- GIUSEPPE ROTILIO, Componente del Consiglio direttivo del CNR di Roma.
- ARTURO FALASCHI, Componente del Consiglio direttivo del CNR di Roma.
- GIANNI TAMINO, Professore del dipartimento di biologia dell'Università di Padova e componente del Comitato nazionale per la sicurezza e le biotecnologie istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.
- MARCELLO BUIATTI,
Professore del dipartimento di biologia animale e genetica dell'università di Firenze.
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GIANNI TAMINO, Professore del dipartimento di biologia dell'Università di Padova e componente del Comitato nazionale per la sicurezza e le biotecnologie istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.
Tralascio ovviamente le considerazioni già espresse, nonché quanto esposto dal professor Santi circa il lavoro che stiamo svolgendo nel Comitato nazionale per la biosicurezza e le biotecnologie.
Cercherò di approfondire alcuni punti che mi sembrano di maggior interesse per la Commissione. La vostra indagine conoscitiva riguarda in generale la sicurezza alimentare; in particolare qui parliamo di organismi geneticamente modificati. È chiaro che, al di là di tutti i cibi potenzialmente di origine transenica, di fatto quelli che voi come Commissione dovete trattare sono gli unici oggi possibili, che possono arrivare nelle case degli italiani e che come è già stato detto sono due: soia e mais, oltre ad una piccola quantità di colza. Gli altri tipi non sono cibi, trattandosi di cotone e tabacco: si potrebbe anche discutere se il tabacco sia un cibo o meno...! Limitandoci dunque alla soia e al mais, il problema è che oggi questi due prodotti arrivano nel nostro paese da importazioni soprattutto del cartello di Miami, quindi dagli Stati Uniti e dall'Argentina (il mais per piccole quote proviene anche dal Canada e da altre parti). Il problema è quindi di valutare quali garanzie ci arrivano in termini sia sanitari sia dei diritti dei consumatori.
Vorrei anticipare la questione dei diritti dei consumatori, perché considero importante il modo in cui deve essere affrontata dal punto di vista scientifico; voi l'avrete sicuramente trattata con i rappresentanti dei consumatori.
Dal punto di vista scientifico per noi è rilevante il fatto che non esista possibilità di fornire garanzie ai consumatori se non attraverso un controllo di filiera. L'esperienza compiuta a livello scientifico in Europa sull'encefalopatia spongiforme bovina, più nota come morbo della mucca pazza, ha messo in luce la necessità di un controllo della filiera e di una certificazione ad ogni passaggio della filiera. Per quanto riguarda la tracciabilità di un prodotto, se non si ha il controllo della filiera è impossibile sapere cosa succede; quindi è interesse del consumatore dal punto di vista scientifico non l'analisi del prodotto finale, come talvolta si crede, ma una situazione di tracciabilità lungo tutta la filiera produttiva. Questo spesso lo si dimentica perché si considera sufficiente l'analisi con i metodi attuali. Purtroppo spesso a livello finale non c'è più il materiale da analizzare, oppure le trasformazioni l'hanno alterato. Esistono problemi tecnici di falsi positivi, ma probabilmente anche il contrario. Dunque per garantire trasparenza dal punto di vista scientifico si deve assicurare, in generale per tutti i prodotti ed in particolare per gli organismi geneticamente modificati, il controllo della filiera, che è condizione per l'etichettatura.
Una seconda questione, alla quale si è già accennato, è che oggi in Europa abbiamo sostituito al concetto statunitense della sostanziale equivalenza quello del principio di precauzione. Proprio come sottogruppo del Comitato nazionale per la biosicurezza e le biotecnologie, stiamo analizzando in particolare questo problema, a partire dai documenti di cui disponiamo; credo che la Commissione abbia già avuto modo di analizzare il testo elaborato dalla Commissione europea, pubblicato sul n. 13 di quest'anno (quello di febbraio) del mensile di informazione del Ministero dell'ambiente. Si può averlo tramite Internet, presso di noi o rivolgendosi al Ministero dell'ambiente o a quello della sanità. Questo è il punto di partenza; è importante il passaggio dall'affermazione di un principio, che può anche essere ovvio, all'inizio di un'analisi su che cosa significhi l'applicazione dello stesso.
Tra l'altro è da sottolineare l'affermazione - che riguarda direttamente la vostra Commissione - contenuta per la prima volta in questo documento secondo cui, sebbene nel trattato dell'Unione europea il principio di precauzione venga citato a proposito dell'ambiente, senza dubbio il suo significato e la sua portata devono essere estesi al tema della salute. In mancanza di una simile affermazione si sarebbe potuto pensare che esso valesse per le questioni ambientali ma non per quelle sanitarie; l'estensione è importante anche perché il principio di precauzione introdotto nella convenzione sulla biodiversità aveva - ripeto - essenzialmente una valenza ambientale.
Ricordo che anche il Governo francese ha preparato su questo principio alcuni documenti che è utile avere per svolgere uno studio più vasto; sono tutti disponibili qualora vengano considerati utili.
Alla luce di questa documentazione si chiarisce che il principio di precauzione comporta l'inversione dell'onere della prova, un primo aspetto importante che dovrebbe avere conseguenze giuridiche; in altri termini, un prodotto deve essere considerato pericoloso fino a quando non si dimostri che è sicuro, mentre fino ad oggi si accettava il concetto opposto, secondo cui era sicuro finché non ne veniva dimostrata la pericolosità. Sembra poca cosa, ma in realtà il cambiamento è notevole.
