le
notizie su Davos dalla stampa


Il ritorno
dei ribelli di Seattle
Vetrine
rotte e lacrimogeni, ma la protesta non entra al Forum
Un migliaio di ambientalisti scandiscono slogan e scrivono sui muri
"no al mercato globale"
dal nostro
inviato STEFANIA DI LELLIS
DAVOS - Il popolo
delle proteste è sbarcato con bandiere, slogan e rabbia nel santuario
svizzero appannaggio di Mercedes e visoni per sfidare i big della Terra
e urlare un altro no alla globalizzazione selvaggia: a due mesi dalla
battaglia di Seattle contro la Wto, un migliaio di ambientalisti ha
infranto il divieto di manifestare imposto dalle autorità elvetiche e
ha sfilato nella cittadina di montagna a poche centinaia di metri da
Bill Clinton, ospite del World Economic Forum.
Una protesta che ha lasciato dietro di sé un poliziotto ferito alla
testa, una vetrina in frantumi, due limousine danneggiate, uno
striscione pubblicitario in fiamme, scritte sui muri e un tappeto assai
poco ecologico di bottiglie di plastica. "Uno straordinario
successo", proclama José Bové, il leader dei paysans, i contadini
francesi divenuti l'avanguardia europea della guerra alle
multinazionali. Alla fine la polizia svizzera arresterà due
manifestanti.
Lui - colbacco in testa e pipa accesa sotto la neve - è il protagonista
del corteo: lo attendono per marciare i Verdi italiani e svizzeri, lo
cercano le telecamere, lo temono agenti e soldati schierati in forze. E
di tanta attenzione finisce per farne le spese, visto che conclude la
giornata con un corpo a corpo con la polizia, gli occhi mezzo accecati
dalla schiuma lacrimogena, la schiena bersagliata da proiettili di
gomma.
Anche stavolta - come era avvenuto in grande stile per Seattle - a fare
da tam tam sono stati i siti web specializzati: centri sociali, Verdi e
"rifondaroli" italiani, organizzazioni ecologiste, ma anche
movimenti per i diritti del popolo curdo, maoisti, filo-zapatisti,
arrabbiati tout court si sono passati parola via internet. Appuntamento,
ieri a mezzogiorno, a Heidiland, una stazione di servizio a un'ora di
auto da Davos. Poi via, tutti insieme, la testa coperta dalla keffiah
d'ordinanza, il dito medio levato al cielo in segno di sfida agli
elicotteri che sorvegliavano fin dal mattino la zona. Una dozzina i
pullman incolonnati, un po' in ritardo i francesi, bloccati -
racconteranno poi dai telefonini - da estenuanti controlli alla
frontiera. Folta la delegazione italiana con i verdi Grazia Francescato,
Athos De Luca, la Pratesi , l'europarlamentare di Rifondazione Luisa
Morgantini e sette pullman.
Forti dell'esperienza negativa di Seattle, le forze di sicurezza
svizzere trattano con i guanti di velluto i manifestanti - non
autorizzati - in arrivo. Controlli nei bagagliai, ma niente di più,
vengono lasciati passare, possono parcheggiare a un passo dal centro.
Delusione in un gruppetto con i capelli rasta e la faccia buia, quando
cominciano a sfilare infilano i passamontagna.
Bandiere del "Che", la faccia di Mao, "Il proletariato
non ha nazione, internazionalismo rivoluzione", "Bandiera
Rossa trionferà", ma anche "No al cibo modificato",
"Non credete al World Economic Forum". Un frullato di abbasso
ed evviva che spazia attraverso decenni e battaglie. Sei ragazzi si
arrampicano in un deposito di legname, rompono delle tavole di legno e
se ne impossessano. Luisa Morgantini cerca di fermarli: "Niente
violenza", implora. Risposta: "Ci impongono tanto orrore ogni
giorno, è giusto che per un giorno tremino loro". E' il via
libera.
Un poliziotto che prova a bloccarli finisce a terra, una pozza di sangue
sporca il ghiaccio sotto la testa. Legnate su due macchine. Inutili le
transenne di ferro intorno al Mc Donald's, una viene lanciata contro la
vetrina. "Siamo qui per chiedere regole a tutela della salute, per
dire che la vita non è una merce, ma questa è una protesta pacifica,
non violenta", urla al megafono la Francescato. La risposta è una
salva di fischi e mortaretti. Pallate di neve contro i poliziotti che
spianano i lacrimogeni e si proteggono con scudi di vimini.
Uno striscione pubblicitario di Mc Donald's prova a fare il verso al
vecchio slogan "Pensare globale, agire locale", con un ironico
"Pensare globale, mangiare locale". Il gioco, però, non viene
gradito: la scritta finisce in un gran falò puzzolente di plastica, che
presto chiama al girotondo decine di manifestanti.
Ma i riflettori si sono ormai allontanati dai casseurs che cominciano a
smobilitare. Qualche centinaio di metri più in là, invece, Bové e i
suoi premono sulle transenne. Il leader dei paysans sventola l'invito
ricevuto dal patròn del World Economic Forum, Schwab, un invito in
realtà declinato già da tempo in nome della fedeltà alla piazza.
"Voglio che Schwab venga qui a parlare", urla il re dei
contadini francesi. Per qualche decina di minuti sembra che l'incontro
stia per avvenire, ma in realtà non accade nulla. I paysans perdono la
pazienza, la polizia ordina di indietreggiare, spintoni. Un agente
spruzza schiuma lacrimogena sulla faccia di Bové. Urla, panico: "Fascistes,
fascistes". I poliziotti sparano proiettili di gomma, colpita alla
testa anche la Morgantini. "Ecco la violenza dei padroni del
mondo", tuona ai microfoni il capo della delegazione francese.
Infine anche l'ultimo flash di rabbia si spegne e i manifestanti rimasti
si allontanano confondendosi tra sciatori ignari di rientro dalle piste.

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