionale, in base al quale dobbiamo considerare questi nuovi organismi come potenzialmente a rischio e quindi dobbiamo effettuare una sperimentazione adeguata prima di diffonderli nell'ambiente (ammesso che poi ciò avvenga).
Un altro aspetto molto importante, su cui mi sembra che ormai vi sia consenso (certamente vi è in Europa), è la necessità di un'etichettatura dei prodotti transgenici, dei prodotti geneticamente modificati: qualora questi prodotti possano essere introdotti nell'alimentazione, in quanto la sperimentazione (come avviene per i farmaci o per gli alimenti in generale) ha dimostrato che sono sicuri, è bene che il consumatore sia informato e possa così fare una scelta consapevole. Questo è un elemento molto importante. Ai fini della scelta informata da parte del consumatore è importante che tutti i passaggi precedenti, le sperimentazioni e così via siano molto trasparenti e siano resi pubblici. Questa è una condizione molto importante perché in futuro si possa continuare a lavorare con una certa serenità in questo settore.
Come dicevo prima, vi è tutta una serie di aspetti ancora non chiari rispetto ai quali vi è bisogno di ulteriore sperimentazione: la facilità con cui possono viaggiare i geni orizzontalmente, per esempio, con che facilità possono essere trasmessi ad altre specie; le variazioni della popolazione microbica nel terreno per via dell'introduzione di queste piante; la possibilità di introdurre nelle piante proteine o molecole allergeniche. Si tratta di aspetti che devono essere valutati con molta cura e che richiederanno appunto molta sperimentazione. Anche le metodologie per rendere sempre più sicuri i prodotti transgenici (penso a tecnologie analoghe a quelle che ho prima ricordato di espressione controllata e di espressione condizionata) dovranno essere molto approfondite.
Concludo ricordando un particolare tipo di sperimentazione che è stato bloccato dalla giusta reazione che vi è stata nel mondo. Una società aveva elaborato una tecnologia per cui il seme non poteva riprodursi (il seme a tecnologia terminata di cui si è molto parlato). Lo scandalo suscitato da questo annuncio ha fatto sì che la ditta abbia poi rinunciato ad introdurlo nella sua produzione. Bisogna però considerare che in futuro tecnologie di questo genere potrebbero essere interessanti in un'altra ottica: là dove sembri utile produrre ugualmente delle piante modificate, potrebbero servire ad impedire che queste possano diffondersi nell'ambiente. Vi potrebbe essere quindi un'utilizzazione positiva di queste tecnologie. È questo il tipo di sperimentazione di cui vi sarà ancora più bisogno in futuro.
Resto a vostra disposizione per eventuali domande. Nella veste di direttore del centro internazionale che ho ricordato in apertura, voglio ricordare che, con il precedente Governo, noi abbiamo fatto una convenzione con il Ministero dell'ambiente (e la convenzione è ancora in atto) per fornire consulenza e formazione per lo studio del rischio del possibile rilascio di organismi geneticamente modificati. Come primo atto abbiamo prodotto un rapporto sui possibili rischi che posso lasciare a disposizione della Commissione.

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