- GIUSEPPE ROTILIO, Componente del Consiglio direttivo del CNR di Roma.
- ARTURO FALASCHI, Componente del Consiglio direttivo del CNR di Roma.
- GIANNI TAMINO, Professore del dipartimento di biologia dell'Università di Padova e componente del Comitato nazionale per la sicurezza e le biotecnologie istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.
- MARCELLO BUIATTI,
Professore del dipartimento di biologia animale e genetica dell'università di Firenze.
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MARCELLO BUIATTI, Professore del dipartimento di biologia animale e genetica dell'università di Firenze.
Intervenendo per ultimo, ho potuto sentire quanto hanno detto gli altri, per cui non mi soffermerò su concetti precedentemente espressi.
Vorrei cominciare da una considerazione scientifica - visto che svolgo questo mestiere - partendo da un dato che tutti abbiamo sostenuto: in questo momento sono in commercio due prodotti, ossia il mais resistente agli insetti e la soia o altre piante resistenti agli erbicidi. Siamo nel 2000 e le prime trasformazioni delle piante risalgono al 1981; sono trascorsi 19 anni di ricerca molto vasta che hanno partorito solo due prodotti.
Un genetista come me si chiede immediatamente quale sia il motivo di tutto questo. Sono stati investiti moltissimi soldi nella ricerca, sono stati effettuati investimenti enormi.
La forza con cui le multinazionali stanno difendendo questi prodotti deriva evidentemente anche dal bisogno di guadagnare rapidamente soltanto su due prodotti, recuperando gli investimenti fatti in quasi venti anni. I due prodotti derivano entrambi dall'introduzione di un gene, in genere di un batterio, in una pianta; nell'uno e nell'altro caso questo gene non interferisce con il metabolismo della pianta, che sta bene, produce molto e presenta le caratteristiche che le sono state date con il gene medesimo.
Penso si debba parlare di salute in senso sia negativo, come prevenzione dai danni, sia positivo, come miglioramento della qualità del prodotto, in particolare in un paese come il nostro, abbastanza ricco, dove si amano gustare cibi variati, cibi tipici, legati alle produzioni, con un buon livello nutrizionale.
Per migliorare la qualità di un cibo fondamentalmente bisogna cambiare il bilancio relativo tra le sostanze che la pianta produce, il rapporto tra proteine equilibrate in termini di aminoacidi e proteine non equilibrate che possono dare carenze, bisogna aumentare la quantità di vitamine o di prodotti salutari; bisogna interferire con il metabolismo della pianta, non inserire altri geni da fuori, ma modulare i geni all'interno. Questo evita anche le allergie, che sono originate da prodotti non conosciuti dal nostro corpo come cibo; naturalmente sono determinate anche dai prodotti naturali, come vediamo bene in primavera, ma quelli alieni possono aumentarle in modo specifico. Pertanto, per migliorare la qualità bisognerebbe far produrre alla pianta le stesse sostanze modulandone però le quantità relative, cambiando il suo metabolismo. Cambiare il metabolismo della pianta è però difficile, perché il metabolismo, sia quello delle piante sia quello dell'uomo, è una rete molto equilibrata che si è coevoluta di azioni, reazioni e così via, con delle modulazioni quantitative abbastanza precise, tanto è vero che se queste si modificano, generalmente noi ci ammaliamo: quando ci manca l'insulina o determinate altre sostanze noi stiamo male. Anche le piante stanno poco bene quando si modifica quell'equilibrio, pur se questo è più evidente negli animali, che sono molto più fragili (e noi umani, che apparteniamo appunto al genere animale, siamo molto fragili da questo punto di vista).
Ciò significa che se un ingegnere genetico immette tutto a un tratto dentro una pianta un gene completamente nuovo o blocca una parte del metabolismo si ha una ripercussione sul metabolismo della pianta molto pesante, per cui la pianta non è più produttiva. Da questo punto di vista, le sperimentazioni nei laboratori di tutto il mondo sono state migliaia: chi ha cercato di modificare gli oli, le proteine e così via non è finora riuscito ad ottenere prodotti buoni, piante cioè che siano anche produttive; la pianta deve infatti anche essere in grado di crescere, deve produrre i suoi frutti, i contadini devono coltivarla, vendere il prodotto ottenuto e così via (ecco perché sul mercato si trovano solo due prodotti transgenici).