La seconda conseguenza dell'applicazione di questo principio consiste nel fatto che l'analisi da un punto di vista scientifico non consiste più nel rilevare i dati accertati scientificamente - il numero dei malati, dei morti, dei disastri ambientali - ma nel fare una valutazione sulla base delle conoscenze scientifiche dei rischi potenziali, nel cercare di individuare e se possibile escludere o minimizzare i rischi, in particolare quando siano rilevanti, soprattutto - aggiungo - se presentino caratteristiche di irreversibilità, cosa che purtroppo spesso si verifica nei processi biologici. Questo è sicuramente l'aspetto più rilevante dal punto di vista ambientale, come è stato evidenziato, ma problemi di irreversibilità si possono avere anche nel campo sanitario, seppure in maniera meno evidente.
In questa logica oggi il problema diventa soprattutto quello di analizzare i rischi. Già sono stati indicati nei precedenti interventi quelli più noti individuati dal mondo scientifico, il che non vuol dire che non ve ne siano altri dal momento che, proprio per la loro natura, è impossibile conoscerli preventivamente nella loro globalità. Dobbiamo considerare quelli che siamo in grado di immaginare e che le documentazioni ci permettono di individuare.
Voglio solo aggiungere ai rischi che sono già stati citati - al riguardo rilevo che il problema della resistenza agli antibiotici può essere comunque risolto utilizzando un altro marcatore, dal momento che moltissime sostanze chimiche non producono effetti particolari - quello meno risolvibile delle allergie; il problema non è così semplice in quanto è molto difficile individuare la piccola quota di popolazione che comunque può avere delle conseguenze.
Un altro problema rilevante, già citato ma su cui vorrei ulteriormente soffermarmi, riguarda le piante resistenti ai diserbanti. Siamo di fronte ad un evidente pericolo per l'ambiente, perché negli Stati Uniti il 72 per cento di tutte le piante transgeniche è resistente ai diserbanti. Sebbene oggi si sostenga che l'utilizzo degli OGM in agricoltura possa ridurre l'uso di sostanze chimiche, non ci troviamo in queste condizioni. Ciò fa sorgere una critica nei confronti delle multinazionali, da me ovviamente condivisa.
Vi è poi il fatto che una pianta resistente può trattenere più facilmente non tanto i diserbanti (quelli usati sono a bassa durata) quanto i metaboliti, che purtroppo solo recentemente sono stati studiati. In alcuni casi, nel glufosinato d'ammonio, si è verificato in laboratorio che i metaboliti nel corpo umano possono ripristinare il diserbante; bisognerebbe andare a verificare, ma sicuramente questo è un rischio da tener presente. Per il glifosate, quello più utilizzato della Monsanto, il problema è più rilevante perché i metaboliti sono stati correlati - era il marzo del 1999 - alla presenza nella popolazione umana di un linfoma (del tipo non Hopkins). Questo elemento risulta da un'indagine epidemiologica; il problema deve essere valutato, tenuto conto che comunque il glifosate si usa indipendentemente dalla presenza di piante transgeniche, in quanto è uno dei diserbanti attualmente più utilizzati (veniva considerato sicuro).
L'ultima questione che voglio porre dal punto di vista sanitario riguarda l'instabilità genetico-cromosomica, che può collegarsi all'introduzione di geni estranei con i metodi attualmente utilizzati dall'ingegneria genetica. Il discorso è prettamente tecnico, mi rendo conto che non è di facile esposizione, per cui mi limiterò a dire quello che è riportato in alcuni lavori. La ricercatrice che più si è occupata dell'argomento, Mae-Wan Ho, (nonostante il nome cinese, lavora in Inghilterra) sostiene che il trasferimento orizzontale del promotore del virus del mosaico del cavolfiore non solo contribuisce alla nota instabilità delle linee transgeniche, ma ha un potenziale capace di rendere attivi virus silenti, e potrebbe quindi determinare nelle specie coinvolte nuove varianti virali. Sulla base di queste considerazioni la ricercatrice, applicando il principio di precauzione, segnala fortemente il rischio connesso a cibi transgenici contenenti il promotore del virus del mosaico del cavolfiore o promotori simili, che sono ricombinogeni (ossia aumentano la probabilità di ricombinazione; già in natura gli stessi transposomi determinano un aumento di combinazione). Siamo in grado di prevedere gli effetti di un'aumentata frequenza di ricombinazione? Si consideri che in altri casi, per esempio su cellule di mammifero modificate geneticamente, si è verificato un aumento dell'instabilità cromosomica; del resto risulta negli stessi animali modificati geneticamente, come attestano i dati a disposizione. L'inserimento del gene estraneo crea dei problemi con riferimento a questi nuovi assetti genetico-cromosomici, che vanno analizzati nell'ambito del principio di precauzione.
Concludo soffermandomi sulla questione ambientale, seppure essa non investa direttamente la competenza di questa Commissione.
Vi può forse interessare sapere che già oggi in Italia, dove non esiste alcuna autorizzazione a vendere tali prodotti commerciali, il mais del nord è contaminato - do i dati ufficiali del Veneto - nella percentuale di 7 campioni su 100. L'origine del fenomeno è discutibile, molto probabilmente è dovuto al regalo fatto dalle multinazionali di semi transgenici in contrasto con le norme vigenti. Si pone comunque il problema della trasmissione del carattere e a questo riguardo desidero ricordare che, mentre per il mais non esistono piante naturali italiane, la questione si pone con la colza e la barbabietola da zucchero. In particolare la coltivazione sperimentale di barbabietola da zucchero viene effettuata proprio nella zona tra il Veneto e la Romagna dove abbiamo la sottospecie marittima che vive spontaneamente nella zona costiera; trattandosi della stessa specie, addirittura di una sottospecie, si può determinare un flusso di geni che andrebbe analizzato con una certa attenzione.
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