DA SEATTLE:
IL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE E LE REGOLE DEL GIOCO

di Giorgio Dal Fiume, presidente Ctm Altromercato

"They say Free Trade, we say Fair trade": questo lo slogan piu' ascoltato nelle manifestazioni di piazza che qui a Seattle stanno preannunciando la grande manifestazione anti-Wto di domani mattina. Per un rappresentante del commercio equo italiano il clima qui in questi giorni costituisce uno shock positivo: Fair trade (cioe' la definizione internazionale di commercio equo, cui i primi pionieri italiani hannoaggiunto "solidale") e' uno dei termini-slogan piu' comuni: scritto, urlato,  rivendicato da ognuna delle parti coinvolte in questo meeting mondiale. Poi capisci il perche': "Fair trade" ha qui il suo significato normale e generale di "commercio giusto", e non si riferisce alle strutture (Ato's) di commercio equo e solidale. Questa apparente confusione richiama uno dei punti piu' significativi del negoziato che ruota attorno al Millennium Round: l'Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto in inglese) cerca di mostrare il suo "volto umano" e di evitare il fallimento delle trattative, sostenendo che solo un sistema di regole (il suo) condiviso puo' costruire e se necessario imporre il "commercio giusto" al mercato iniquo, selvaggio e sregolato che impera fuori dalle regole del Wto, e che si imporrebbe se il Millennium Round fallisse. E infatti i vari rappresentanti dei principali soggetti coinvolti si sbracciano a parlare di: "necessaria coerenza tra regole del Wto e criteri di salvaguardia sociale: ambiente, salute, lavoro". Lo ha fatto stamane il nostro Ministro per il commercio estero Fassino. Lo ha fatto la principale protagonista dei giorni prossimi, il Ministro per il commercio statunitense Barshefsky. Lo fa il sindacato internazionale chiedendo azioni concrete e non parole in cambio del proprio consenso.
Fuori da questo contesto, e contro di esso, si muove l'eterogenea e colorata massa di persone e organismi (del tutto assenti quelli italiane!) che contesta il Wto in quanto struttura antidemocratica e non trasparente, e che intende per Fair Trade innanzitutto il dare maggiore valore - anche nell'ambito dell'attivita' economica - a regole che salvaguardino comunque la dignita' e l'autonomia delle persone, delle comunita', dell'ambiente: "people over profit", le persone prima del profitto, e' un'altro degli slogan piu' sentiti.
Al centro dell'arena cui Seattle sta per trasformarsi c'e' quindi il problema delle regole, e di chi le gestisce. Il commercio equo italiano e' presente (tramite Ctm Altromercato) qui a Seattle, in stretta alleanza con la rete Lilliput/dire Mai al M.A.I., prima di tutto per contestare la possibilita' che globalizzazione significhi solo un'ulteriore perdita di partecipazione democratica e un'ulteriore cedimento della politica alle regole dell'economia. E lo fa condividendo la piattaforma delle richieste delle ong internazionali fatta propria da Lilliput/dire MAI al M.A.I., e in particolare le 25 richieste di riforma delle istituzioni multilaterali dell'International Forum on Globalization, le 7 di Public Citizen, le 8 di Friends of the Earth. E lo fa ponendosi come osservatore preoccupato che le nuove regole che si possono stabilire (anche quando positive in se': clausole sociali, divieto lavoro minorile, vincoli ambientali) abbiano come contropartita un'accentuazione del dominio occidentale sulle economie, societa' e comunita' del Sud del mondo, che vedrebbero ancor piu' indifese le loro realta' dall'assalto (esteso anche ai servizi/investimenti pubblici, all'agricoltura ed alle proprieta' intellettuali) di multinazionali, speculazioni finanziarie, sementi brevettate. Se siamo qui' e' perche' temiamo fortemente che il Wto continui sostanzialmente - pur nelle sfumature anche migliorative che sono tutt'ora possibili - quel lavoro sotterraneo ma micidiale di esproprio dell'autonomia politica interna (a danno dei paesi del Sud) e di privatizzazione della politica internazionale (a danno del sistema delle Nazioni Unite) che ha ampiamente dimostrato di svolgere nei primi cinque anni di esistenza, riducendo la complessita' della politica internazionale e del benessere collettivo ad un'unica dimensione: quella economica, declinata attraverso la teologia del libero mercato, cui ogni altra regola deve subordinarsi.
Siamo qui quindi per continuare il nostro lavoro quotidiano su un altro piano: onde non ridursi come gran parte della cooperazione internazionale, oramai confinata in un ruolo di "pronto soccorso" internazionale, il commercio equo e solidale - le sue strutture i suoi progetti, i suoi volontari - deve occuparsi anche delle "regole del gioco", e costruire alleanze con quei soggetti che su questi temi fanno azione e divulgazione. Un tale protagonismo ci e' richiesto dagli stessi nostri partner quotidiani: sono le stesse facce e le stesse parole che incontriamo nel meeting alternativo qui a Seattle. Sono gli stessi temi tramite i quali quotidianamente cerchiamo di coinvolgere sempre piu' consumatori e di allargare il nostro mercato. Per questo possiamo legittimamente essere protagonisti nel confronto che a Seattle viene in questi giorni rappresentato.
Lo hanno ben capito gli amici di Global Exchange, la struttura del commercio equo americana con sede a San Francisco, che sono tra i promotori del controvertice. E che hanno portato alla serata di apertura delle manifestazioni alternative, cui hanno partecipato oltre duemila persone entusiaste, due personaggi illustri, a loro modo entrambi impegnati contro il nuovo imperialismo rappresentato dal Wto: Fidel Castro e Papa Woityla, che si abbracciano stampati sulla confezione da 500 gr. del caffe' portato da Cuba, sotto lo slogan: "contro il blocco commerciale degli Stati Uniti". 
Anche tramite questa immagine, che si aggiunge a quelle dei prodotti equi e solidali cui siamo abituati, si coglie una delle possibili chiavi di lettura del confronto in atto qui a Seattle, anch'essa ben rappresentata nella varieta' dei mille incontri e soggetti (oltre alle Ong tradizionali contadini, sem terra, popolazioni indigene) che stiamo incontrando: il "nemico" non e' la globalizzaizone di per se', ma la monocultura di cui "questa" globalizzazione e' portatrice. Ci sembrano parole gia' sentite anche dentro il mondo del commercio equo e solidale.

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