Dietro tutto ciò, a mio avviso, vi è quindi anche una strategia di ricerca sbagliata. Ciò ovviamente non dipende dai ricercatori ma da chi complessivamente ha diretto finora la ricerca a livello mondiale, che sono poi quelli che stanno cercando attualmente di vendere i due prodotti transgenici ottenuti. Non si tratta di essere cattivi, semplicemente avevano bisogno di guadagnare rapidamente e hanno scelto la via più facile, che è per l'appunto quella di prendere un gene di un batterio e inserirlo dentro una pianta, naturalmente senza interessarsi molto degli effetti secondari di questa operazione, come diceva anche il professor Falaschi. Non hanno avuto la pazienza di aspettare e di capire qualcosa di più sulla modulazione per cercare di fare qualcosa che puntasse anche alla qualità, oltre che ovviamente ad una produzione plausibile di cibo (perché anche la produzione è importante).
Il problema strategico consiste quindi nel cambiare la direzione della ricerca e nel puntare a prodotti completamente diversi, che non comportino necessariamente lo spostamento di geni da specie a specie, cercando piuttosto di lavorare sulla modulazione. È quello che, come diceva il professor Falaschi, sta cominciando a venire alla luce. Governare questo processo significa allora spostare l'attenzione innanzitutto sulla ricerca di base: se qualcosa in quello che è stato fatto finora non ha funzionato, vuol dire che non abbiamo sufficienti conoscenze in materia e che dobbiamo quindi approfondire gli studi in quel senso. Il fatto di non avere sufficienti conoscenze, aumenta l'imprevedibilità del prodotto e necessariamente anche il rischio ad esso connesso e nello stesso tempo rende difficile realizzare più prodotti diversificati di cui qualcuno sia veramente utile. I prodotti ottenuti finora si sono infatti rivelati poco utili.
Ho con me i dati riportati da Science l'anno scorso: negli Stati Uniti, il mais transgenico ha fatto guadagnare a chi lo coltivava (rispetto a chi coltivava quello naturale) 72 milioni di dollari nel 1997, ma ne ha fatti perdere 26 milioni nel 1998, perché in quell'anno non c'è stata l'infestazione dell'insetto.
Dato il costo del mais transgenico e dato il tipo di contratto cui si ricorre in quel caso, nel 1998 non è convenuto agli agricoltori americani coltivare mais transgenico, dal momento che quelli che coltivavano quello non transgenico non hanno speso nulla per i trattamenti contro le infestazioni. Del resto, i trattamenti si fanno solo se c'è l'infestazione, mentre il mais transgenico, una volta acquistato, ha comunque comportato una spesa maggiore.
La soia transgenica dà negli Stati Uniti solo il 5-6 per cento di vantaggio economico all'agricoltore; in quel paese vi sono infatti larghissime distese e i trattamenti con l'erbicida costano molto poco perché si possono fare con l'aereo (al di là dei rischi che ciò comporta).
I prodotti in questione non hanno quindi comportato alcun vantaggio per il consumatore e ne hanno comportato solo uno minimo per il coltivatore, ad eccezione delle grandi aziende (che sono presenti non solo negli Stati Uniti, ma anche in Brasile o in Cina, dove più che altro è il cotone ad essere trattato in questo modo).
È quindi essenziale procedere ad un ridirezionamento della ricerca, puntando a prodotti diversi da quelli che si producono attualmente.
Aspetti altrettanto fondamentali sono la sicurezza ed il controllo del rischio connesso ai prodotti in questione, di cui già si è parlato. Al riguardo vorrei ricordare che lo scorso 8 giugno si è svolta una riunione, cui io ero presente, presso il Ministero delle politiche agricole, per cercare di elaborare un nuovo piano per le biotecnologie in previsione dell'attuazione del piano triennale di ricerca che è stato di recente approvato dal CIPE. Ne sta scaturendo un piano di ricerca che non comporta l'utilizzazione di piante transgeniche contenenti elementi «alieni» e che punta invece molto sulla genomica, sull'analisi della modulazione delle azioni, su tutta una serie di interventi che sono possibili. Il collega Tamino parlava prima del CaMV, il virus del mosaico del cavolfiore. Ogni gene ha un interruttore, che noi chiamiamo promotore e che serve a modulare l'espressione del gene stesso, cioè dice quanto, quando e dove deve essere espresso. Chi segue la strategia di intervenire a martellate sul patrimonio genetico (che è appunto la strategia che è stata seguita finora) usa il CaMV, usa cioè un interruttore che proviene da un virus e che, proprio in quanto tale, può ricombinarsi più facilmente con altro materiale. Ebbene, il CaMV fa esprimere sempre il gene, a differenza dell'altro promotore di cui parlava prima il professor Falaschi, che per esempio fa esprimere la tossina contro gli insetti soltanto quando l'insetto morde e soltanto nelle cellule che stanno intorno. Disponiamo di questo promotore dal 1987. Ebbene, piante con queste caratteristiche sono state ottenute sin dal 1987, ma non sono mai state usate; sono sempre state usate, invece, piante in cui il gene si esprimeva sempre.
Qualcosa ora sta cambiando. Nella riunione cui ho fatto poco fa cenno, per la prima volta queste cose sono state dette e sono state approvate all'unanimità da tutti i presenti (che erano tecnici del ministero o esperti esterni, come me). Il piano che ne può scaturire potrebbe essere interessante perché è incentrato proprio sullo studio della modulazione delle azioni e di altri interventi similari, che è il solo che può permettere un'utilizzazione delle tecniche molecolari (non necessariamente di ingegneria genetica) ai fini della qualità del prodotto e tale da evitare i rischi connessi, in aggiunta alle tecniche di miglioramento genetico tradizionale dei nostri prodotti. Si tratta di un aspetto importante, che bisogna rilanciare, perché siamo già parzialmente invasi (e lo saremo ancora di più in futuro dal momento che la pressione è molto forte) da questi due prodotti transgenici.
Un altro punto importante è quello della prevenzione e quello dell'identificazione dei prodotti in questione.
Posso fornire qualche notizia al riguardo. L'ANPA (l'Agenzia nazionale per la protezione ambientale) sta predisponendo linee guida per il monitoraggio su tutto il territorio nazionale degli effetti sull'ambiente degli OGM. È stato avviato (e al riguardo si terrà la prima riunione il 20 giugno prossimo) un programma di ricerca finanziato dal Ministero dell'ambiente e gestito dal CNR sull'individuazione di metodi ad alta risoluzione per l'identificazione degli OGM e sull'analisi del trasferimento genico da parte degli organismi geneticamente modificati. Il finanziamento di questo programma non è enorme, ma sono previste diverse unità: alcune cominceranno a lavorare il 20 giugno prossimo, altre lo stanno già facendo.
Anche nell'ambito del progetto che si vuole elaborare con il Ministero delle politiche agricole vi è una grossa fetta dedicata alla biosicurezza. La settimana prossima inaugurerò il laboratorio dell'ARPA emiliana, che si è già attrezzato. Il personale sarà formato in diversi laboratori, fra cui il nostro. L'ARPA toscana sta già formando il personale presso il nostro laboratorio e si attrezzerà rapidamente. È previsto anche un contatto con gli enti di sviluppo agricolo. Io sono anche presidente di un'associazione che si chiama Ambiente e lavoro, per cui ho un po' di dimestichezza con le tematiche della sicurezza del lavoro. Da questo punto di vista è essenziale che il controllo venga svolto non da un'agenzia centralizzata, che non sarebbe assolutamente in grado di farlo, ma da organismi decentrati sul territorio almeno a livello regionale, come avviene per tutti i controlli volti alla prevenzione. Gli enti che si devono accordare per la prevenzione rientrano essenzialmente in tre categorie: quelli che operano nel campo dell'ambiente, quelli che operano nel campo dell'agricoltura e quelli che operano nel campo della sanità. Come sempre, ci deve essere fra i tre gruppi di enti un'interazione a livello regionale e un coordinamento a livello nazionale, che spetta agli organismi a ciò preposti, che sono l'Istituto superiore di sanità, l'ANPA e, almeno per ora, il Ministero delle politiche agricole (successivamente, l'ente che probabilmente scaturirà dall'unificazione degli istituti sperimentali).
Finalmente sta emergendo nel nostro paese un'idea abbastanza complessiva di come fare prevenzione rispetto agli organismi geneticamente modificati, sulla base dei criteri che vengono utilizzati per qualsiasi prodotto industriale. Questo è un altro punto che voglio sottolineare con estrema chiarezza. Gli OGM sono un prodotto industriale (non si capisce perché non possano essere considerati tali), il che comporta l'obbligo di instaurare un controllo basato sul sistema HACCP lungo tutto il ciclo di produzione unificando le due parti di questo ciclo, quello agricolo e quello della trasformazione. Si tratta cioè di andare a vedere fino a quando restano i geni, che effetto hanno e così via. Occorre in sostanza delineare una filiera, come si fa normalmente con l'HACCP. Questa, come sapete probabilmente meglio di me, è un'operazione la cui responsabilità ricade sul privato che si occupa della produzione, mentre il controllo spetta allo Stato, all'ente pubblico, in particolare alle agenzie ad esso preposte, che sono il comitato interministeriale che concede i permessi di rilascio, l'ANPA, l'Istituto superiore di sanità, le ARPA, gli enti regionali di sviluppo, le ASL, come per tutti i prodotti che hanno interesse alimentare o sanitario.
Ciò del resto è in linea con i criteri imposti dalle direttive comunitarie, a partire dal criterio della globalità del rischio. Il rischio nell'Unione europea è sempre valutato come rischio globale di un particolare processo produttivo. Questo criterio dovrebbe essere applicato anche agli OGM. Il rischio dovrebbe pertanto essere valutato non soltanto andando a vedere se in quel dato alimento c'è il DNA ma anche verificando, per esempio, se in esso si riscontra la presenza di glifosate o di altre sostanze. Si tratta a quel punto di fare una normale valutazione di impatto ambientale per quanto concerne l'ambiente e di rischio per la salute con la modalità HACCP (un sistema molto interessante da questo punto di vista, che rappresenta un'innovazione notevole e generalizzata nell'ambito dell'Unione europea). Quando si parla di rischio, mi riferirei pertanto non solo all'individuazione del DNA ma in generale ad una valutazione estesa a tutto il processo produttivo.
Al riguardo vorrei fare un'ultima considerazione. Dobbiamo pensare che non ci sono soltanto le piante geneticamente modificate, ma ci sono anche le colture start per i processi fermentativi, di cui personalmente so poco. Va monitorato anche questo. Vi saranno probabilmente batteri che verranno immessi nel terreno. Per ora, che io sappia, non ce ne sono, ma anche questo aspetto va valutato, perché quei batteri avranno probabilmente dei geni marcatori. Quali sono questi geni?
Voglio infine richiamare la vostra attenzione su un ultimo punto.
Vorrei sottolineare l'esistenza di un rischio da armi biologiche. Armi biologiche realizzate con queste tecniche esistono dal 1984-1985; su di esse vi è il segreto militare. Esse indubbiamente costituiscono un rischio per la salute. Io spero ovviamente che tale rischio non si concretizzi mai, però non sarebbe male che la gente discutesse anche di questo, che si avesse cioè una visione globale dei rischi connessi alle biotecnologie e che si puntasse piuttosto all'utilizzazione delle tecniche di biologia molecolare per ottenere qualcosa di diverso dai quei due unici prodotti transgenici che sono stati finora realizzati.
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